La Monaca di Monza appartiene alle grandi figure femminili della letteratura, alla lunga  teoria di eroine che comprende, tra le altre, la Medea di Euripide e di Seneca, la Didone virgiliana, la Francesca da Rimini immortalata da Dante. Proprio il personaggio dantesco può, a buon diritto, essere considerato la sorella maggiore della Monaca di Monza. Credo che Manzoni mutui dalla celebre figura infernale più di un aspetto. Entrambe le donne furono costrette a compiere un passo non desiderato, dal momento che Francesca era convinta di sposare Paolo, così come Gertrude non sentiva la vocazione della monacazione. Entrambe le donne si lasciano andare alla passione, che viene, però, opportunamente taciuta e sottointesa da una frase lapidaria: l’endecasillabo dantesco «Quel giorno più non vi leggemmo avante» è sostituito dall’ottonario manzoniano «La sventurata rispose». Le tragedie si compiono e si concludono in un istante, da quell’istante può dipendere tutto, salvezza e dannazione, miseria e riscatto. Francesca e la Monaca di Monza sono due personaggi storici e, nel contempo, tragici, due figure che la letteratura ha reso immortali consegnando in un certo senso alla storia.

Un’attenta ricerca sulla figura della Monaca di Monza ci permette, però, di riflettere sul fatto che la vicenda che conosciamo noi di Gertrude è solo in parte corrispondente alla storia vera.

Manzoni si documenta certamente con dovizia, legge la vicenda raccontata dallo storico Giuseppe Ripamonti, che in parte è romanzata, e riesce a consultare per qualche tempo anche gli atti del processo a Suor Virginia Maria de Leyva, signore di Monza. Lo scrittore lombardo, però, prende in considerazione e sviluppa del personaggio solo un breve arco temporale, quello che gli interessa per tratteggiare un’immagine nera, un po’ gotica e maledetta di una figlia che non ha saputo reagire alla soprafazione paterna e non ha trovato riscatto e redenzione nella sua vocazione. Tra l’altro negli atti del processo non c’è alcun riferimento alla monacazione forzata. Nella storia letteraria già la tradizione sul don Giovanni aveva considerato solo i primi trent’anni di vita di Miguel Manara trascurando la conversione e l’impeto missionario che avevano caratterizzato la sua vita fino a farlo morire in odore di santità. Dalla lettura delle fonti ricaviamo una gradita quanto insospettata sorpresa: anche la Monaca di Monza trascorre gli ultimi decenni della sua vita (più di quarant’anni) avvolta da una fama di santità, di condotta mutata e di ansia di espiazione. Inoltre, ulteriore sorpresa è il fatto che nel novembre del 1628, quando Lucia è giunta nel convento di Monza, la Monaca già da vent’anni si è allontanata dalla triste condotta precedente. Manzoni contraddice, così, quel vero storico considerato come punto di riferimento ideale di un’opera d’arte. Si comprende meglio, allora, perché nel breve saggio Sul romanzo storico l’autore rinneghi il suo capolavoro perché non in sintonia con la veridicità dei fatti.

Vediamo allora in sintesi le reali vicende storiche che riguardano la Monaca di Monza, al secolo Marianna, nata nel 1575, figlia di don Martino de Leyva, principe d’Ascoli e conte di Monza. Rimasta orfana di madre, entrò come educanda nel convento di Santa Margherita a Monza, ove pronunciò i voti solenni a sedici anni col nome di Virginia Maria. Una vocazione certamente non sentita, subita, vissuta nei primi anni lontano dalla obbedienza e dalla verginità. La monaca conobbe nel 1598 Giampaolo Osio, giovane scapestrato, già autore di delitti. Dalla relazione nacque Alma Francesca Margherita. La storia d’amore fu scoperta da una conversa Caterina da Meda, che venne uccisa (1606). Le indagini condotte con dovizia, grazie anche all’intervento dell’Arcivescovo Cardinal Federico Borromeo, condussero a individuare il colpevole. Condannato a morte nel 1608, Osio non venne in realtà mai catturato, ma morì ucciso da un amico. La Monaca di Monza riconobbe le sue colpe. Rinchiusa nella Pia Casa delle Convertite di Milano, vi rimane fino al 1622. Scarcerata, visse penitente fino 1650 e  morì in odore di santità.

Nel Fermo e Lucia Manzoni dedica addirittura sei capitoli alla donna, soffermandosi anche sull’amore che la lega ad Egidio e sull’omicidio della conversa. Queste scene vengono tolte da I promessi sposi perché sentite come eccessivamente passionali e morbose. Manzoni non vuole rappresentare il fascino e la seduzione del male, vuole evitare di indurre in tentazione con le pagine da lui scritte, così come fecero tanti autori nel passato, così come è accaduto a Paolo e Francesca che hanno scoperto la reciproca passione mentre leggevano il Lancillotto o il cavaliere della carretta di Chrétien de Troyes. «Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse». Per le stesse ragioni Manzoni eliminerà da I promessi sposi anche il racconto dell’omicidio di Caterina de Meda. Nel Fermo e Lucia altre due suore erano complici della tresca della Monaca con Egidio e sono coinvolte nell’assassinio. Gertrude (che nella prima versione è Geltrude) non vuole essere coinvolta nel truce delitto e nel nascondimento del cadavere, come se volesse prendere le distanze da quanto accaduto. Egidio produce un foro nel muro di cinta del monastero cosicché tutti possano pensare che la suora è fuggita altrove.

Il sospetto della fuga è presente anche ne I promessi sposi. Il racconto complessivo viene, però, ridotto da sei capitoli a due (IX e X). Mentre Renzo giunge a Milano, Lucia e Agnese si trasferiscono a Monza da un padre cappuccino, amico di fra Cristoforo. Questi accompagnerà le due donne nel luogo che ritiene più sicuro, il convento dove risiede la Monaca di Monza. Il giorno di san Martino, avviene l’incontro. Ne parleremo la prossima volta.

(pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 9-3-2014)

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