I promessi sposi e la Divina Commedia sono due pilastri della letteratura italiana, fondamentali anche nell’impianto della scuola: il romanzo manzoniano è, infatti, centrale nello studio letterario del biennio (gran parte del secondo anno si affronta lo studio e la lettura dell’opera), mentre il poema dantesco dovrebbe essere affrontato lungo tutto il percorso del triennio (una cantica per anno), anche se questo, purtroppo, accade in pochissimi casi.

Spesso, gli insegnanti si lamentano per il fatto che gli studenti non apprezzino I promessi sposi che, oltre ad essere il romanzo più importante che sia stato scritto nella nostra letteratura, rappresenta in forma concreta e incarnata il genio del cristianesimo. Il romanzo italiano più importante è anche il meno amato dai giovani, che si trovano a leggerlo in un’età forse sbagliata, troppo prematura.

Il disamore è probabilmente accentuato anche dal fatto che, talvolta, gli insegnanti assegnano la lettura dei capitoli come compito a casa invece di accompagnare i ragazzi con spiegazioni che introducano alla comprensione e alla bellezza dell’opera.

È più facile che gli studenti sappiano ripetere i commenti di critici illustri o il loro giudizio sulla provvidenza manzoniana piuttosto che dire semplicemente come si concluda il romanzo. Quando si chiede agli studenti come termini il romanzo più popolare della nostra letteratura, i più rispondono: «Con il matrimonio di Renzo e Lucia». Trovo assurdo (ovvero senza senso) che gli insegnanti leggano o facciano leggere i primi venti capitoli dell’opera (come accade da quanto so nella migliore delle ipotesi) in modo tale che gli studenti non conoscano il secondo e il terzo pilastro portante nero del romanzo (ovvero l’Innominato e la peste, mentre il primo pilastro nero è Gertrude) e non sappiano del tutto cosa accade dopo la pestilenza, quando Renzo ritorna al suo paese e si sposa con Lucia. E le vicende non sono ancora concluse.

La lettura del romanzo dovrebbe approdare a quanto Manzoni racconta dopo il matrimonio dei due promessi sposi, nelle ultime pagine del romanzo. Una volta sposato con Lucia, Renzo va ad abitare in un paesino della bergamasca, dove si crea una forte attesa per vedere quella donna per la quale il giovanotto ha passato tante traversie. Quando finalmente la sposa giunge in paese, le persone incominciano a esprimere giudizi non sempre lusinghieri sull’aspetto della ragazza. Le voci girano finché qualche «amico» non pensa di riportarle a Renzo. Questi mostra di aver tutto sommato mantenuto l’indole di un tempo, covando dentro di sé un’ira pronta a esplodere.

Ma finalmente Renzo ha la possibilità di cambiare paese e di comprare lì un filatoio assieme al cugino Bartolo. Ma i fastidi iniziano a farsi sentire anche lì. La vita dell’uomo non è mai perfetta, immune dalla sofferenza e dai problemi. Si desidera sempre indossare un vestito che non è il proprio, si percepisce un’insoddisfazione che è come un pungolo, anche quando si pensa di aver raggiunto l’obiettivo tanto agognato.

Manzoni, per rappresentare tale situazione esistenziale, utilizza un’immagine icastica: l’uomo è come un infermo che desidera cambiare letto, guarda quello altrui e lo vede più comodo e confortevole. Quando finalmente riesce a trovare un altro giaciglio, inizia a sentire

qui una lisca che lo punge, lì un bernoccolo che lo preme: siamo in somma, a un di presso, alla storia di prima. E per questo, soggiunge l’anonimo, si dovrebbe pensare più a far bene, che a star bene: e così si finirebbe anche a star meglio.

Il romanzo non è ancora terminato. L’attività di Renzo procede bene. Nel primo anno di matrimonio, nasce Maria cui seguono tanti altri bambini. Renzo provvede a che studino («giacché la c’era questa birberia, dovevano almeno profittarne anche loro»). L’autore lombardo scrive che gli «imbrogli» descritti nella prima parte del racconto non ci sono più e che la vita trascorre in maniera abbastanza tranquilla tanto che non ce la racconta perché annoierebbe i lettori. Ma allora, qual è il significato di tutta la vicenda?

Diverso è l’atteggiamento di Renzo e Lucia nei confronti degli eventi vissuti: quest’ultima, più discreta e meno moralista, mossa da una fede e da un abbandono totale al Mistero e a Dio, custodisce e medita l’accaduto in cuor suo senza eccessivi entusiasmi, mentre lo sposo racconta a chiunque le loro esperienze, soffermandosi sulle lezioni imparate. Insomma, Renzo fa il moralista, si pone di fronte all’accaduto con uno sguardo tutto proteso su di sé più che sul Mistero di Chi fa tutte le cose, sforzandosi di migliorare e cambiare per non ripetere più gli errori commessi.

La visione di Renzo appare agli occhi di Lucia parziale, perché l’esperienza ci insegna che spesso quanto accade non è conforme ai nostri progetti e alle nostre aspettative, anche quando il nostro comportamento è stato dettato dal buon senso:

– E io – disse un giorno al suo moralista – cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che sono venuti a cercare me. Quando non voleste dire – aggiunse, soavemente sospirando, – che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi.

Ebbene i due novelli sposi si mettono a discutere su questo punto e arrivano a una conclusione che l’anonimo decide di porre come «sugo» di tutta la storia, perché estremamente giusta e ragionevole, anche se partorita da povera gente. Il sugo della storia è il senso che dà sapore e significato all’intera vicenda. È Manzoni stesso a rivelarlo:

I guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani, e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore.

Quindi, questo sguardo di misericordia e di tenerezza, nonostante il proprio e l’altrui male, è possibile grazie a Cristo, non proviene dalla censura del male o del dolore, dall’attenuazione o dall’eliminazione del desiderio (in modo tale da estirpare anche il dolore), come tante filosofie o religioni hanno proposto in questi secoli. Questa è la conclusione de I promessi sposi, che, «benché trovata da povera gente, c’è parsa così giusta», scrive il narratore, «che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia». Le ultime righe sembrano prelevate dal saluto finale di una commedia shakespeariana:

 

La quale, se non v’è dispiaciuta affatto, vogliatene bene a chi l’ha scritta, e anche un pochino a chi l’ha raccomodata. Ma se in vece fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s’è fatto apposta.

Pensate, ad esempio, alla conclusione di Sogno di una notte di mezza estate:

Se noi ombre vi siamo dispiaciuti,

immaginate come se veduti

ci aveste in sogno, e come una visione

di fantasia la nostra apparizione.

Se vana e insulsa è stata la vicenda,

gentile pubblico, faremo ammenda;

con la vostra benevola clemenza,

rimedieremo alla nostra insipienza.

In questo modo, rifacendosi all’espediente del manoscritto ritrovato, Manzoni si congeda dai suoi lettori.

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