Rubrica settimanale su i Promessi Sposi
I PROMESSI SPOSI 23- Giovanni Testori "mette alla prova" i Promessi Sposi PDF Stampa E-mail

altL’opera teatrale di Giovanni Testori I promessi sposi alla prova è un magnifico esempio di rilettura del capolavoro manzoniano mediata attraverso I sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello. Testori rilegge proprio quel Manzoni con cui ha in comune una clamorosa conversione che ha fatto tanto discutere e ha infastidito molti. Lo sperimentalismo di Testori non è fine a se stesso. I temi che il drammaturgo ha a cuore sono di estrema importanza: la necessità della presenza di un maestro nella vita e la scoperta del talento.

Sei personaggi (gli attori che interpretano Renzo, Don Rodrigo, Lucia, Agnese, Perpetua, Gertrude) sono guidati da un regista/maestro, che incarnerà talvolta anche altre parti. Il maestro insegna ai suoi allievi a recitare la propria parte introducendoli al proprio mestiere, a quel compito che uno si assume nella vita, alla responsabilità nei confronti degli altri: una vera e propria missione. Il maestro insegna agli attori ad entrare in rapporto con il reale, ad addentrarsi nella realtà, ma lascia loro la libertà, non li mortifica, ma li sprona a librarsi verso il cielo: «Io le ali non le spezzo! Le aiuto; a librarsi; come quelle dei falchi; o delle poiane; le rimpolpo; le ringagliardisco, io, le ali».

Leggi tutto...
 
I PROMESSI SPOSI 22. Il moralismo di Renzo e la fede di Lucia a confronto PDF Stampa E-mail

altDa quanto si legge nell’ultima pagina del romanzo, comprendiamo che diverso è l’atteggiamento di Renzo e Lucia nei confronti di quanto accaduto: quest’ultima, più discreta e meno moralista, mossa da una fede e da un abbandono al Mistero e a Dio più totali, custodisce e medita l’accaduto in cuor suo senza eccessivi trionfalismi, mentre lo sposo racconta ovunque quanto è loro capitato soffermandosi su quanto ha imparato.

Dice: «-Ho imparato... a non mettermi nei tumulti: ho imparato a non predicare in piazza: ho imparato a guardar con chi parlo: ho imparato a non alzare troppo il gomito: ho imparato a non tenere in mano il martello delle porte, quando c’è lì d’intorno gente che ha la testa calda: ho imparato a non attaccarmi un campanello al piede, prima d’aver pensato quel che ne possa nascere». Insomma, Renzo fa il moralista, si pone di fronte all’accaduto con uno sguardo tutto proteso su di sé più che sul Mistero di chi fa tutte le cose, sforzandosi di migliorare e cambiare e non ripeter più gli errori di prima. La visione di Renzo appare agli occhi di Lucia parziale, in quanto l’esperienza ci insegna che spesso quanto accade non è conforme ai nostri progetti e alle nostre aspettative, anche quando il nostro comportamento è stato dettato dal buon senso: «-E io- disse un giorno al suo moralista -cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che sono venuti a cercare me. Quando non voleste dire- aggiunse, soavemente sospirando, -che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi».

Leggi tutto...
 
I PROMESSI SPOSI 21. I guai non finiscono dopo il matrimonio PDF Stampa E-mail

altQuando si chiede agli studenti come si concluda il romanzo più popolare della nostra letteratura, i più rispondono: «Con il matrimonio di Renzo e Lucia». Manzoni, cattolico e realista, racconta e spiega ben altro, non vuole raccontarci il lieto fine di una favola. Le antologie nel presentarci l’autore lombardo riportano critiche letterarie che cerchino di spiegare il suo pensiero e il senso della storia. I critici si sbizzariscono in ardue e complesse definizioni del problema manzoniano, della sua oscura visione della vita, della provvidenza. Bisognerebbe, invece, partire dalla lettura e dalla comprensione di quanto Manzoni racconta dopo il matrimonio dei due promessi sposi, nelle ultime pagine del romanzo.

Una volta sposato con Lucia, Renzo va ad abitare in un paesino della bergamasca dove si crea una forte attesa per vedere quella donna per la quale il giovanotto ha passato tante traversie. Quando finalmente la sposa giunge in paese, le persone incominciano ad esprimere giudizi non sempre lusinghieri sull’aspetto della ragazza. Le voci girano finché qualche «amico» non pensa di riportare i commenti a Renzo. Questi mostra di aver tutto sommato mantenuto l’indole di un tempo, cova dentro di sé un’ira pronta ad esplodere.

