La ragione del cuore il blog di Giovanni Fighera
IL SECONDO OTTOCENTO DA CAPIRE 11- Verga, il verista alla disperata ricerca del successo PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per vergaNella seconda metà dell’Ottocento anche in Italia si diffondono il positivismo e il naturalismo francese. La traduzione e la lettura dei romanzi d’Oltralpe portano in pochi anni alla nascita anche nel nostro Paese di un movimento letterario collocabile nello stesso ambito scientista: il verismo.

I veristi condividono con i naturalisti alcune idee sull’uomo e sulla letteratura: accettano la condizione deterministica dell’agire umano, considerano la vita interiore spiegabile in termini psico-fisici, vogliono applicare anche alla letteratura il metodo rigoroso della scienza. In che modo è possibile applicare la metodologia della scienza alla letteratura? Lo scrittore deve guardare «i documenti umani», i fatti veri, storici, analizzati con scrupolo scientifico, in maniera oggettiva secondo il canone dell’impersonalità: la mano dell’artista deve rimanere assolutamente invisibile. 

Se tante sono le somiglianze con il naturalismo, non minori sono le differenze che distinguono il verismo dal movimento francese. Il maestro del verismo Luigi Capuana sostiene che la letteratura è un’arte, non una scienza: dalla scienza la scrittura deve prelevare solo lo scrupolo della rappresentazione oggettiva e impersonale, ma non si può sostenere che la letteratura sia subordinata alla sociologia e alla politica. L’arte è autonoma e non è finalizzata al progresso della società o al miglioramento delle condizioni delle classi sociali inferiori. Tra l’altro il verismo appare pessimista sull’effettiva possibilità di cambiamento dei poveri e dei diseredati. Se gli scrittori naturalisti sono convinti che il progresso porterà nel tempo al miglioramento delle condizioni di tutti i ceti e alla risoluzione di tutti i problemi, i veristi appaiono fatalisti e pessimisti al riguardo. Basti pensare al ciclo dei vinti di Verga in cui i personaggi aspirano ad un cambiamento economico e sociale, ma rimangono travolti dalla «marea» del progresso e soccombono. Anche chi riuscisse a scalare i gradini della società è, poi, costretto a soccombere perché si ritrova isolato. 

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L'AVVENTURA DEL VIAGGIO. INFERNO 6. La politica non può salvare l'uomo PDF Stampa E-mail

altDopo la questione dell’educazione affettiva Dante affronta subito anche quella dell’impegno politico. Potremmo anche dire che il poeta ha fin da subito sottolineato gli ambiti e i problemi fondamentali dell’umana esistenza: la «decisione per l’esistenza» (primi tre canti), la vocazione/affettività (canto V), il vivere associato (canto VI).

Nel canto VI dell’Inferno viene descritto il III cerchio, «de la piova/ etterna, maladetta, fredda e greve». A custodia delle anime si trova Cerbero, che nel Medioevo rappresenta sia l’ingordigia che le discordie civili. «Fiera crudele e diversa», provvista di tre teste, dagli occhi vermigli, dalla barba unta e atra, il mostro, mutuato dall’Eneide virgiliana, «graffia li spirti ed iscoia ed isquatra». Sono le anime dei golosi. Dante incontra qui Ciacco, soprannome che significa «porco» a designare il peccato per cui è condannato all’Inferno. Questi si presenta dichiarandosi appartenente alla città di Firenze, «ch'è piena/ d'invidia sì che già trabocca il sacco […]». Il poeta fiorentino non rivela particolare affetto per il conterraneo. Anzi, quanto è il trasporto affettivo nei confronti di Paolo e Francesca, emerso nel canto precedente, altrettanto è il distacco che trapela per Ciacco. Solo apparente è, infatti, il dolore che prova per il goloso («il tuo affanno/
mi pesa sì, ch'a lagrimar mi 'nvita»), perché subito lo incalza con tre domande: a che punto arriveranno i fiorentini con le loro discordie, c’è qualche giusto, quali sono le ragioni che hanno disseminato l’odio nella città? Ciacco risponde con precisione e grande sintesi. Il futuro di Firenze vedrà prima la supremazia dei Guelfi bianchi, poi prenderanno il potere i neri grazie all’appoggio del Papa Bonifacio VIII. «Giusti son due, e non vi sono intesi;/ superbia, invidia e avarizia sono/ le tre faville c'hanno i cuori accesi». I tre gravi peccati che non permettono agli uomini di vivere in pace, nel rispetto reciproco e nella prospettiva di realizzare il bene comune, sono l’«amor excellentiae» (come san Tommaso definisce il desiderio di primeggiare non riconoscendo il valore altrui), l’invidia ovvero il «guardare male, con ostilità qualcuno» e la brama di denaro.

