Giunta sera, l’Innominato non riesce a dormire, chiedendosi le ragioni per cui abbia acconsentito così repentinamente all’ennesima infamia. Preso da una cupa disperazione, decide di farla finita, impugna la pistola e se la pone alle tempie. Allora, la sua mente va alla vita che continuerà anche dopo la sua morte, ai suoi nemici che gioiranno della sua morte. «E assorto in queste contemplazioni tormentose, andava alzando e riabbassando, con una forza convulsiva del pollice, il cane della pistola; quando gli balenò in mente un altro pensiero. – Se quell’altra vita di cui m’hanno parlato quand’ero ragazzo, di cui parlano sempre, come se fosse cosa sicura; se quella vita non c’è, se è un invenzione de’ preti; che fo io? perché morire? cos’importa quello che ho fatto? cos’importa? è una pazzia la mia… E se c’è quest’altra vita…!-». Ovvero «Se Dio non esiste, tutto è permesso»: perché dovrebbe esistere il rimorso di coscienza per uno come l’Innominato che, impunito dalla legge, si considera al di sopra di tutto e di tutti? A meno che il cuore, richiamato  alla verità dell’esistenza dalla cruda provocazione della vecchiaia e della morte, non riprenda per un momento a battere in forma umana!

Di fronte al suicidio l’Innominato riflette sull’Aldilà riecheggiando la celebre «scommessa» di Pascal nei suoi Pensieri. Scrive, infatti, il filosofo: «Niente è così importante per l’uomo quanto il suo stato; niente gli è tanto temibile quanto l’eternità. E quindi non è affatto naturale che si trovino degli uomini indifferenti alla perdita del loro essere e al pericolo d’una eternità di miserie». Eppure, i più rimangono indifferenti rispetto al problema dell’eternità, taluni addirittura si compiacciono nell’affermare che nulla sopravvive alla morte. La maggior parte degli uomini teme anche le cose più insignificanti, non dorme per la paura di perdere dei beni, ma non si preoccupa per l’eternità («Essi sono nel pericolo d’una eternità di miserie; e, come se la cosa non ne valesse la pena, trascurano di esaminare se si tratta di una di quelle opinioni che il volgo accetta con troppa credula facilità oppure di una di quelle che, pur essendo oscure per se stesse, hanno un fondamento solidissimo, sebbene nascosto»). Si gioca una partita in cui è necessario puntare, testa o croce, l’eternità o il nulla. «Voi avete da perdere due cose: il vero e il bene, e due cose da impegnare: la vostra ragione e la vostra volontà, […] e la vostra natura ha due cose da fuggire: l’errore e la miseria. La vostra ragione non riceve maggior danno scegliendo l’uno piuttosto che l’altro, perché bisogna necessariamente scegliere… Ma la vostra beatitudine? Valutiamo il guadagno e la perdita, scegliendo croce, cioè l’esistenza di Dio, […]. Se guadagnate, guadagnate tutto; se perdete, non perdete nulla. Scommettete dunque che egli esiste, senza esitare».

Certo,  un discorso non può dar consolazione alla sofferenza umana e al dissidio interiore. Così, anche nel caso dell’Innominato, le sue riflessioni non smorzano la disperazione, anzi la acuiscono, finché non gli torna in mente un volto, quello di Lucia, della carcerata incontrata quel medesimo giorno e che ha pronunciato una frase che, ora, sola sembra dare un po’ di refrigerio all’arsura del suo deserto, o, forse meglio, già Inferno in terra: «Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia».Quelle parole sembrano emesse non già con una voce flebile, timida e impaurita, ma con un’autorevolezza di chi «dispensa grazie e consolazione», l’autorevolezza di chi ha qualcosa da dire alla nostra vita e ci può dare una via di salvezza. Il suo pensiero va all’incarcerata che lui, senza motivo, sta facendo soffrire e lei gli appare come una liberatrice.

Nella notte in cui l’Innominato medita il suicidio gli istanti passano come se fossero ore interminabili, che gravano sulla fatica dell’esistenza, fintanto che non sopraggiunge l’alba e con quella anche voci confuse di gioia, che annunciano un senso di allegria comune. Preso da un sentimento misto di invidia (per un’allegria che scorge dagli accenti e dal volto altrui, ben lungi dalla cupa disperazione che si è impadronita di lui) e di speranza  che qualche parola di conforto possa esserci anche per lui, l’Innominato invia qualche bravo ad informarsi sulle ragioni di quel «pellegrinaggio» concorde e lieto. Si chiede: «Che diavolo hanno costoro? che c’è d’allegro in questo maledetto paese? dove va tutta quella canaglia?».

L’Innominato si affaccia alla finestra  per guardare, come attratto da una letizia inusuale e che non sembrerebbe appartenere a questo mondo, da un’allegra baldanza che non risponde ai criteri puramente umani. «Erano uomini, donne, fanciulli, a brigate, a coppie, soli; uno, raggiungendo chi gli era avanti, s’accompagnava con lui; un altro, uscendo di casa, s’univa col primo che rintoppasse; e andavano insieme, come amici a un viaggio convenuto. Gli atti indicavano manifestamente una fretta e una gioia comune; e quel rimbombo non accordato ma consentaneo delle varie campane, quali più, quali meno vicine, pareva, per dir così, la voce di quei gesti, e il supplemento delle parole che non potevano arrivare lassù. Guardava, guardava; e gli cresceva in cuore una più che curiosità di saper cosa mai potesse comunicare un trasporto uguale a tanta gente diversa».

Si segue, quando si è autentici, veri con se stessi, ad una letizia che ci colpisce e a noi sconosciuta per vedere dove stia di casa, dove  abiti, come i primi due apostoli, incontrato Gesù, gli chiedono: «Maestro, dove abiti?». Così,  anche il ribaldo segue quel popolo in cammino, concorde e lieto, che tanto ricorda la comunione delle anime nella salita delle balze del Purgatorio di Dante.

(pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 6-4-2014)

Commenta questo Articolo