altGiunto a Milano, dopo aver assistito a scene pietose, Renzo si reca a casa di donna Prassede e di don Ferrante per conoscere lo stato di salute di Lucia. Trovato l’indirizzo dei due signori, solo dopo alcune vicissitudini, e appreso della malattia dell’amata, sconfortato, si reca nel lazzaretto alla ricerca di lei. Ivi, incontra un frate sporco ed emaciato in cui riconosce Fra Cristoforo. Morto il Conte zio di peste, il frate chiese ed ottenne di essere trasferito a Milano per curare gli ammalati.

Con parole piene di commozione e di genuina curiosità, ignaro di tutto quanto sia capitato ai due giovani, il frate chiede a Renzo dove si trovi Lucia e se sia sua moglie. Il racconto di Renzo, che sintetizza le disavventure dell’amata, il suo rapimento e la liberazione da parte dell’Innominato, riempiono di dolore il frate che si sente in parte colpevole per quanto accaduto. Ora, cerca di avvertire Renzo dell’evenienza che Lucia sia ammalata o addirittura già morta. Il giovane manifesta tutta la sua rabbia nei confronti di colui che è sentito come il responsabile di tutte le sue disavventure. Vorrebbe vendicarsi uccidendolo, ma il frate lo sprona a perdonare e a considerare che nulla è in mano nostra. Gli mostra lo scenario del lazzaretto dicendogli: «Guarda chi è Colui che castiga! Colui che giudica, e non è giudicato!

Colui che flagella e che perdona! Ma tu, verme della terra, tu vuoi far giustizia! Tu lo sai, tu, quale sia la giustizia! Va’, sciagurato, vattene! Io, speravo… sì, ho sperato che, prima della mia morte, Dio m’avrebbe data questa consolazione di sentir che la mia povera Lucia fosse viva; forse di vederla, e di sentirmi prometter da lei che rivolgerebbe una preghiera là verso quella fossa dov’io sarò. Va’, tu m’hai levata la mia speranza. Dio non l’ha lasciata in terra per te; e tu, certo, non hai l’ardire di crederti degno che Dio pensi a consolarti. Avrà pensato a lei, perché lei è una di quell’anime a cui son riservate le consolazioni eterne. Va’! non ho più tempo di darti retta». Poi, gli ricorda la sua stessa storia personale, il rimorso di coscienza che da anni lo ha attanagliato dopo l’omicidio del nobile. Solo quando Renzo si è mostrato disposto a perdonare don Rodrigo («Ah gli perdono! gli perdono davvero, gli perdono per sempre!»), il frate lo accompagna in una capanna, dove giace un uomo febbricitante e morente. Renzo vi riconosce il nemico spocchioso e aristocratico. «Stava l’infelice, immoto; spalancati gli occhi, ma senza sguardo; pallido il viso e sparso di macchie nere; nere ed enfiate le labbra: l’avreste detto il viso d’un cadavere, se una contrazione violenta non avesse reso testimonio d’una vita tenace. Il petto si sollevava di quando in quando, con un respiro affannoso; la destra, fuor della cappa, lo premeva vicino al cuore, con uno stringere adunco delle dita, livide tutte, e sulla punta nere».

Un rapido flashback ci permette di ricostruire come don Rodrigo abbia contratto la malattia. In seguito alla morte del conte Attilio don Rodrigo ha tessuto una laudatio funebris di fronte a parenti ed amici invitati ad un banchetto. Non credendo al rischio del contagio per contatto, in maniera incauta, sottrae alcuni oggetti del defunto. La notte stessa ha un incubo. In preda alla febbre sogna di trovarsi in chiesa, vicino a tanti appestati. Ad un certo punto sente una spada che lo colpisce sotto l’ascella e vede un frate che predica da un pulpito. Vi riconosce fra Cristoforo che ad alta voce esclama: «Verrà un giorno…», la stessa frase con cui il religioso ha cercato di dissuaderlo dall’infastidire Lucia. Svegliatosi ed avvedutosi che si tratta solo di un sogno, don Rodrigo si accorge della presenza di un bubbone sotto l’ascella. Ammalato, chiama il fidato bravo Griso chiedendogli di cercare l’aiuto ad un medico che non denuncia i contagiati. Griso, però, si reca dai monatti che accompagnano don Rodrigo nel lazzaretto. Il bravo deruba don Rodrigo e così, contratta la peste, muore poco dopo.

Ritorniamo ora a don Rodrigo che è in punto di morte. Renzo e fra Cristoforo pregano per lui e chiedono a Dio il perdono dei suoi peccati. Il frate arriva ad affermare che quella malattia non è la vendetta di Dio, ma il momento in cui Dio manifesta la sua misericordia, perché permette al peccatore di convertirsi e di ravvedersi: «Può esser castigo, può esser misericordia. Il sentimento che tu proverai ora per quest’uomo che t’ha offeso, sì; lo stesso sentimento, il Dio, che tu pure hai offeso, avrà per te in quel giorno. Benedicilo, e sei benedetto. Da quattro giorni è qui come tu lo vedi, senza dar segno di sentimento. Forse il Signore è pronto a concedergli un’ora di ravvedimento; ma voleva esserne pregato da te: forse vuole che tu ne lo preghi con quella innocente; forse serba la grazia alla tua sola preghiera, alla preghiera d’un cuore afflitto e rassegnato. Forse la salvezza di quest’uomo e la tua dipende ora da te, da un tuo sentimento di perdono, di compassione… d’amore!».

Poi, il frate saluterà Renzo: «Va’ ora, va’ preparato, sia a ricevere una grazia, sia a fare un sacrifizio; a lodar Dio, qualunque sia l’esito delle tue ricerche. E qualunque sia, vieni a darmene notizia; noi lo loderemo insieme». Renzo cercherà Lucia da un’altra parte della città, dove sono ricoverate le donne. La ritroverà che, ammalatasi, è in via di guarigione, ma rimane nel lazzaretto per accudire una vedova, la mercantessa. Renzo è convinto che ormai non ci siano più ostacoli al loro matrimonio. Non è così, però. Lucia ha, infatti, fatto voto alla Madonna di non sposarsi, se fosse stata liberata dall’Innominato. Di fronte alla volontà della giovane di rispettare il voto, Renzo protesta affermando che Lucia si è prima promessa a lui. Renzo chiederà consiglio a fra Cristoforo che scioglierà la ragazza dal voto. Renzo, allora, abbandonerà Milano in cerca di Agnese, futura suocera, per comunicarle che ormai non vi è più alcun impedimento al matrimonio. (pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 4-5-2014)

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