All’alba, seguendo un popolo in festa, l’Innominato giunge al paese e alla casa dove è ospitato il cardinale Federigo, in visita pastorale. E qui avviene l’incontro, insperato, imprevisto, gratuito. «Appena introdotto l’Innominato, Federigo» gli va incontro, con un volto premuroso e sereno, e con le braccia aperte, come a una persona desiderata».

Tra i due grandi, posti l’uno di fronte all’altro, domina all’inizio un silenzio foriero di attenzione e rispetto che prelude ad un colloquio di sguardi. L’Innominato si sente straziato da due sentimenti opposti: la speranza «di trovare un refrigerio al tormento interno» e la vergogna di «venir lì come un miserabile, come un sottomesso, a confessarsi in colpa, a implorare un uomo». L’uomo vecchio (dominato dall’orgoglio, dalla presunzione, dall’istinto a prevaricare sugli altri) è duro a morire. È come se ci fosse una lotta tra l’uomo nuovo insorgente e l’uomo vecchio.

Così, invece, appare al lettore il Cardinale, la cui presenza è di quelle «che annunziano una superiorità e la fanno amare: […] tutte le forme del volto indicavano che in altre età, c’era stata quella  che più propriamente si chiama bellezza; l’abitudine de’ pensieri solenni e benevoli, la pace interna d’una lunga vita, l’amore degli uomini, la gioia continua di una speranza ineffabile, vi avevano sostituita una, dire quasi, bellezza senile, che spiccava ancor più in quella magnifica semplicità della porpora».

È lui che inizia a parlare, dopo un lungo intervallo di silenzio, manifestando la propria gioia per quella visita imprevista e, nel contempo, proclamando il proprio rimorso per non essersi mosso lui prima alla ricerca di quella pecorella smarrita e destando, così, lo stupore dell’interlocutore che si chiede se il Cardinale abbia davvero capito la sua identità. L’uomo di fede allora pronuncia parole che rispondono anticipatamente alle domande dell’Innominato. «Dio sa fare Egli solo maraviglie, e supplisce alla debolezza, alla lentezza de’ suoi poveri servi». E ancora:«Voi avete una buona nuova da darmi, e me la fate tanto sospirare?». Il Cardinale sa leggere il cuore dell’interlocutore meglio di quanto sappia fare quegli e così gli spiega che la novità è che Dio gli ha toccato il cuore. A quel nome l’Innominato sobbalza come quando Lucia l’ha pronunciato, ma questa volta, invece che all’imprecazione, le sue parole sono mosse al tono della preghiera e del desiderio dell’epifania: «Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi! Dov’è questo Dio?». L’invocazione ricorda molto da vicino quella di Leopardi nella poesia «Alla sua donna»: siamo nel 1823 sia per il Fermo e Lucia (il testo da cui derivano I promessi sposi) che per la canzone del Recanatese.

Allora il Cardinale incalza: «Voi me lo domandate? voi? E chi più di voi l’ha vicino?  Non ve lo sentite in cuore, che v’opprime, che v’agita, che non vi lascia stare, e nello stesso tempo v’attira, vi fa presentire una speranza di quiete, di consolazione, d’una consolazione che sarà piena, immensa, subito che voi lo riconosciate, lo confessiate, l’imploriate?». L’Innominato allora si chiede che cosa Dio possa volere da lui, che cosa ne possa ricavare. Prontamente il sant’uomo risponde che Dio può ricavare dalla conversione di quell’uomo una gloria che nessun altro Gli potrebbe dare: il cambiamento del cuore dell’uomo, la conversione, è il più grande miracolo che esista in terra; la salvezza di un uomo che fino ad allora ha operato solo per sé è segno della misericordia, della grandezza e della bontà dell’Onnipotente. Se l’Innominato ha compiuto cose grandi nel male, ancor più Dio può far a lui operare azioni ben più gloriose nel bene. Il Cardinale è grato al Signore per avere assistito ad un tal segno ed esclamando «Dio grande e buono!» stende la mano verso quella dell’interlocutore che, in un primo tempo, rifiuta, preso com’è dal proprio male e dal proprio essere indegno. Ma l’Innominato è proprio come la pecorella smarrita di evangelica memoria, che il buon pastore vuole ricondurre all’ovile, mentre le altre novantanove sono al sicuro. Accolto dal Cardinale, ricambia l’abbraccio affettuoso; la sua ritrosia è vinta dall’ardore della carità. Esclama così: «Dio veramente grande! Dio veramente buono! io mi conosco ora, comprendo chi sono; le mie iniquità mi stanno davanti; ho ribrezzo di me stesso; eppure…! eppure provo un refrigerio, una gioia, sì una gioia, quale non ho provata mai in tutta questa mia orribile vita!».