 

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Maturità 2017. Ungaretti, l’esperienza di una vita PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per ungarettiMaturità 2017. Prosegue il viaggio in preparazione dell’Esame di Stato. Dopo Giovanni Pascoli, Gabriele D’AnnunzioLuigi Pirandello e Italo Svevo oggi parliamo di Giuseppe Ungaretti, poeta che è stato scelto per ben tre volte per l’Analisi di testo: nel 1999 la poesia «I fiumi», nel 2006 «L’isola», nel 2009 «Lucca».

 

La vita

Nato ad Alessandria d’Egitto nel 1888, orfano di padre, Ungaretti viene cresciuto ed educato dalla madre. Nel 1912 si trasferisce a Parigi ove conosce l’ambiente mondano e gli artisti più in vista. Rientra in Italia e parte volontario per la guerra. L’esperienza al fronte italiano e poi francese lo segna indelebilmente. Nel 1928, dopo una settimana trascorsa in compagnia di un amico nel Monastero di Subiaco, matura la sua conversione. Nel 1929 muore la madre. Nel 1936 parte per il Brasile come docente di Italiano all’Università di San Paolo. Nel 1939 muore il figlio Antonietto a soli nove anni. Ritornato in Italia nel 1942 e nominato accademico d’Italia, Ungaretti continuerà la sua attività di poeta, di docente universitario, di conferenziere per tanti anni, conseguendo un prestigio internazionale e finanche collaborando con la televisione. Morirà a Milano nel 1970, senza aver conseguito il tanto sospirato Premio Nobel.

 

La poesia

Lontano dal razionalismo e da una ragione ridotta a misura, Ungaretti è da sempre animato da un vivo senso religioso, da un desiderio sincero di capire le ragioni, di andare nella profondità delle cose. La sua poesia vuole raccontare la scoperta della realtà e della verità. In Ragioni d’una poesia Ungaretti (1888-1970) scrive: «Il mistero c’è, è in noi. Basta non dimenticarcene. Il mistero c’è, e col mistero, di pari passo, la misura; ma non la misura del mistero, cosa umanamente insensata; ma di qualche cosa che in un certo senso al mistero si opponga pur essendone la manifestazione più alta: questo mondo terreno considerato come continua invenzione dell’uomo».

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"Parma, la pura luce del giovane Correggio" di Margherita del Castillo PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per san giovanni evangelista parmaUna chiesa, un monastero e un’antica spezieria formano il complesso di San Giovanni Evangelista, nel centro storico di Parma. Questo luogo di fede vanta origini molto antiche, risalendo a prima dell’anno Mille: nel 980 il vescovo Sigifredo II lo costruì fuori le mura, laddove già esisteva un oratorio intitolato a san Colombano, affidandolo alla cura dei figli di san Benedetto. Questo si legge nei documenti relativi al convento che conobbe nel corso del Cinquecento una vera e propria espansione e, di conseguenza, una profonda trasformazione.

Il campanile, che con i suoi 75 metri è il più alto di Parma, affianca dal 1613 la facciata marmorea barocca, completata nel 1607 su disegno di Simone Moschino. L’interno ha un impianto basilicale: le tre navate, coperte da volte a crociera, si intersecano con il transetto a formare una croce latina. Al centro, fulcro dello spazio sacro, si innalza la cupola la cui calotta venne affrescata, tra il 1520 e il 1524, da un giovane Correggio con una spettacolare scena dell’Ascensione di Cristo, altrimenti interpretata come la visione che San Giovanni descrive all’inizio dell’Apocalisse. Annullando qualsiasi riferimento spaziale, il maestro inserisce l’apparizione divina in un contesto di pura luce. La figura di Cristo fluttua in una dimensione celestiale che sfonda ogni limite architettonico, dilata all’infinito lo spazio e, d’altra parte, attrae a sé. Sulle nubi disposte tutto attorno, tra cui giocano putti festosi, sono seduti gli Apostoli, ripresi  in diverse posizioni. Sono undici: Giovanni, infatti, è raffigurato più in basso, sul bordo del tamburo, gli occhi fissi in quelli di Gesù che sembra indicare al discepolo prediletto, ormai vegliardo, il posto che lo aspetta. 

