Riprendiamo la proposta del Caffè letterario mensile con l’esemplificazione della riflessione sulla Mandragola, commedia di Machiavelli considerata la più celebre del Cinquecento.

Per un elenco ampio di libri che si possono proporre per il Caffè letterario si può consultare il mio sito personale sotto la sezione Caffè letterario in cui potrete trovare centinaia di presentazioni di testi narrativi, poetici, saggistici.

In breve questa è la vicenda della Mandragola. Sentita la notizia che Lucrezia, la più bella donna del mondo, si trova a Firenze, un giovane studente di nome Callimaco decide di ottenere le grazie di  lei, anche se sposata. Il furbo Ligurio si offre di aiutarlo nell’impresa. Escogita, così, l’espediente di presentare Callimaco al marito di Lucrezia (Messer Nicia), perché, nella qualità di medico, consigli alla donna l’assunzione di una pozione tratta dalla pianta mandragola, atta a rendere gravida la donna.

Il primo che giacerà con lei, però, morirà. Ovviamente questa è la finzione da raccontare al credulone Nicia. L’intento è quello di permettere a Callimaco, vestito da garzone e truccato a dovere fino ad essere irriconoscibile, di andare a letto con Lucrezia. Il marito acconsentirà facilmente, perché, secondo le persuadenti parole di Callimaco, il ragazzo con ogni probabilità morirà in seguito al rapporto, mentre la coppia avrà il tanto sospirato figlio.

Se Messer Nicia facilmente viene convinto della necessità di un tale subdolo inganno, Lucrezia, al contrario, non vuole in nessun modo accondiscendere ai disegni prospettati.

A questo punto le due figure che tradizionalmente hanno sempre costituito due saldi e sicuri punti di riferimento, la madre e il confessore, operano in modi diversi per persuaderla a cedere.  Nella scena in questione (atto III, scena XI) Machiavelli rappresenta lo stravolgimento, direi il ribaltamento, della morale tradizionale.

Questo è un momento fondamentale per la discussione del caffè letterario. La crescita e l’educazione non possono avvenire che attraverso la presenza di figure di cui possiamo fidarci. Quando non si ripone fiducia in alcuno, non possono esistere né educazione né cultura: lo scetticismo, infatti, non permette di addentrarsi nella realtà con un’ipotesi di interpretazione della stessa.

Disonesto e abile nella retorica, fra Timoteo è stato pagato da Ligurio perché parli con Lucrezia e la convinca ad avere un rapporto con lo sconosciuto che morirà subito dopo. Il confessore le rivelerà:
Voi avete, quanto alla conscienzia, a pigliare questa generalità: che dove è un bene certo e un male incerto, non si debba mai lasciare quel bene per paura di quel male. Qui è un bene certo: che voi ingraviderete, acquisterete una anima a messer Domenedio. El male incerto è che colui che iacerà dopo la pozione con voi, si muoia. […] Quanto allo atto che sia peccato, questo è una favola: perché la volontà è quella che pecca, non el corpo; e la cagione del peccato è dispiacere al marito, e voi li compiacete; pigliare piacere, e voi ne avete dispiacere. Oltra di questo, el fine si ha a riguardare in tutte le cose: e ’l fine vostro si è riempiere una sedia in paradiso e contentare el marito vostro.

Di solito, i manuali di scuola e la maggior parte degli studiosi di Machiavelli affermano che il principio machiavellico «il fine giustifica i mezzi» sia stato affermato dal Segretario fiorentino solo nell’ambito politico ovvero solo nel campo della «ragion di Stato».

Nel discorso teorizzato da fra Timoteo viene, però, asserito tale principio anche in una prospettiva privata laddove i due coniugi desiderano avere un figlio, ma le loro condizioni non lo permettono: «El fine si ha a riguardare in tutte le cose».

Il monologo di fra Timoteo diventa l’occasione per riflettere sulla contemporaneità. Oggi giorno, se si desidera qualcosa e si ha la strumentazione tecnica e scientifica per ottenerla, allora ci si sente autorizzati a perseguirla con ogni mezzo: i mezzi saranno sempre permessi. Anzi, ciascuna prospettiva che inviti, per lo meno, a mettere in discussione una logica scientista che non riconosca alcun limite all’azione di ricerca e di operato scientifico viene accusata di ledere i «diritti fondamentali della persona».

Il termine «diritto» viene utilizzato addirittura per conferire uno statuto di liceità ad un semplice, seppur buono, desiderio. Così, in breve tempo, la prospettiva si è ribaltata e un desiderio, divenuto diritto, si è affermato come valore fondamentale per cui lottare.

L’elevazione del piacere al rango di legge è chiaramente rivelatrice della modernità. Oggi, si è affermata, infatti, la prospettiva per la quale se si vuole ottenere qualcosa e si ha la possibilità economica di ottenerla, allora se ne ha il diritto. La liceità dei propri arbitri e dei propri piaceri è divenuta, ormai, un assunto dogmatico riguardo al quale nessuno può porre il benché minimo dubbio e che ha sostituito la dialettica bene/male.

É evidente che in una simile logica, in cui ogni azione è valutata non in sé, bensì in relazione ad un fine, viene meno il valore oggettivo dell’azione stessa. Di conseguenza, bene e male diventano relativi e, quindi, dipendono dalla situazione e, in ultima analisi, dal nostro desiderio, ovvero dall’arbitrio, dal comodo, dall’interesse del momento.

Una volta che noi siamo schiavi dei nostri impulsi o dei nostri desideri, è anche più facile per il «sistema» indirizzarci, perché è più agevole pilotare gli impulsi e le tensioni.

Un’altra affermazione di fra Timoteo merita una particolare attenzione: «La volontà è quella che pecca». Quindi, se una persona non vuole commettere il male, allora non lo compie, neanche in caso di delitti gravi. Pensiamo ad un giovane che si sia ubriacato e che la notte, tornando a casa tardi, assonnato e in stato di ebbrezza, abbia sterminato una famiglia in un incidente stradale. Evidentemente, non aveva la volontà di uccidere, ma noi potremmo affermare che per questo motivo la strage non sia oggettivamente un’azione cattiva? L’azione è in sé cattiva, a prescindere dalla volontà di chi la compie.

É evidente che oggi, al riguardo, si assiste ad una totale confusione che dalla morale si estende anche al diritto. Assistiamo, per questo, ad una sorta di giustificazione di ogni cattiveria umana tanto che ogni attenuante sembrerebbe togliere il peso oggettivo del male commesso.

Fra Timoteo afferma, poi, che a peccare è la volontà, non il corpo. Con tale asserzione viene in maniera subdola espressa la «schizofrenia contemporanea» che tende a separare lo spirito dal corpo, l’amore dal sesso, la volontà dall’azione. L’uomo ha perduto quell’integrità della persona che la tradizione cristiana ha sempre promosso. La riflessione potrebbe proseguire.

La lettura della Mandragola è soltanto un’esemplificazione tra le tante che si possono proporre ai ragazzi. Per gli studenti è importante cogliere un senso e un percorso nelle scelte dell’insegnante. (pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 3-11-2019)

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