Solo nell’incontro con qualcuno che ci abbraccia così come siamo, possiamo anche noi abbracciarci e così conoscerci, solo nell’incontro con Dio, padre amoroso, incominciamo a capirci. È esperienza per noi di tutti i giorni: solo in un affetto si conosce veramente! Solo nell’incontro con Cristo l’uomo prende reale consapevolezza della natura del proprio cuore che riprende a vivere di nuova vita, quella che è la sua, naturale, risvegliata in tutta la portata delle esigenze di felicità, di giustizia, di amore, di bene. Nell’incontro con Cristo è ridestato e, per così dire, potenziato il senso religioso dell’uomo. È solo grazie ad un padre che l’uomo può conoscersi e pronunciare, così,  il proprio nome.

La letteratura medioevale mostra, in alcuni suoi autori, chiara coscienza di ciò. Si pensi alla figura del Perceval nell’omonimo romanzo di Chrétien de Troyes. In maniera significativa il suo nome ci viene svelato  solo al verso 3575  dopo che ha compreso la sua vocazione grazie  all’incontro  nel bosco con un cavaliere dall’armatura baluginante; in seguito, apprenderà il suo mestiere attraverso l’educazione di un maestro alla corte di Re Artù. In maniera analoga a quanto accaduto all’Innominato, il protagonista si conosce meglio solo nell’incontro con figure che fungono per lui come da padre.

Allo stesso modo la prima e unica volta in cui compare il nome di Dante nella Divina commedia si ha quando, nel canto XXX del Purgatorio, Dante ha incontrato di nuovo dopo tanti anni Beatrice e, pieno di affetto e di meraviglia, si volta verso colui che ha riconosciuto come maestro e padre e si rende conto che la sua guida, il suo «duce», non c’è più, lo ha abbandonato.  Questa è la scena: «Ma Virgilio n’avea lasciati scemi/ di sé, Virgilio dolcissimo patre,/  Virgilio a cui per mia salute diemi».Allora, Dante piange e  l’amata Beatrice lo riprende: «Dante, perché Virgilio se ne vada,/ non pianger anco, non piangere ancora:/ ché pianger ti conven per altra spada».

Una cosa simile è accaduta all’Innominato che si conosce bene solo dopo l’incontro con il cardinal Federigo. L’Innominato ha incontrato Gesù Cristo  attraverso  un uomo, così come (secondo la tradizione cristiana) ha voluto il metodo scelto da Dio stesso, ovvero che il Padre fosse visibile carnalmente attraverso il Figlio Gesù Cristo, che sarà con noi fino alla fine dei tempi. Nel contempo, in un abbraccio amoroso, l’Innominato desidera essere migliore, ha vergogna dei propri mali, ma non si ferma allo scandalo, anzi sente un refrigerio e una consolazione come mai prima d’allora. Il Cardinale non ha giudicato quel facinoroso, ma l’ha per prima cosa amato. Il male non diviene per lui macigno che grava sulla sua testa mandandolo a fondo, come nelle notti di solitudine, ma di fronte ad una presenza amorosa si fa coscienza del peccato e desiderio di cambiamento. Così, l’Innominato si chiede cosa possa già fare per porre fine alle sue angherie e racconta la vicenda di Lucia. Il male offre l’occasione per compiere la prima azione benevola. Nella fede anche il male può diventare circostanza di redenzione e salvezza. L’Innominato tornerà così al suo castello e terrà un discorso ai bravi: chi vorrà rimanere con lui potrà farlo, ma d’ora in poi le azioni saranno improntate al bene; chi volesse continuare sulla strada della malvagità, sarà libero, ma non potrà rimanere nel suo castello. D’ora innanzi inizierà una vita nuova per l’Innominato. È il miracolo del cambiamento. (pubblicato su La nuova bussolaquotidiana del 13-4-2014)

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