Leggi tutto...
 
I PROMESSI SPOSI 20. Renzo e Lucia sono finalmente sposi PDF Stampa E-mail

altQuando don Abbondio accondiscenderà a celebrare il matrimoniodi Renzo e Lucia? Solo la notizia certa della morte di don Rodrigo aprirà finalmente ai preparativi del matrimonio dei due promessi sposi? Finalmente si torna ai toni della commedia che hanno caratterizzato l’inizio del romanzo.

Renzo porta al curato la notizia che da tanto tempo aspettava. Il palazzotto è ora proprietà di un marchese, un signore ben diverso da quello precedente, che lo ha acquistato. Questo è un segno inequivocabile: don Rodrigo, che Renzo ha visto morente nel lazzaretto, non è guarito. Il curato non riesce, però, a credere alle parole di Renzo. Crederà solo a quelle del sagrestano, Ambrogio, che ha visto con i suoi occhi il Marchese prendere possesso del palazzo. Sentiamo parlare Renzo: «Perché lui l’ha veduto co’ suoi occhi. Io sono stato solamente lì ne’ contorni, e, per dir la verità, ci sono andato appunto perché ho pensato: qualcosa là si dovrebbe sapere. E più d’uno m’ha detto lo stesso. Ho poi incontrato Ambrogio che veniva proprio di lassù, e che l’ha veduto, come dico, far da padrone. Lo vuol sentire, Ambrogio? L’ho fatto aspettar qui fuori apposta».

Leggi tutto...
 
I PROMESSI SPOSI 19. I sopravvissuti alla peste, la provvidenza manzoniana PDF Stampa E-mail

altQuali personaggi del romanzo sopravvivono alla catastrofica peste che semina milioni di morti tra il 1629 e il 1630? La petulante, ma simpatica Perpetua no. Don Abbondio, anche lui ammalatosi, è, invece, guarito ed appare stanco e provato. Manzoni, però, non lo fa morire. Forse che il prete tornerà ora, alla fine della storia, dopo molte disavventure occorse ai due fidanzati, a celebrare quel matrimonio che non volle celebrare due anni prima, perché minacciato dai bravi?

Fra Cristoforo ha contratto la peste nel lazzaretto, mentre opera indefesso per i ricoverati ed è morto («Lucia, domandando del padre Cristoforo a tutti i cappuccini che poté vedere nel lazzeretto, sentì, con più dolore che maraviglia, ch'era morto di peste»). Non muoiono soltanto i cattivi nella storia, come il Podestà, il Conte Attilio e il Conte zio. Questo dimostra che la provvidenza manzoniana non è una sorta di mano di Dio che interviene a porre giustizia laddove non arriva la giustizia umana.

 
Leggi tutto...
 
I PROMESSI SPOSI 18. La morte di Don Rodrigo e la Misericordia PDF Stampa E-mail

altGiunto a Milano, dopo aver assistito a scene pietose, Renzo si reca a casa di donna Prassede e di don Ferrante per conoscere lo stato di salute di Lucia. Trovato l’indirizzo dei due signori, solo dopo alcune vicissitudini, e appreso della malattia dell’amata, sconfortato, si reca nel lazzaretto alla ricerca di lei. Ivi, incontra un frate sporco ed emaciato in cui riconosce Fra Cristoforo. Morto il Conte zio di peste, il frate chiese ed ottenne di essere trasferito a Milano per curare gli ammalati.

Con parole piene di commozione e di genuina curiosità, ignaro di tutto quanto sia capitato ai due giovani, il frate chiede a Renzo dove si trovi Lucia e se sia sua moglie. Il racconto di Renzo, che sintetizza le disavventure dell’amata, il suo rapimento e la liberazione da parte dell’Innominato, riempiono di dolore il frate che si sente in parte colpevole per quanto accaduto. Ora, cerca di avvertire Renzo dell’evenienza che Lucia sia ammalata o addirittura già morta. Il giovane manifesta tutta la sua rabbia nei confronti di colui che è sentito come il responsabile di tutte le sue disavventure. Vorrebbe vendicarsi uccidendolo, ma il frate lo sprona a perdonare e a considerare che nulla è in mano nostra. Gli mostra lo scenario del lazzaretto dicendogli: «Guarda chi è Colui che castiga! Colui che giudica, e non è giudicato!