Della cupola, oltre alla calotta, Correggio dipinse anche pennacchi, sottarchi e cilindro, rispettivamente occupati da coppie di Dottori della Chiesa con Evangelisti, da monocromi con scene veterotestamentarie e da episodi cristologici, inseriti tra simboli del tetramorfo.  Il suo primo intervento nell’abbazia è stato identificato nel giovane e bellissimo San Giovanni con l’ aquila, nella lunetta dell’accesso alla sagrestia nel transetto sinistro. Al pennello dell’Allegri si devono, infine, le grottesche della crociera mentre è andato distrutto, nell’ampiamento del presbiterio, l’affresco con l’Incoronazione della Vergine di cui restano frammenti in diverse istituzioni museali.

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L'AVVENTURA DEL VIAGGIO INFERNO 5. Ci si può educare ad amare? PDF Stampa E-mail

altNell’immortale canto V dell’Inferno viene descritto il secondo cerchio che comprende le anime dei lussuriosi, definiti come coloro che la «ragione sottomettono al talento». Sentimento e attrazione («talento») per l’altro sono importanti, ma non possono sopraffare la ragione, ovvero l’apertura alla realtà secondo la totalità dei fattori in gioco. Voler bene all’altro significa voler il bene dell’altro, la sua realizzazione e il suo compimento. Come può essere considerato un amore vero un rapporto che non realizza e non compie, che non guarda al destino e alla strada del compagno? Trascinati da una bufera che mai non ha sosta, a somiglianza del vento delle passioni che non seppero controllare in vita, i lussuriosi sono più volte paragonati ad uccelli che volano in un’aria cupa e di colore «perso» (cioè scuro). Dapprima l’intero gruppo di anime è paragonato agli stornelli che sono trascinati «a schiera larga e piena […] di qua, di là, di giù, di sù». Poi, in mezzo a loro Dante vede una lunga teoria di anime simili a «gru», che sono i lussuriosi che hanno concluso la loro vita con una morte violenta.

 

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IL SECONDO OTTOCENTO DA CAPIRE 10- Il dolore per un passato irripetibile PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per carducci  conversioneLa dimensione della memoria e il ritorno ai luoghi dell’infanzia pervadono la poesia «Dinanzi a San Guido» presente nella raccolta carducciana Rime nuove. Nei versi sembra incarnarsi quanto avrebbe più tardi scritto Pascoli nella «Lettera prefatoria» dei Primi poemetti: «Il ricordo è del fatto come una pittura: pittura bella, se impressa bene in anima buona, anche se di cose non belle. Il ricordo è poesia, e la poesia non è se non ricordo. Quindi noi di poesia ne abbiamo a dovizia».

Durante un viaggio in treno da Civitavecchia a Livorno Carducci rivede i luoghi dell’infanzia e «i cipressetti» che lo riconoscono e si ricordano di quel Carducci bambino che lanciava i sassi contro di loro. Non portano rancore, ma anzi lo invitano a sostare, a sospendere la frenesia che anima il mondo degli adulti, a ritornare bambino e a ricordare il tempo trascorso. Pochi versi sono sufficienti a Carducci per riportare il lettore indietro nel proprio passato, ad un tempo che sembra ormai fuggito per sempre. Eppure la poesia come per magia permette di far rivivere gli anni della perduta giovinezza e i cari che non ci sono più.

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Congresso Dantesco Internazionale - Alma Dante 2017 Ravenna 24-27 maggio PDF Stampa E-mail

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FOSCOLO EXUL IMMERITUS.

La presenza della Commedia nella sua opera letteraria  (Giovanni Fighera)

venerdì 26 maggio ore 10:30

Congresso Dantesco Internazionale - International Dante Conference. Alma Dante 2017

Ravenna 24-27 maggio 2017

 

Congresso Dantesco Internazionale
International Dante Conference

Alma Dante 2017
Ravenna 24-27 maggio 2017

 

Dal 24 al 27 maggio 2017 si terrà a Ravenna la prima edizione del Congresso Dantesco Internazionale / International Dante Conference “Alma Dante 2017”, promossa dall’Università di Bologna in collaborazione con il Comune di Ravenna e con il patrocinio delle maggiori società scientifiche, letterarie e linguistiche interessate allo studio e alla divulgazione delle opere di Dante.

