Quali personaggi del romanzo sopravvivono alla catastrofica peste che semina milioni di morti tra il 1629 e il 1630? La petulante, ma simpatica Perpetua no. Don Abbondio, anche lui ammalatosi, è, invece, guarito ed appare stanco e provato. Manzoni, però, non lo fa morire. Forse che il prete tornerà ora, alla fine della storia, dopo molte disavventure occorse ai due fidanzati, a celebrare quel matrimonio che non volle celebrare due anni prima, perché minacciato dai bravi?

Fra Cristoforo ha contratto la peste nel lazzaretto, mentre opera indefesso per i ricoverati ed è morto («Lucia, domandando del padre Cristoforo a tutti i cappuccini che poté vedere nel lazzeretto, sentì, con più dolore che maraviglia, ch’era morto di peste»). Non muoiono soltanto i cattivi nella storia, come il Podestà, il Conte Attilio e il Conte zio. Questo dimostra che la provvidenza manzoniana non è una sorta di mano di Dio che interviene a porre giustizia laddove non arriva la giustizia umana.

La Monaca di Monza non si ammala, ma si trasferisce a Milano. Lucia verrà a conoscenza del suo passato dalla vedova di Milano (la storia con Egidio, l’assassinio della conversa), ma anche della sua conversione e del cambiamento di vita in seguito all’incontro con il Cardinale Federigo Borromeo. Sentiamo quanto scrive Manzoni: «Quando Lucia tornò a parlare alla vedova delle sue avventure, più in particolare, e più ordinatamente di quel che avesse potuto in quell’agitazione della prima confidenza, e fece menzione più espressa della signora che l’aveva ricoverata nel monastero di Monza, venne a sapere di costei cose che, dandole la chiave di molti misteri, le riempiron l’animo d’una dolorosa e paurosa maraviglia. Seppe dalla vedova che la sciagurata, caduta in sospetto d’atrocissimi fatti, era stata, per ordine del cardinale, trasportata in un monastero di Milano; che lì, dopo molto infuriare e dibattersi, s’era ravveduta, s’era accusata; e che la sua vita attuale era supplizio volontario tale, che nessuno, a meno di non togliergliela, ne avrebbe potuto trovare un più severo».

L’Innominato ha, come già detto, cambiato condotta. Alla discesa dei Lanzichenecchi ha addirittura fortificato il suo castello per proteggere i paesani e gli abitanti del lecchese che volessero trovare protezione e ospitalità all’interno delle sue mura. Ivi, persino don Abbondio, Lucia e Agnese si erano rifugiati.

Ora vediamo altri personaggi minori con cui abbiamo familiarizzato lungo la storia. Tonio, che ha partecipato con Gervasio al matrimonio di sorpresa di Renzo e Lucia, si è ammalato di peste. Guarito, è però istupidito, tanto che Renzo quando lo vede al rientro da Lecco è convinto di aver visto il fratello.

Donna Prassede, che ha ospitato Lucia nella casa di Milano, muore e Manzoni scrive che quando di lei si dice che è morta abbiamo già detto tutto. Il narratore non ha tanta stima per questo personaggio, come abbiamo potuto appurare dalla descrizione del capitolo XXV: «Era donna Prassede una vecchia gentildonna molto inclinata a far del bene: mestiere certamente il più degno che l’uomo possa esercitare; ma che pur troppo può anche guastare, come tutti gli altri. Per fare il bene, bisogna conoscerlo; e, al pari d’ogni altra cosa, non possiamo conoscerlo che in mezzo alle nostre passioni, per mezzo de’ nostri giudizi, con le nostre idee; le quali bene spesso stanno come possono. Con l’idee donna Prassede si regolava come dicono che si deve far con gli amici: n’aveva poche; ma a quelle poche era molto affezionata. Tra le poche, ce n’era per disgrazia molte delle storte; e non eran quelle che le fossero men care. Le accadeva quindi, o di proporsi per bene ciò che non lo fosse, o di prender per mezzi, cose che potessero piuttosto far riuscire dalla parte opposta, o di crederne leciti di quelli che non lo fossero punto, per una certa supposizione in confuso, che chi fa più del suo dovere possa far più di quel che avrebbe diritto».

Di don Ferrante, invece, Manzoni racconta con grande attenzione come abbia trovato la morte. Il marito di Donna Prassede non crede alla peste e dimostra che la peste non poteva esistere con argomentazioni filosofiche che attingevano alla terminologia specialistica delle «sostanze» e degli «accidenti» («In rerum natura non ci son che due generi di cose: sostanze e accidenti; e se io provo che il contagio non può esser né l’uno né l’altro, avrò provato che non esiste, che è una chimera. E son qui. Le sostanze sono, o spirituali, o materiali. Che il contagio sia sostanza spirituale, è uno sproposito che nessuno vorrebbe sostenere; sicché è inutile parlarne. Le sostanze materiali sono, o semplici, o composte. Ora, sostanza semplice il contagio non è; e si dimostra in quattro parole»). Quando la peste inizia a seminare sempre più morti, allora don Ferrante deve riconoscerne l’esistenza, ma la giustifica come conseguenza delle influenze astrali, perché Giove e Saturno si sono avvicinati. Il contatto con un ammalato non può, quindi, contagiare. È così che don Ferrante si ammala e muore e la sua ricca biblioteca viene portata lungo i navigli per essere venduta.

Renzo, Lucia e Agnese sono sopravissuti. Nulla si oppone ora al matrimonio dei due giovani fidanzati. Così Renzo si reca da don Abbondio «a prendere i concerti per lo sposalizio». «Con un certo fare tra burlesco e rispettoso» gli domanda: «Signor curato, le è poi passato quel dolor di capo, per cui mi diceva di non poterci maritare? Ora siamo a tempo; la sposa c’è: e son qui per sentire quando le sia di comodo: ma questa volta, sarei a pregarla di far presto». Don Abbondio non rifiuta; ma comincia «a tentennare, a trovar cert’altre scuse, a far cert’altre insinuazioni: e perché mettersi in piazza, e far gridare il suo nome, con quella cattura addosso? e che la cosa potrebbe farsi ugualmente altrove; e questo e quest’altro». Allora Renzo replica: «Ho inteso, lei ha ancora un po’ di quel mal di capo. Ma senta, senta». Poi descrive le condizioni di salute in cui ha visto l’ultima volta «quel povero don Rodrigo», che ormai deve essere sicuramente morto. I toni del romanzo sono ormai tornati a quelli della commedia che caratterizzava l’inizio del racconto. Ma don Abbondio si comporta come san Tommaso, dopo la resurrezione di Gesù, che non crede all’evento fin che non ha messo le dita nelle ferite del Signore. Solo la notizia certa della morte del signorotto aprirà finalmente ai preparativi del matrimonio di Renzo e Lucia? (pubblicato su La nuova bussola quotidiana dell’11-5-2014)

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