Leggi tutto...
 
I PROMESSI SPOSI 17 - Il flagello della peste, la ragione della preghiera PDF Stampa E-mail

altOltre alla carestia, verso la fine del 1629 inizia a imperversare nel milanese la pestilenza, introdotta dai lanzichenecchi che scendono nel lecchese. Già nel settembre del 1629 il medico Settala segnala casi di peste alle autorità, troppo prese dalla guerra di successione al Ducato di Mantova per prendere adeguati provvedimenti che arrestino il morbo. All’inizio le autorità non credono alla presenza della peste nel territorio di Milano. Così, dall’ottobre 1629 al marzo 1630 la pestilenza è ancora sotterranea, non conclamata. In pochi mesi, quando esploderà la pandemia, la città di Milano sarà ridotta da 130 mila abitanti a 66 mila unità. Più della metà della popolazione sarà sterminata.

La peste del 1629/1630, di tipo bubbonico, caratterizzata da evidenti tumescenze e letale al 50 per cento, se non curata, si distingue dalla peste nera, o di tipo polmonare, mortale al 99 per cento dei casi, se non curata (come l’esiziale peste nera descritta dal Boccaccio nel Decameron) e da quella setticemica, che non offre alcuna speranza di sopravvivenza. Il baccello della peste verrà individuato solo alla fine dell’Ottocento, quando nell’Europa Occidentale la peste è già definitivamente debellata grazie al miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie, mentre in altri paesi del mondo essa mieterà ancora molte vittime (nell’epidemia del 1994 in India muoiono 11 milioni di persone).

Leggi tutto...
 
I PROMESSI SPOSI 16 - L'incontro dell'Innominato con il Cardinale Federigo Borromeo PDF Stampa E-mail

altAll’alba, seguendo un popolo in festa, l’Innominato giunge al paese e alla casa dove è ospitato il cardinale Federigo, in visita pastorale. E qui avviene l’incontro, insperato, imprevisto, gratuito. «Appena introdotto l’Innominato, Federigo» gli va incontro, con un volto premuroso e sereno, e con le braccia aperte, come a una persona desiderata».

Tra i due grandi, posti l’uno di fronte all’altro, domina all’inizio un silenzio foriero di attenzione e rispetto che prelude ad un colloquio di sguardi. L’Innominato si sente straziato da due sentimenti opposti: la speranza «di trovare un refrigerio al tormento interno» e la vergogna di «venir lì come un miserabile, come un sottomesso, a confessarsi in colpa, a implorare un uomo». L’uomo vecchio (dominato dall’orgoglio, dalla presunzione, dall’istinto a prevaricare sugli altri) è duro a morire. È come se ci fosse una lotta tra l’uomo nuovo insorgente e l’uomo vecchio.

Così, invece, appare al lettore il Cardinale, la cui presenza è di quelle «che annunziano una superiorità e la fanno amare: […] tutte le forme del volto indicavano che in altre età, c’era stata quella  che più propriamente si chiama bellezza; l’abitudine de’ pensieri solenni e benevoli, la pace interna d’una lunga vita, l’amore degli uomini, la gioia continua di una speranza ineffabile, vi avevano sostituita una, dire quasi, bellezza senile, che spiccava ancor più in quella magnifica semplicità della porpora».

 
Leggi tutto...
 
I PROMESSI SPOSI 15 - La scommessa per la vita eterna dell'Innominato PDF Stampa E-mail

altGiunta sera, l’Innominato non riesce a dormire, chiedendosi le ragioni per cui abbia acconsentito così repentinamente all’ennesima infamia. Preso da una cupa disperazione, decide di farla finita, impugna la pistola e se la pone alle tempie. Allora, la sua mente va alla vita che continuerà anche dopo la sua morte, ai suoi nemici che gioiranno della sua morte. «E assorto in queste contemplazioni tormentose, andava alzando e riabbassando, con una forza convulsiva del pollice, il cane della pistola; quando gli balenò in mente un altro pensiero. - Se quell’altra vita di cui m’hanno parlato quand’ero ragazzo, di cui parlano sempre, come se fosse cosa sicura; se quella vita non c’è, se è un invenzione de’ preti; che fo io? perché morire? cos’importa quello che ho fatto? cos’importa? è una pazzia la mia… E se c’è quest’altra vita…!-». Ovvero «Se Dio non esiste, tutto è permesso»: perché dovrebbe esistere il rimorso di coscienza per uno come l’Innominato che, impunito dalla legge, si considera al di sopra di tutto e di tutti? A meno che il cuore, richiamato  alla verità dell’esistenza dalla cruda provocazione della vecchiaia e della morte, non riprenda per un momento a battere in forma umana!