Il fine del Congresso, che avrà cadenza biennale, è quello di offrire a tutti gli studiosi di Dante e della sua fortuna la possibilità di incontrarsi, di presentare e discutere le proprie ricerche, di venire a conoscenza delle ricerche degli altri studiosi.

La sede del congresso sarà la città di Ravenna, da sempre impegnata a promuovere lo studio e la lettura di Dante. Alcuni fra i luoghi più prestigiosi della città ospiteranno le sessioni del congresso. Le sessioni plenarie saranno ospitate dal Comune di Ravenna, nella splendida Sala Dantesca della Biblioteca Classense e nell’elegante Palazzo Rasponi. Le sessioni parallele si svolgeranno nel Palazzo Corradini, presso il Dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Bologna, sede di Ravenna.

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L'AVVENTURA DEL VIAGGIO 4. La geniale pedagogia di Dante PDF Stampa E-mail

altAbbiamo lasciato Dante nella selva oscura mentre, sprofondando sempre più in basso, chiede aiuto a Virgilio: «Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;/ aiutami da lei, famoso saggio,/ ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi». La lupa, ovvero la cupidigia, il desiderio di essere sempre più potenti, più prestigiosi, più ricchi, non permette ad alcuno di intraprendere la via del bene  e della felicità, «ché […] non lascia altrui passar per la sua via,/ ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide». Questa bestia opererà sulla Terra, finché non giungerà il veltro che la ricaccerà all’Inferno, là da dove proviene. Ecco la prima profezia dantesca, quella del veltro, un personaggio storico che nascerà «tra feltro e feltro» (in povertà o tra Feltre  e Montefeltro?) oppure lo stesso Cristo che ritornerà nella gloria (parusia). Non intendiamo qui soffermarci su questa profezia che verrà ripresa alla fine del canto XXXIII del Purgatorio (come dimostra Barbara Reynolds nel suo Dante), su cui, quindi, ritorneremo. Certo è che, dopo le parole di Virgilio, vinta ogni paura, Dante viator appare propenso a partire tanto da esclamare: «Poeta, io ti richeggio/ per quello Dio che tu non conoscesti,/ acciò ch’io fugga questo male e peggio,/ che tu mi meni là dov’or dicesti,/ sì ch’io veggia la porta di san Pietro/ e color cui tu fai cotanto mesti». Allora il maestro Virgilio si muove e il discepolo lo segue.

Può bastare un discorso per convincere un uomo, per sfrondare tutte le paure, per suscitare un impavido desiderio di giungere quanto prima alla meta? Forse, tutti noi capiamo che le parole sono insufficienti, di fronte alle difficoltà della vita, ma, poi, spesso ci accontentiamo di fare prediche, di tenere discorsi e ci stupiamo se l’interlocutore non apprende subito la lezione e non si muove.

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AL CUORE DI LEOPARDI 15. Che cosa insegna il Recanatese all'uomo di oggi PDF Stampa E-mail

altIn un mondo in cui sembrano dominare l’homo oeconomicus, che pensa a soddisfare i suoi bisogni e i piaceri, e l’homo technologicus, che provvede a fare e a realizzare sempre meglio, Leopardi riporta in primo piano l’unico uomo che sia veramente tale, che non sia bestia e gregge. Quell’homo religiosus con le sue domande sulla vita e sul destino, che permangono oggi come un tempo con tutta la loro urgenza di risposta e che riecheggiano con potenza nei versi del Canto notturno quando il poeta si rivolge alla Luna: «Ove tende/ Questo vagar mio breve,/ Il tuo corso immortale? […] Che fa l’aria infinita, e quel profondo/ Infinito sereno?[…] E io che sono?».

Nella società dove comandano i bisogni Leopardi chiarisce il vero e originario desiderio dell’uomo (di felicità, di amore e di bellezza) e ci parla di un cuore che è capacità di Infinito, proprio come se fosse un contenitore che non può mai essere colmato da beni terreni finiti.

Ciò che occorre davvero al lettore di Leopardi è un cuore aperto e che domandi la vita. Solo un cuore che palpiti e che percepisca l’abisso di vita che provava Leopardi può cogliere il vero valore della sua opera. Leopardi, come pochi altri, riesce a ricordarci la vera statura dell’uomo e la grandezza del suo desiderio.

