La ragione del cuore il blog di Giovanni Fighera
L'AVVENTURA DEL VIAGGIO. INFERNO 7. L'Inferno è l'individualismo della contemporaneità PDF Stampa E-mail

altScriveva Bernanos nel Diario di un curato di campagna che l’Inferno è non amare più, non conservare più la capacità di amare. In altre parole potremmo anche dire che la condizione infernale è l’esperienza della propria assoluta autonomia, quella totale autonomia che, spesso, nell’epoca contemporanea è presentata come aspirazione cui tendere, la totale assenza di legami per cui noi viviamo come se gli altri non esistessero, incapaci di amare e di farci amare. L’Inferno in vita si sperimenta quando non si vive con una presenza di fronte agli occhi, ma nella propria solitudine ci si abbandona alle proprie passioni che diventano l’orizzonte ultimo di riferimento. L’idolo creato ben presto rivela la propria inconsistenza, il sogno tanto vagheggiato rapidamente dimostra la sua insufficienza a felicitarci. Già qui in vita possiamo sperimentare, come scrive s. Caterina da Genova, l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso. Abbiamo, quindi, la prova della condizione delle anime dopo la morte nelle condizioni esistenziali che proviamo qui su questa Terra. Spesso, è sufficiente rivolgersi con contrizione e spavento per la nostra umana miseria a Colui che tutto può o alla nostra intercedente presso il Figlio (la Madonna) per fuoriuscire dalla percezione di angoscia infernale e sentire la necessità di un’espiazione e di un’ascesi.

 

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Pasolini. L'anticonformista ribelle all'edonismo di massa PDF Stampa E-mail
Pasolini
         
 

L’8 luglio 1974, l’anno prima della sua morte per molti aspetti ancora oscura, Pier Paolo Pasolini scrive una «lettera aperta  a Italo Calvino» in cui l’intellettuale si difende dall’accusa di rimpiangere «l’Italietta» «piccolo borghese, provinciale, ai margini della storia». Così si esprime: «Allora tu non hai letto un solo verso delle Ceneri di Gramsci o di Calderòn, non hai letto una sola riga dei miei romanzi, non hai visto una sola inquadratura dei miei films, non sai niente di me!». L’Italietta, afferma Pasolini, è proprio quella che lo ha arrestato, processato, linciato per vent’anni. Pasolini, invece, rimpiange il «mondo contadino prenazionale e preindustriale», che viveva «l’età del pane», era «consumatore di beni estremamente necessari». Ormai, invece, c’è un unico modello culturale a cui ci si conforma «prima di tutto nel vissuto, nell’esistenziale».

Pier Paolo Pasolini (1922-1975) è una delle intelligenze più vive, degli intellettuali più acuti del Novecento, dotato di una versatilità tale da potersi distinguere nel campo della poesia, del cinema, della narrativa, del giornalismo. Accusato di corruzione di minorenni e di atti osceni in luogo pubblico, nel 1949 viene espulso dal PCI di Udine e per anni fatica a trovare lavoro. Pochi anni più tardi (1955), il romanzo Ragazzi di vita susciterà lo scandalo, le accuse e finanche il processo per il tema scabroso trattato. Pasolini sarà prosciolto con formula piena. In suo favore interverranno le testimonianze di figure quali Carlo Bo e Ungaretti. Sterminate saranno nei due decenni successivi le produzioni poetiche (La meglio gioventù, Le ceneri di Gramsci, Trasumanar e organizzar,…), narrative  (Ragazzi di vita, Una vita violenta, …), saggistiche (Passione e ideologia, Scritti corsari, Lettere luterane, …), teatrali (Calderòn, …) e cinematografiche (Accattone, Mamma Roma, Il vangelo secondo Matteo, Il Decameron, …). Il 2 novembre 1975 Pasolini viene trovato ucciso all’idroscalo di Ostia.