Leggi tutto...
 
I PROMESSI SPOSI 14. La conversione dell'Innominato spiega quella di Manzoni PDF Stampa E-mail

alt"Dio perdona tante cose per un'opera di misericordia". E così, per questa frase di Lucia, il terribile Innominato si convertì. Personaggio realmente esistito, antenato del Manzoni, serve per spiegare la conversione dello scrittore.

Non è un ragionamento, ma un incontro che decide dell’esistenza: non un discorso o una morale, ma un affetto e un abbraccio! Manzoni nei Promessi sposi ci descrive la conversione dell’Innominato, a metà del romanzo, in posizione centrale, a testimonianza dell’importanza dell’episodio. Fallito il matrimonio a sorpresa, come abbiamo visto, Lucia e Renzo fuggono da Pescarenico: Lucia trova rifugio in un convento di Monza nella convinzione di trovare quella protezione di cui altrove non potrebbe godere; Renzo si trasferisce a Milano dove ingenuamente si trova coinvolto nei tumulti popolari scaturiti dalla carestia. Don Rodrigo medita il rapimento di Lucia, ma, una volta scoperto il suo nascondiglio presso la Monaca di Monza, comprende che l’unica possibilità per riuscire nell’impresa è ricorrere al sostegno dell’Innominato.

Questi è un personaggio realmente esistito. La Marchesa Margherita Provana Di Collegno, che conosceva bene Manzoni, scrive sul suo diario: «Sentii da Manzoni che l’Innominato è un Visconti, ed è personaggio verissimo». L’identificazione più attendibile dell’Innominato sarebbe con Francesco Bernardino Visconti, feudatario di Brignano Gera d’Adda. Il fatto sorprendente è che Manzoni è un discendente di Bernardino da parte di madre. L’autore de I promessi sposi è, quindi, parente dell’Innominato. Un amico molto stretto di Alessandro Manzoni come Hermes Visconti afferma che lo scrittore, raccontando la conversione dell’Innominato, ha voluto svelare anche il segreto della sua.

 
Leggi tutto...
 
I PROMESSI SPOSI 13. Milano, l'impatto con una grande città in tumulto PDF Stampa E-mail

altRenzo arriva a Milano l’11 novembre, lo stesso giorno in cui Lucia e Agnese si rifugiano nel convento della Monaca di Monza. Milano è l’unica grande città descritta con dovizia di dettagli nel capolavoro manzoniano. L’autore la conosce bene e il lettore può riconoscere quel nucleo del centro storico che già esisteva nel Seicento. Gran parte della città è mutata dal Seicento all’Ottocento, quando scrive Manzoni. Renzo entra in città attraverso Porta orientale (oggi Venezia), giunge alla Corsia dei Servi (Vittorio Emanuele), poi, ad una piazzetta (l’attuale Piazza Cordusio) e alla casa del Vicario di provvisione. I movimenti di Renzo per la città sono accurati sia la prima volta quando il protagonista si reca in città durante la carestia del 1628 che la seconda volta nell’agosto del 1630 alla ricerca di Lucia.

Quando si inurba, il giovane sembra proprio come il montanaro che giunge in città, di dantesca memoria. Palesa tutta la sua ingenuità quando vede gran copia di farina e di pane sparsi per terra e pensa di essere giunto nel paese della cuccagna. Mette in tasca dei panini senza neppure presagire quanto gli accadrà quel giorno. In realtà, se avesse ascoltato i consigli di fra Cristoforo, non gli sarebbe successo nulla, poiché sarebbe rimasto nel convento di San Babila ad aspettare l’arrivo del frate cappuccino cui era destinata la lettera: Padre Bonaventura. Invece, l’ingenuità, la fretta, l’impazienza e un’eccessiva curiosità lo inducono a vagare per Milano. La prima scena che lo colpisce è quella di una famiglia un po’ insolita.

 
Leggi tutto...
 