 

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"Spiazzi, la Madonna della corona con vista mozzafiato" di Margherita del Castillo PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per madonna della corona spiazziA strapiombo sulla Valle dell’Adige, a circa 774 metri sul livello del mare, nella roccia del Monte Baldo in quel di Spiazzi, provincia di Verona, in una posizione davvero ardita è incastonato un santuario mariano dedicato alla Madonna detta della Corona per i monti che circondano questo incantevole luogo. Già intorno alla metà dell'anno Mille, grazie alla presenza di benedettini del monastero di San Zeno a Verona, era qui viva la devozione alla Vergine.

Alcune grotte scavate nel lato della montagna erano abitate, infatti, fin da allora, da monaci eremiti che solo verso la fine del XIII secolo costruirono una primitiva chiesetta sulle pareti della quale fecero realizzare da un maestro di San Zeno un affresco rappresentante Maria, assisa su un trono, con Gesù Bambino: la Madonna di Monte Baldo. Questa immagine trecentesca, ancora esistente, smentisce la pia tradizione che vorrebbe fare risalire la fondazione del Santuario all'anno 1522 e alla miracolosa traslazione, per intervento angelico, della statua della Madonna dall'isola di Rodi, all’epoca invasa dai musulmani. Il gruppo scultoreo della Madonna della Corona, venerato simbolo del Santuario, in pietra locale dipinta, risale alla prima metà del Quattrocento e rappresenta Maria che, addolorata, sostiene il corpo del Figlio deposto dalla Croce.

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L'AVVENTURA DEL VIAGGIO 3. La selva oscura e il bene che Dante vi ha trovato PDF Stampa E-mail

altIncomincia finalmente l’avventura del viaggio di Dante. Siamo a Gerusalemme, considerata all’epoca al centro dell’ecumene, tra le colonne d’Ercole (stretto di Gibilterra) e il Gange. L’alba del 25 marzo o del 7 aprile è il momento in cui inizia la storia di Dante nella selva oscura: il 25 marzo è il venerdì santo per eccellenza (quello in cui la morte di Cristo coincide con l’incarnazione), l’8 aprile è, invece, la data del venerdì santo nel 1300. Il viaggio si dispiega per un’intera settimana tra i tre regni.

 

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STUDI CATTOLICI a riguardo di "Il Purgatorio: ritorno all'Eden perduto" PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per giovanni fighera il purgatorio ritorno all'eden perdutoDi Giovanni Fighera è stato presentato a Tempo di libri a Milano il saggio Il Purgatorio: ritorno all’Eden perduto. In viaggio con Dante (Milano 2017, pp. 160. Euro 13),che è stato recensito sul settimanale Risveglio Duemila del 10 marzo, evidenziando come «il secondo volume della trilogia di Fighera dedicata alla Commedia dantesca risponda a domande quali: davvero il purgatorio è un’invenzione medioevale, come sosteneva Le Goff? Quali testi letterari prima di dante descrissero il viaggio nel Purgatorio?», mentre Rino Camilleri sul Giornale del 16 aprile ha messo in rilievo che Fighera offre una risposta anche a interrogativi che vanno oltre la singola cantica, quali: «È vero che gli ultimi tredici canti del Paradiso sono andati perduti? E come descrivevano l’aldilà i grandi autori della letteratura greca e latina? Chi era veramente Beatrice? E com’è che parteggiava per l’imperatore visto che era di parte guelfa?». Il libro è stato segnalato il 13 aprile anche sul sito archiviostorico.info insiema al precedente, Tre giorni all’Inferno. In viaggio con Dante (Edizioni ares, Milano 2016, pp. 176, euro 13).

 

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25 maggio 2017 su RADIO MARIA "IN VIAGGIO CON DANTE VERSO LE STELLE" PDF Stampa E-mail

 

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SU RADIO MARIA

IN VIAGGIO CON DANTE VERSO LE STELLE

giovedì 27 aprile ore 10:30

IX PUNTATA

 

IL SETTIMO CERCHIO: I VIOLENTI. SECONDO GIRONE: I VIOLENTI CONTRO SE STESSI.