 

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Svevo. Il testimone cosciente dell'uomo inetto PDF Stampa E-mail
 
         
 
 
altIl triestino Svevo (1861-1928) non è un letterato di professione, così come molti intellettuali del Novecento, spesso lontani dalla formazione tradizionale umanistica e universitaria e più improntati ad una preparazione tecnica o scientifica. Fortemente condizionato dal suo mestiere, prima di impiegato di banca, poi di direttore di industria (dopo il matrimonio con Livia Veneziani), Svevo vive in una terra che rappresenta un’eccezionale occasione di cultura, una città mitteleuropea dove può leggere in lingua originale Schopenhauer, Nietzsche, Freud, Darwin e Einstein, può apprezzare la musica tardo romantico di Brahms e di Mahler. Da autodidatta, si forma sui classici italiani, sulla narrativa francese dell’Ottocento, su Ibsen, Tolstoj e Dostoevskij. Conosce la lingua tedesca meglio dell’italiano (almeno secondo il giudizio del conterraneo U. Saba) e gli verrà talvolta mossa l’accusa di scrivere male.

 

 
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Ungaretti. Un vate che approdò nel porto della fede PDF Stampa E-mail
Ungaretti
 
 

In Ragioni d’una poesia Ungaretti (1888-1970) scrive: «Il mistero c’è, è in noi. Basta non dimenticarcene. Il mistero c’è, e col mistero, di pari passo, la misura; ma non la misura del mistero, cosa umanamente insensata; ma di qualche cosa che in un certo senso al mistero si opponga pur essendone la manifestazione più alta: questo mondo terreno considerato come continua invenzione dell’uomo». Lontano dal razionalismo e da una ragione ridotta a misura, Ungaretti è da sempre animato da un vivo senso religioso, da un desiderio sincero di capire le ragioni, di andare nella profondità delle cose. La sua poesia vuole raccontare la scoperta della realtà e della verità. Nella poesia che dà il titolo alla prima raccolta Il porto sepolto Ungaretti scrive: «Vi arriva il poeta/ e poi torna alla luce con i suoi canti/ e li disperde// Di questa poesia/ mi resta/ quel nulla/ d’inesauribile segreto».

 

 

 

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IL SECONDO OTTOCENTO DA CAPIRE 13- Verga, la Lupa e il fascino dell'immaginazione PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per verga la lupaLa raccolta Vita dei campi, pubblicata nel 1880, presenta come tratto distintivo una spiccata sicilianità, che si manifesta in passioni forti, in gelosie che portano a duelli o addirittura all’omicidio, in paesaggi pieni di vita o assolati nella canicola estiva, negli abitanti popolani che abitano i paesi della costa o dell’entroterra, dediti alla pastorizia o all’agricoltura o alla pesca. Il lettore viene introdotto in medias res attraverso l’uso di un linguaggio particolare che si avvale di termini siciliani italianizzati, di proverbi dell’isola e di aspetti linguistici tipici del parlato. Con la regressione e l’uso del discorso indiretto libero Verga riesce, infine, a trasmettere l’impressione dell’impersonalità della narrazione. Lo scrupolo dell’oggettività del racconto non impedisce che nelle novelle sia forte anche la dimensione simbolica, tipica di un mondo ancestrale dove in un alone mitico e immutato nel tempo si incontrano storie particolari che incarnano valori, passioni e vizi di sempre.

Nella prima edizione della raccolta del 1880, pubblicata da Treves, compaiono otto novelle: «Cavalleria rusticana», «La lupa», «Fantasticheria», «Jeli il pastore», «Rosso Malpelo», «L’amante di Gramigna», «Guerra di Santi», «Pentolaccia». Risulta escluso, rispetto all’edizione attuale, il racconto «Il come, il quando e il perché», ritenuto dall’autore non omogeneo agli altri. 

La novella «La lupa» viene più tardi trasposta a livello teatrale e cinematografico. Due sono addirittura i film che ci raccontano la storia: quello diretto da Antonio Lattuada nel 1953 e l’ultimo girato da Gabriele Lavia nel 1996, ove Monica Guerritore interpreta i panni della protagonista. Celeberrimo è l’incipit: «Era alta, magra, aveva soltanto un seno fermo e vigoroso da bruna – e pure non era più giovane – era pallida come se avesse sempre addosso la malaria, e su quel pallore due occhi grandi così». L’autore costruisce attorno al personaggio un’aura infernale.

