Da quanto si legge nell’ultima pagina del romanzo, comprendiamo che diverso è l’atteggiamento di Renzo e Lucia nei confronti di quanto accaduto: quest’ultima, più discreta e meno moralista, mossa da una fede e da un abbandono al Mistero e a Dio più totali, custodisce e medita l’accaduto in cuor suo senza eccessivi trionfalismi, mentre lo sposo racconta ovunque quanto è loro capitato soffermandosi su quanto ha imparato.

Dice: «-Ho imparato… a non mettermi nei tumulti: ho imparato a non predicare in piazza: ho imparato a guardar con chi parlo: ho imparato a non alzare troppo il gomito: ho imparato a non tenere in mano il martello delle porte, quando c’è lì d’intorno gente che ha la testa calda: ho imparato a non attaccarmi un campanello al piede, prima d’aver pensato quel che ne possa nascere». Insomma, Renzo fa il moralista, si pone di fronte all’accaduto con uno sguardo tutto proteso su di sé più che sul Mistero di chi fa tutte le cose, sforzandosi di migliorare e cambiare e non ripeter più gli errori di prima. La visione di Renzo appare agli occhi di Lucia parziale, in quanto l’esperienza ci insegna che spesso quanto accade non è conforme ai nostri progetti e alle nostre aspettative, anche quando il nostro comportamento è stato dettato dal buon senso: «-E io- disse un giorno al suo moralista -cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che sono venuti a cercare me. Quando non voleste dire- aggiunse, soavemente sospirando, -che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi».

Ebbene i due novelli sposi si mettono a discutere su questo punto e arrivano ad una conclusione che l’anonimo decide di porre come sugo di tutta la storia, perché estremamente giusta e ragionevole, anche se partorita da povera gente. Il sugo della storia è il senso che dà sapore e, quindi, significato all’intera vicenda. È Manzoni stesso a dircelo e, quindi, sembra fuorviante andare a chiederlo e a cercarlo nelle pagine di tanta critica letteraria: «I guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani, e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore».

Questo è il già, la sperimentazione del «centuplo quaggiù», non è l’eliminazione dei problemi, ma uno sguardo nuovo sulla realtà. Esso infonde quella perfetta letizia di cui parla S. Francesco quando afferma che essa risiede nella nostra sofferenza offerta a Cristo per il bene e la salvezza altrui (in questa «offerta» l’amaro si tramuta in dolcezza).

Il centuplo quaggiù non è l’eliminazione della sofferenza, ma si traduce in uno sguardo nuovo e diverso sulla stessa. Anche il male viene guardato diversamente, con una misericordia che abbraccia sé e l’altro per la debolezza umana, nella consapevolezza che il misterium iniquitatis trova solo in Cristo una plausibile risposta. Con queste parole, infatti, S. Paolo si esprime sul mistero del male nell’uomo nella «Lettera ai Romani»: «Sappiamo infatti che la legge è spirituale, mentre io sono di carne, venduto come schiavo del peccato. Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti, io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me […]. Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo  di Gesù Cristo nostro Signore!» ( «Lettera ai Romani» 7, 14-21, 24-25).

Quindi, questo sguardo di misericordia e di tenerezza, nonostante il proprio e l’altrui male, è possibile grazie a Cristo, non proviene dalla censura del male o del dolore, dall’attenuazione o dall’eliminazione del desiderio (in modo tale da estirpare anche il dolore) come tante filosofie o religioni hanno proposto in questi secoli.

Questa è la conclusione de I promessi sposi, che, «benché trovata da povera gente, c’è parsa così giusta» scrive il narratore «che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia». Le ultime righe sembrano prelevate dal saluto finale di una commedia shakespeariana: «La quale, se non v’è dispiaciuta affatto, vogliatene bene a chi l’ha scritta, e anche un pochino a chi l’ha raccomodata. Ma se in vece fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s’è fatto apposta». Pensate, ad esempio, alla conclusione di Sogno di una notte di mezza estate: «Se noi ombre vi siamo dispiaciuti,/ immaginate come se veduti/ ci aveste in sogno, e come una visione/ di fantasia la nostra apparizione./ Se vana e insulsa è stata la vicenda,/ gentile pubblico, faremo ammenda;/ con la vostra benevola clemenza,/ rimedieremo alla nostra insipienza». In questo modo, rifacendosi all’espediente del manoscritto ritrovato, Manzoni si congeda dai suoi lettori. (pubblicato su La nuova bussola quotidiana dell’1-6-2014)

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