Sarebbe interessante condurre una statistica al riguardo tra tutti quanti affermano di aver studiato il romanzo più importante della letteratura italiana. Nel mio piccolo ho condotto una statistica in questi quindici anni di insegnamento al triennio delle superiori (tre in istituti professionali e ben dodici in Licei classici e scientifici). Non mi risulta difficile calcolare la percentuale, perché posso con certezza affermare che ancora nessuno studente, quando mi accingo ad affrontare Manzoni al triennio e chiedo la conclusione del romanzo (che dovrebbe aver già letto al biennio), sia riuscito nell’impresa! Quindi, tra gli studenti che arrivano all’ultimo anno della scuola superiore, nessuno (0 per cento) conosce la conclusione.

Le risposte che più si sono avvicinate, per la verità, sono state queste: il romanzo prosegue per poco e Renzo e Lucia hanno dei figli oppure i due protagonisti non sono così contenti. Tutto qui? Vi sembra possibile che in un anno di scuola il docente non abbia un’ora di tempo per raccontare quanto Manzoni abbia voluto dirci? È un’omissione voluta o casuale? Per approfondire un aspetto della realtà è importante metterlo in relazione con il suo significato, con il senso, quello che Manzoni chiama «il sugo della storia». Il nostro autore, cattolico e realista, non ha voluto scrivere una favola a lieto fine, come potrebbe a taluni sembrare, né tantomeno ha voluto scrivere un’opera moralista. Entrambe le interpretazioni sono una deliberata riduzione della genialità del cristianesimo che emerge dalla lettura del romanzo.

  Sui Promessi sposi si è scritto davvero tanto. A riguardo del romanzo e del suo autore Eco ha commentato recentemente: «Il signor Alessandro sembra amare molto i poveretti, ma certo non sa proprio come aiutarli a far valere i loro diritti. E siccome, per l’appunto, era un cristiano assai fervente, tutti hanno detto che la sua morale era che bisogna rassegnarsi e sperare solo nella Provvidenza». Mi chiedo io che cosa abbia compreso realmente l’illustre semiologo e romanziere su I promessi sposi e sull’autore lombardo, colui che è considerato il padre della lingua italiana insieme al grande Dante, che visse fino alla veneranda età di ottantotto anni tanto da essere considerato per decenni poeta vate e riferimento vivente dei valori cristiani da una parte e risorgimentali dall’altra, divenne senatore a vita e fu coinvolto nelle commissioni per l’unificazione linguistica dell’Italia dopo l’unificazione politica.

Nato nel 1785, figlio di Giulia Beccaria e di Pietro Manzoni, Alessandro ha come nonno l’illustre illuminista milanese Cesare Beccaria, l’autore de I delitti e delle pene. Si può dire, a ragion veduta, che Manzoni ha l’Illuminismo nel sangue e nella cultura con cui si forma nei primi decenni. È opinione diffusa che il vero padre di Alessandro sia Giovanni Verri (fratello minore dei più famosi Pietro e Alessandro), con cui Giulia ha una relazione. Ben presto Pietro Manzoni si separa dalla ben più giovane moglie e a soli sei anni Alessandro si ritrova a studiare in collegio, prima dai Padri Barnabiti, poi dai Somaschi. Si forma, così, una cultura illuministica moderna, all’insegna dei filosofi e letterati francesi, e, per contrasto con l’ambiente cattolico in cui studia, cresce anticlericale allontanandosi sempre più dalla chiesa cattolica e dalla fede.
A vent’anni Manzoni si trasferisce a Parigi per incontrare la madre e il nuovo compagno di lei Carlo Imbonati. La trova, però, in lutto per l’avvenuta scomparsa dell’amato compagno. Manzoni comporrà la sua poesia neoclassica più celebre, il carme «In morte di Carlo Imbonati». Ben chiaro è già nel giovane che la ricerca della verità deve essere la bussola che guidi i suoi passi. Nel componimento il defunto Carlo Imbonati lascia ad Alessandro una sorta di testamento spirituale: «Sentir […] e meditar: di poco/ esser contento: da la meta mai/ non torcer gli occhi: conservar la mano/ pura e la mente: de le umane cose/ tanto sperimentar, quanto ti basti/ per non curarle: non ti far mai servo:/ non far tregua coi vili: il santo Vero/ mai non tradir: né proferir mai verbo,/ che plauda al vizio, o la virtù derida».

L’incontro prima con Enrichetta Blondel, che sposerà sia civilmente che con rito calvinista l’8 febbraio del 1808, e poi con il padre spirituale Eustachio Degola porterà Manzoni ad un cammino di fede e alla conversione al cattolicesimo, di cui la celebrazione del matrimonio per la seconda volta, ora con rito cattolico, il 15 febbraio del 1810, potrebbe già essere un chiaro segno. Manzoni sarà sempre refrattario a parlare della sua conversione. L’aneddotica riduce questo cammino lungo, durato qualche anno, al celebre episodio accaduto nella chiesa di San Rocco a Parigi. Durante il matrimonio di Napoleone (2 aprile del 1810) la moglie sviene, Manzoni si perde e in una crisi di agorafobia si rifugia in chiesa a pregare. Ne esce convertito e ritrova la moglie. Ermes Visconti, uno degli amici più intimi di Manzoni, comprende che il cammino di fede di Alessandro è adombrato nella vicenda centrale dei Promessi sposi, la conversione dell’Innominato.

Quasi concomitante alla conversione religiosa di Manzoni è quella letteraria. Nel 1809 lo scrittore lombardo abbandona definitivamente il Neoclassicismo per il Romanticismo. Ha composto in quegli anni «Il trionfo della libertà», «L’Adda», «In morte di Carlo Imbonati». Ora scrive: «Comporrò forse versi più brutti, ma mai così menzogneri». L’abbandono del Neoclassicismo è nel nome della verità. Miti pagani, e leggende classiche lasciano il posto alla produzione cristiana, di cui sono emblematici gli «Inni sacri». Inizia, così, la stagione più prolifica della vita di Manzoni. Ne parleremo la prossima volta. (pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 29-12-2013)

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