Lo stesso nome, attribuito alla donna dal popolo, sembra prelevato dall’Inferno dantesco dove la lupa rappresenta la cupidigia: anche la gnà Pina è «sazia giammai – di nulla». Il campo semantico legato alla lupa e al cane prosegue in tutto il racconto: lei è «sola come una cagnaccia, con quell’andare randagio e sospettoso della lupa affamata». Il popolo affianca a quella donna anche l’immagine del demonio: la lupa ha gli «occhi da satanasso» e, poi ancora, leggiamo che «il diavolo quando invecchia si fa eremita». Per questo la gente si fa il segno della croce quando vede quella lupa che non va mai in chiesa, «né a Pasqua, né a Natale, né per ascoltar messa, né per confessarsi».

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IL SECONDO OTTOCENTO DA CAPIRE 12- Così Verga abbracciò il Verismo PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per Vita dei campiNella prefazione all’Amante di Gramigna, una lettera indirizzata all’amico Salvatore Farina, romanziere molto prolifico, Verga spiega in cosa consista la poetica verista esponendo il canone dell’eclissi dell’autore. La novella deve sembrare qualcosa di raccolto tra i campi tanto che «l’opera d’arte sembrerà essersi fatta da sé». L’opera d’arte raggiungerà la perfezione quando «la mano dell’artista rimarrà assolutamente invisibile» e saranno solo le cose a parlare. Verga passa così da una «poesia di parole» ad una «poesia di cose». Per poesia dobbiamo qui intendere l’atto creativo: ogni termine utilizzato rappresenterà la realtà concreta.

La novella L’amante di Gramigna entra a far parte della raccolta Vita dei campi pubblicata nel 1880. La prima opera verista di Verga risale a due anni prima, quando Rosso malpelo viene pubblicato sulla rivista Il Fanfulla. La conversione di Verga al verismo è, in realtà, graduale. Gli esordi letterari di Verga sono romanzi di stampo patriottico-risorgimentale, come Amore e patria, Sulla laguna, I carbonari della montagna. Dopo i venticinque anni, a Firenze, pubblica Una peccatrice (1866) e Storia di una capinera (1871), opere di tipo erotico-passionale. A Milano Verga si trasferisce nel 1872, pubblicando Eva (1873), Eros (1875), Tigre reale (1875). Sono storie di amori impossibili, in contesti altolocati e borghesi. Verga conosce gli autori scapigliati e Luigi Capuana.

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Siamo nati e non moriremo mai più PDF Stampa E-mail
altLa vita di Chiara Corbella Petrillo parrebbe una breve esistenza costellata da disgrazie. Ma la vita di Chiara è toccata dalla grazia, segnata dal miracolo dell'accettazione del sacrificio estremo, per dare alla luce i suoi figli. "Lo scopo della nostra vita - come ella scrive all'unico figlio sopravvissuto - è amare ed essere sempre pronti ad imparare ad amare gli altri come solo Dio può insegnarti".

 

A cinque anni dalla morte, avvenuta il 13 giugno 2012, è uscita la prima storia di Chiara Corbella Petrillo, edita da Porziuncola. A scriverla sono due cari amici di Chiara e del marito Enrico, Simone e Cristiana, loro compagni nel cammino religioso nella salute prima e nella malattia poi. Enrico ha voluto che fossero loro a scrivere il libro, perché i più indicati: entrambi carissimi amici, Simone esperto in editoria, Cristiana confidente segreta del cuore di Chiara.

Il titolo Siamo nati e non moriremo mai più riprende la frase riportata sull’immagine di Chiara, una frase che lei non ha mai pronunciato. Enrico l’ha sentita a quindici anni da un responsabile della Comunità Gesù risorto, malato terminale. Da allora l’ha conservata nel cuore. Simone e Cristiana riproducono questa frase su una maglietta insieme ad un girasole il 12 giugno 2012, il giorno prima della salita al Cielo di Chiara. Con la stessa frase si conclude il racconto che i due amici scrivono su richiesta di Chiara per spiegare al piccolo Francesco la storia della madre e dei fratelli.