RILEGGIAMO I PROMESSI SPOSI 12 - La Monaca di Monza PDF Stampa E-mail

altI promessi sposi sono ambientati nel 1628, quando già da vent’anni Egidio (Giampaolo Osio) è morto e la Monaca di Monza è in clausura a Milano. Il racconto manzoniano, modificando i fatti, renderà i due personaggi immortali. Lo scrittore posticipa l’intera vicenda di quattro lustri per far sì che la Monaca di Monza possa incontrare Lucia ed Agnese ed entrare così come protagonista nel romanzo.

È l’11 novembre 1628, il giorno di San Martino, quello stabilito per la scommessa tra don Rodrigo e il Conte Attilio quando le due donne incontrano Gertrude. Il narratore descrive la Monaca con cura raffinata, con dovizia di dettagli che ci permettono di cogliere l’imperscrutabilità dell’animo, la profondità della sofferenza, il desiderio di trasgressione. Non appena la incontrano, subito Lucia ed Agnese si avvedono che è una donna particolarmente bella, ma di una bellezza strana e, in un certo senso, negletta, che non si adatta ad una donna che ha intrapreso la via della monacazione. Porta, infatti, i capelli lunghi ed una frangia esce dal velo. La vita è particolarmente attillata, come non si addice ad una monaca. Colpisce la sua curiosità morbosa rivolta ai fatti accaduti a Lucia che, interrogata dalla Monaca, all’inizio non risponde. Così, per più volte, prende la parola Agnese, finché Gertrude non inveisce contro di lei: «Voi genitori avete sempre una risposta pronta per i vostri figli». Agnese rimane indispettita, mentre Lucia racconterà in privato alla Monaca le vicende.

 
Leggi tutto...
 
I PROMESSI SPOSI 11- La vera storia della Monaca di Monza PDF Stampa E-mail

altLa Monaca di Monza appartiene alle grandi figure femminili della letteratura, alla lunga  teoria di eroine che comprende, tra le altre, la Medea di Euripide e di Seneca, la Didone virgiliana, la Francesca da Rimini immortalata da Dante. Proprio il personaggio dantesco può, a buon diritto, essere considerato la sorella maggiore della Monaca di Monza. Credo che Manzoni mutui dalla celebre figura infernale più di un aspetto. Entrambe le donne furono costrette a compiere un passo non desiderato, dal momento che Francesca era convinta di sposare Paolo, così come Gertrude non sentiva la vocazione della monacazione. Entrambe le donne si lasciano andare alla passione, che viene, però, opportunamente taciuta e sottointesa da una frase lapidaria: l’endecasillabo dantesco «Quel giorno più non vi leggemmo avante» è sostituito dall’ottonario manzoniano «La sventurata rispose». Le tragedie si compiono e si concludono in un istante, da quell’istante può dipendere tutto, salvezza e dannazione, miseria e riscatto. Francesca e la Monaca di Monza sono due personaggi storici e, nel contempo, tragici, due figure che la letteratura ha reso immortali consegnando in un certo senso alla storia.

Un’attenta ricerca sulla figura della Monaca di Monza ci permette, però, di riflettere sul fatto che la vicenda che conosciamo noi di Gertrude è solo in parte corrispondente alla storia vera.

 
Leggi tutto...
 
I PROMESSI SPOSI 10 - La notte degli imbrogli, il limite della ragione PDF Stampa E-mail

altRenzo e Lucia si preparano a celebrare un matrimonio a sorpresa, coinvolgendo suo malgrado Don Abbondio. Contemporaneamente Don Rodrigo tenta di far rapire Lucia. Entrambi i piani falliscono. La ragione non può calcolare l'imprevisto.

Renzo e Lucia si affidano ai consigli di Agnese, nella prima settimana della storia. Renzo cerca prima la soluzione dal dottore Azzeccagarbugli, poi i due fidanzati sperano che fra Cristoforo sappia persuadere don Rodrigo a desistere dal suo proposito di ostacolare le nozze. Vani si rivelano entrambi i tentativi. Sicché, infine, Agnese propone ai due cari il progetto del matrimonio di sorpresa. Renzo è subito concorde con l’iniziativa, mentre Lucia accetterà solo dopo molta insistenza, una volta constatata l’animosità del fidanzato.