PIER DELLA VIGNA

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AL CUORE DI LEOPARDI 14. La ginestra, un'utopia velleitaria e irrealizzabile PDF Stampa E-mail

altIn una parte della produzione di Leopardi non domina il sentimento della presenza che ci rende lieti, bensì la percezione di un’assenza. Quando questa nota diventa dominante nelle giornate, essa si può tramutare in grido che il senso (l’abbiamo altrove chiamato l’Ideale o Mistero) si manifesti (come già abbiamo visto nella poesia «Alla sua donna») oppure in accesa accusa nei confronti della natura / realtà esterna, colpevoli di esserci nemiche.

Testimonianza emblematica di quest’ultima posizione è il canto «La ginestra», da molti considerato il testamento spirituale di Leopardi. Nel discorso che noi stiamo conducendo, lungi dal poter essere considerato tale, il testo rappresenta in realtà un recedere dall’intuizione geniale che il Recanatese più volte ha avuto nella sua vita, un venir meno della posizione di domanda e di ricerca di una felicità infinita. Testimonia la posizione dell’uomo che, non avendo incontrato l’Ideale o non avendolo riconosciuto, non volendosi comunque arrendere, propone un progetto partorito dalla sua mente: qui sta la differenza tra un ideale che si incontra e un’utopia che è frutto del nostro sogno. «La ginestra» rappresenta un’utopia velleitaria, anche se nobile e dignitosa, ma pur sempre velleitaria.

Nella sua salda organizzazione strutturale, la poesia presenta una duplice valenza filosofica: svolge la funzione di pars destruens e di pars construens, di demistificazione delle falsità e degli errori dei contemporanei e di proposizione di un progetto da realizzare. Cerchiamo di capire meglio questo aspetto. L’autore si scaglia contro l’ottimismo illuminista e scientista ormai trionfante, fiducioso riguardo alla perfettibilità del genere umano (che preluderà al positivismo di metà Ottocento): quell’ottimismo che sostituirà il problema della felicità del singolo con la questione del progresso, ovvero del benessere  dell’umanità. Leopardi mostra un’avversione nei confronti del veicolo che divulga questo messaggio superficiale e «progressista»: il giornale o la «gazzetta».

 

 
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IL SECONDO OTTOCENTO DA CAPIRE 9 - Carducci e le stagioni della vita PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per carducciPur se attratto dal progresso, Carducci avverte una grande distanza tra la modernità e l’antichità, conquistato dalla classicità, dalla grandezza dell’antica Roma, da forme metriche e stilistiche che avevano raggiunto livelli elevati di raffinatezza e cura formale. Per questo il poeta persegue anche l’introduzione delle antiche forme metriche classiche all’interno della lirica contemporanea. L’operazione è ardita. 

Il distico elegiaco, costituito da brevi stanze composte da un esametro e da un pentametro e tipico non solo delle elegie, ma anche degli epigrammi, viene riprodotto nella metrica italiana e utilizzato in componimenti ricchi di nostalgia e di malinconia. È il caso di «Nevicata» (appartenente alla raccolta Odi barbare). Il lento cadere della neve addormenta progressivamente la vita, i rumori, i suoni, quelli che caratterizzano la gioventù e la sua gaia spensieratezza come pure l’età adulta nel suo infaticabile correre e nella sua incessante attività.

Le stesse ore, cadenzate, come sempre accadeva nel passato, dallo scampanio, sembrano quasi fermarsi, restituendo l’impressione della partecipazione al torpore della natura. Il suono delle campane pare arrivare da un mondo lontano dal nostro, il mondo dell’oltretomba, dove tutto è ormai immobile e impalpabile. Il bel paesaggio invernale tratteggiato da Carducci si fa carico di immagini e di parole simboliche. Gli stessi uccelli cercano di comunicare con il poeta picchiando sui vetri come se volessero annunciargli qualcosa, come fossero portavoci dei cari amici estinti, provenienti dall’Ade.

È un destino, scevro di qualsiasi speranza, che accomuna ogni uomo. Il poeta si sente vicino alla morte, la «fatal quiete» foscoliana ora descritta come silenzio e ombra, dove trovare riposo. Se Foscolo percepiva la serenità e la pacificazione dei sensi, Carducci avverte l’ineluttabilità. Se è vero che un indomito cuore accomuna Carducci a Foscolo, espressione di furori e di passioni che possono trovare pace solo una volta che tutta l’energia vitale si è assopita, è altresì vero, però, che il quadretto generale, le immagini, i colori e il ritmo stesso trasmettono una malinconia profonda.

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