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ALETEIA. Davvero il purgatorio è un'invenzione medioevale? PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per giovanni fighera il purgatorio ritorno all'eden perdutoSecondo uno dei più grandi medievisti di sempre, Jacques Le Goff, serviva solo a favorire le indulgenze. Ma i documenti della Chiesa lo smentiscono

Il Purgatorio è un’invenzione medievale? Giovanni Fighera in “Il Purgatorio: ritorno all’Eden perduto” (edizioni Ares) risponde alle argomentazioni dello storico Jacques Le Goff, secondo cui il Purgatorio è un’invenzione della Chiesa tra il XII e XIII secolo per aumentare il proprio potere sulle coscienze degli uomini e sui loro soldi.

In un’intervista che sintetizza le tesi fondamentali del libro “La nascita del Purgatorio“, rilasciata il 27 settembre 2005 per il quotidiano Repubblica, Le Goff afferma:

“La nascita del Purgatorio modifica la giurisdizione esercitata sui morti, favorendo la pratica delle indulgenze. Secondo la dottrina tradizionale, gli uomini da vivi rispondevano al tribunale della Chiesa, una volta morti però erano giudicati solamente dal tribunale di Dio. Con il Purgatorio si crea una sorta di tribunale comune in cui intervengono sia Dio che la Chiesa. Le anime che vi transitano, infatti, continuano a dipendere da Dio, ma beneficiano anche dell’azione della Chiesa che distribuisce le indulgenze. Il Purgatorio, dunque, ha rinforzato il potere della struttura ecclesiastica, che così, oltre che dei vivi, è responsabile in parte anche dei morti”.

Quando è nata la credenza nel Purgatorio? È radicata nella tradizione della Chiesa, nella fede tramandata dai cristiani attraverso i secoli o davvero si è diffusa solo tardivamente tra il XII e il XIII secolo, come afferma l’illustre storico Le Goff? È davvero un’invenzione medioevale, non suffragata in alcun modo dai testi vetero e neo testamentari?

 

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Verso la fine dell'epoca antica: i martiri, ieri come oggi PDF Stampa E-mail

altUn’epoca nuova si apre con la buona novella di Cristo, un messaggio di salvezza per tutti, non più solo per il popolo eletto, non più per il trionfatore e il vincitore, non per quanti si sono messi in rilievo nell’esercizio dell’attività politica, ma per tutti coloro che hanno accolto il Regno di Dio, cioè Cristo stesso. Il centuplo quaggiù e l’eternità sono il premio per coloro che perdono se stessi per seguire Gesù o, in altre parole, ritrovano pienamente se stessi, si scoprono pienamente uomini, perché hanno incontrato ciò che il loro cuore ha sempre desiderato. Il martire è il testimone (questo significa la parola greca) del messaggio di salvezza, della morte e della resurrezione di Cristo. Martiri sono quanti, nei secoli, hanno accolto l’invito di Gesù («Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, […] insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato») e hanno testimoniato l’amore nella vita  e nelle opere prima ancora che con la predicazione. Il martirio (cioè testimonianza) fu spesso accolto fino al sacrificio della morte, fin dai primi secoli dell’era cristiana quando era proibito professare pubblicamente la fede in Cristo. Dal primo martire della storia cristiana, santo Stefano, agli Apostoli, morti secondo la tradizione nell’ardore della predicazione del Vangelo, alle migliaia di martiri dei nostri decenni il sangue dei cristiani, come scrive Tertulliano nel III secolo, è seme, cioè la professione dei fedeli fino alla morte è segno per molti dell’autenticità della loro fede ed è già espressione della vittoria di Cristo sulla morte. Anche oggi i martiri lo testimoniano.

 

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RISVEGLIO DUEMILA- Recensione di Il Purgatorio: ritorno all'Eden perduto PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per giovanni fighera il purgatorio ritorno all'eden perduto

Davvero il Purgatorio è in'invenzione medieovale, come sosteneva Le Goff? Quali testi letterari prima di Dante descrivono il viaggio nel Purgatorio? Il secondo vo0lume della trilogia di fighera dedicata alla Comemdia dantesca risponde a queste e ad altre domande per inoltrarsi, poi, in questa cantica bellissima. Ritornano la luce, il cielo stellato, la notte, a testimoniare che l'ansia di redenzione manifestatasi nelle anime purganti trova riscontro nell'infinita misericordia divina. Nell'Eden le sorprese non sono, però, finite. Il viaggio di Dante è la lotta quotidiananel camminoverso la felicità piena.

