In una società postindustriale come la nostra domina il potere della tecno-scienza e della finanza, l’uomo è considerato come sola materia e bisogno da soddisfare, il principio economico diventa idolo assoluto, l’efficienza diventa il fine di tutto, da perseguire ad ogni costo e sul cui altare immolare tante vittime sacrificali. In questo contesto un’efficienza che non è mezzo, ma fine, annienta l’umano e fa apparire la civiltà composta da ingranaggi di un meccanismo deterministico.

L’uomo non è più considerato homo religiosus tramato di domande sulla vita: quando si dimentica il desiderio dell’uomo, muore in realtà l’uomo stesso, che viene trattato come ingranaggio di un meccanismo che deve efficientemente funzionare. In una società siffatta ha ancora senso celebrare la poesia, assaporarne i versi, impararla a memoria? Chi conosce i grandi poeti di oggi, chi ne legge le opere?

Pensiamo al ruolo che un secolo fa rivestiva la figura del poeta, considerato come interprete di un’epoca e di una civiltà, autorevole giudizio nelle circostanze storiche tragiche. Pensiamo al fatto che nel 1911 il discorso di Pascoli sulla conquista di Libia veniva scritto e volantinato ai soldati. Non si vuole certo qui parlare del valore morale o politico di un documento che manifesta una certa ingenuità nelle ragioni politiche, ma, casomai, si desidera sottolineare l’autorevolezza che godeva allora la figura del poeta. Dopo un secolo, oggi, pochi conoscono i nomi dei poeti, degli artisti e degli intellettuali contemporanei.

Oggi, merita la copertina colui che guadagna di più o fa più scalpore, magari attraverso comportamenti volutamente sopra le righe. Tutto ciò oggi sembra andare di moda ed attrarre. Non è, però, l’esito casuale di un frangente storico, ma cifra distintiva di una nuova cultura o, meglio, pseudocultura.

Oggi giorno giudizi su eventi storici o cambiamenti epocali sono affidati alla verbosità e all’irruenza dei talk show e delle trasmissioni televisive di maggior successo. Oggi sembra essersi avverato quanto aveva profetizzato Leopardi due secoli fa sullo Zibaldone a proposito della poesia. L’acculturamento di massa avrebbe creato una letteratura commerciale per tutti e la poesia sarebbe divenuta sempre più lettura per pochi.

Ma è proprio vero che la poesia, quella grande, quella con la P maiuscola, sia solo per pochi? Racconta Franco Sacchetti nel Trecentonovelle che Dante un giorno si arrabbia con un fabbro e gli storpia gli arnesi del mestiere. Quando il fabbro gli chiede ragione di ciò, Dante risponde che anche il fabbro ha storpiato la sua opera declamandola non alla lettera e, quindi, modificandone le parole.

Al di là del divertente racconto, la vicenda testimonia della popolarità che l’opera di Dante conseguì fin da subito tanto che il popolo amava imparare a memoria i versi del capolavoro. La Commedia era conosciuta da tutti, interessava tutti. Per caso, le opere di Shakespeare hanno perso la loro capacità di comunicare all’uomo di oggi, a distanza di quattrocento anni?

Al contrario, sorprende il fatto che i suoi drammi siano fra i più rappresentati sul palcoscenico teatrale e che vengano riletti, continuamente sceneggiati per versioni cinematografiche, certo a volte con vistose e sgradevoli storpiature.

La grande poesia è immortale. Frequentiamola, leggiamola, facciamola diventare nostra, portiamola con noi, assaporiamone i versi a memoria fin dalla scuola primaria: qualche decennio fa gli studenti rimanevano a scuola solo quattro ore al giorno, ma terminavano il percorso conoscendo un discreto numero di poesie a memoria; oggi, spesso, rimangono a scuola fino a metà o a tardo pomeriggio e, nella maggior parte dei casi, non imparano  a memoria nessun verso.

I primi anni di studio sono fondamentali per imparare a riconoscere quanto è importante: non solo leggere, scrivere, contare, ma anche apprezzare la bellezza (attraverso l’arte e la poesia), sviluppare la memoria, conservare un ricordo di ciò che vale, ecc. Le competenze apprese senza memoria e sapere, non portano a vera cultura e alla possibilità di tramandare una tradizione.

La poesia accende e illumina la vita. Quando una persona legge, apprezza e impara i versi del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia non guarda più la Luna in cielo allo stesso modo, vi riconosce il viso, la cosiddetta «faccia della Luna», con due occhi e una bocca, che Dante chiamava il volto di Caino:

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?

Con Leopardi questo volto diventa simbolo di una presenza superiore all’uomo, che conosce il senso e il destino dell’umano patire e del vivere. I versi si capiscono e si ricomprendono nel tempo e negli anni, bisogna possederli lì, nella memoria, pronti a risalire alla superficie dalla profondità della mente e dell’animo, ad illuminare con l’intuizione o la genialità di qualche poeta che illumina la realtà che abbiamo dinanzi agli occhi.

I grandi poeti sono sempre nostri contemporanei, perché sanno esprimere quello che anche noi viviamo e proviamo, le nostre stesse ansie e le nostre aspirazioni, l’ardore e la paura del vivere, l’horror vacui e il desiderio dell’assoluto. «Hanno questo di proprio le opere di genio, che quando anche rappresentino al vivo la nullità delle cose, […] quando anche esprimano le più terribili disperazioni, tuttavia ad un’anima grande […] servono sempre di consolazione, raccendono l’entusiasmo» (Zibaldone di Leopardi).

La parola ha una potenza incredibile! Ha la capacità di rievocare immagini, fatti, emozioni! La «parola» è una «parabola», termine che proviene da un verbo greco che significa «mettere a confronto, paragonare».

La parabola è, infatti, un genere letterario che consiste nel racconto di un fatto o di una storia per comunicare un concetto più complesso. La parola è, quindi, in sé e per sé già un racconto, una storia, la rievocazione di un’avventura, di una vicenda umana, che nasconde in sé l’affermazione di un significato e di un senso.

Come può allora tramontare l’atto poetico dal momento che ha a che fare con l’uso della parola? Chi scrive un verso usa una parola al posto di un’altra o un’immagine al posto di un fatto, di una riflessione, di un sentimento, spronando, così, il lettore o l’ascoltatore alla scoperta della verità e della storia che è nascosta sotto quel termine. La poesia diventa così scoperta, impone un processo conoscitivo alla ricerca della verità nascosta e, ad un tempo, rivelata. Ne «Il porto sepolto» Ungaretti esprimeva questa potenza dell’atto creativo:

Vi arriva il poeta

E poi torna alla luce con i suoi canti

E li disperde

Di questa poesia

Mi resta

Quel nulla

Di inesauribile segreto.

La poesia è un uso sapiente della parola che è, in un certo senso, espressione stessa dell’uomo, del suo ingegno, della sua ricerca della verità. È testimonianza di un cammino dell’uomo che ha preso coscienza di sé nel tempo della storia. (pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 6-10-2019)

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