Il progetto è semplice: Agnese intratterrà lontano dall’abitazione del curato Perpetua, mentre Tonio e Gervaso con la scusa di sanare un debito si presenteranno dinanzi a don Abbondio, dato per febbricitante in tutto paese; al momento opportuno Renzo e Lucia, alla presenza dei due testimoni, reciteranno le formule nuziali e il matrimonio sarà così celebrato.

Nella notte degli imbrogli anche don Rodrigo ha tramato un piano per poter vincere la scommessa di san Martino con il Conte Attilio. Ha deciso di far rapire Lucia dai suoi bravi. In una notte in cui dovrebbe dominare il buio, mentre, invece, il chiarore della Luna risplende ad illuminare le trame nascoste, il paese è animato da un particolare dinamismo interno.

L’orchestrazione registica di Manzoni sa ricomporre e intersecare magistralmente in un susseguirsi di colpi di scena e imprevisti i movimenti di Renzo, Lucia e Agnese nell’abitazione del curato, l’arrivo dei bravi, prima, e di Menico, poi, alla casa della promessa sposa. Comicità e dramma si mescolano con sapiente costruzione narrativa in modo tale da svelare i differenti piani di lettura della realtà. Le diverse gradazioni del comico (ironia, umorismo, comicità pura) sottolineano l’incapacità della ragione umana a controllare imprevisti e vicende. Tutti i progetti umani, calcolati fin nel dettaglio, falliscono. L’uomo deve riconoscere, se è onesto con se stesso, che non è autonomo, non può dominare e plasmare la realtà a suo piacimento.

Leggi tutto...
 
I PROMESSI SPOSI 9 - Ogni convertito è fra Cristoforo PDF Stampa E-mail

altLa conversione è presente in tutte le opere di Manzoni, già nelle tragedie (Adelchi e Il Conte di Carmagnola) e ne Il 5 maggio, ove il protagonista si converte sempre in punto di morte, come il buon ladrone Disma nel Vangelo. La fede abbracciata anche in punto di morte apre le porte del Regno dei Cieli, ma non permette alla persona di sperimentare già in vita il centuplo quaggiù. Quindi, se da una parte l’eternità è per tutti coloro che si facciano abbracciare dall’infinita misericordia di Dio, dall’altro la possibilità di sperimentare una vita più piena, più lieta, pervasa dalla speranza, appartiene a quanti abbiano affrontato nell’esistenza il cammino della fede. Così, è un peccato arrivare a dire con l’Adelchi: «Gran segreto è la vita e nol comprende che l’ora estrema». È un peccato arrivare a riconoscere la luce del Cristo solo alla fine, quanto più bello sarebbe stato vivere in Sua compagnia!

Ne I promessi sposi incontriamo ben due personaggi convertitisi non in punto di morte, fra Cristoforo e l’Innominato. «Il padre Cristoforo non era sempre stato così, né sempre era stato Cristoforo: il suo nome di battesimo era Lodovico. Era figliuolo d’un mercante di *** […] che, ne’ suoi ultim’anni, trovandosi assai fornito di beni, e con quell’unico figliuolo, aveva rinunciato al traffico, e s’era dato a viver da signore». Sulla sessantina, porta la barba lunga e bianca, ha «due occhi incavati […] per lo più chinati a terra», che assomigliano a «due cavalli bizzarri, condotti a mano da un cocchiere, col quale sanno, per esperienza, che non si può vincerla, pure fanno, di tempo in tempo, qualche sgambetto». La descrizione rivela ancora tutto il temperamento e il carattere ardimentoso e vivace di un tempo, riconquistato e messo a disposizione, però, di un nuovo compito: la gloria di Cristo. Gesù, infatti, ci fa suoi con tutta la nostra persona, con i pregi e i difetti, così come siamo. Chi era Ludovico prima di diventare fra Cristoforo?

Leggi tutto...
 
<< Inizio < Prec. 1 2 Succ. > Fine >>

Pagina 1 di 2

Condividi sui Social Network

In viaggio con Dante verso le stelle

radio-maria

Il sugo della storia

Il sugo della storia

Maturità 2013

maturità 2013

Maturità 2014

2014_maturita

I promessi sposi

i-promessi-sposi

Divina Dommedia

divina-commedia

Riviste e quotidiani

Avvenire

logo tempi

 

 

 

il sussidiario

 la bussola

la-nuova-bussola-quotidiana



clandestino

studi cattolici

fogli

 

 

il-timone

studi-danteschi