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Maturità 2017. Tomasi di Lampedusa e Il Gattopardo, o dell’innato desiderio di eternità PDF Stampa E-mail

altMaturità 2017. Prosegue il viaggio in preparazione dell’Esame di Stato. Dopo Giovanni Pascoli, Gabriele D’AnnunzioLuigi Pirandello, Italo SvevoGiuseppe Ungaretti, Eugenio Montale, Umberto Saba, Salvatore Quasimodo e Italo Calvino oggi parliamo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

 

Un caso letterario

Un vero e proprio caso letterario è quello di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896-1957) e del suo romanzo, Il Gattopardo, da taluni ritenuto addirittura il più bel romanzo scritto nel Novecento. Un caso letterario per molteplici ragioni.

Se fu animato da una viva passione letteraria fin da giovane, solo nel 1954 l’autore si dedicò nottetempo alla scrittura, spronatovi dalla partecipazione ad un convegno letterario che si tenne in quell’anno a San Pellegrino Terme. Alla fine del medesimo anno e fino alla morte lavorò al suo capolavoro, probabilmente non terminato (forse doveva essere integrato con uno o due capitoli), quasi certamente non sottoposto ad una revisione definitiva.

In secondo luogo, la Mondadori con la supervisione di Elio Vittorini scartò il romanzo considerandolo, in un certo senso, opera ottocentesca, poco adatta al nuovo pubblico di lettori. Fu lo stesso Vittorini a rispondere a Tomasi di Lampedusa: «Come recensione non c’è male, ma pubblicazione niente». La previsione era che il testo avrebbe ottenuto probabilmente un buon riscontro della critica, ma sarebbe stata un fiasco presso il pubblico, sulla scia dei romanzi veristi verghiani di fine Ottocento. Per la Feltrinelli, invece, si interessò al romanzo Giorgio Bassani che scese in Sicilia per incontrare Gioacchino Lanza Tomasi, parente dell’autore (nel frattempo deceduto), che gli consegnò il manoscritto del ’57 (in parte differente dal dattiloscritto del ’56).

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GEORGICHE. Quell'incapacità degli dei di commuoversi per l'uomo PDF Stampa E-mail
Orfeo ed Euridice«Quale così grande follia amorosa ha portato alla rovina me e te, Orfeo?». Le parole di Euridice nella tragedia raccontata da Virgilio, uno dei miti fondamentali della cultura occidentale, descrivono l'indifferenza degli dei greci per le sofferenze umane.
 

 

La storia di Orfeo è uno dei miti fondamentali della cultura occidentale. Alla figura del poeta nativo della Tracia si collegano in qualche modo la nascita dell’arte e la sua funzione consolatoria ed eternatrice.
Virgilio racconta la tragica vicenda di Orfeo, il suo amore per Euridice, la morte della ninfa in seguito all’inseguimento del pastore Aristeo nel IV libro delle Georgiche.

Scritto tra il 37 a.C. e il 29 a.C., questo poema didascalico è strutturato in quattro libri, dedicati all’agricoltura, all’allevamento, all’arboricoltura e all’apicoltura. Nell’ultima parte, Virgilio inserisce a incastro due epilli, cioè due brevi poemi mitologici. Aristeo, che assiste inerte alla moria delle sue api, si reca dalla madre che gli consiglia di chiedere al dio marino Proteo le ragioni della sciagura. Viene, così, a conoscenza del fatto che sconta «gravi pene commesse», perché Euridice, mentre cerca di sfuggirgli correndo «a precipizio lungo le rive del fiume, […] non vede un enorme serpente che abita le rive nell'erba alta», viene morsa e muore. «Ma la schiera delle Driadi sue coetanee riempiono le cime dei monti di grida; piangono le vette del Rodope, le alte vette dei monti Pangei, la terra di Reso sacro a Marte, i Geti, l'Ebro e l'Attica Oritia».

 

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Maturità 2017. Grazia Deledda, premio Nobel e grande scrittrice del Novecento PDF Stampa E-mail

altMaturità 2017. Prosegue il viaggio in preparazione dell’Esame di Stato. Dopo Giovanni Pascoli, Gabriele D’AnnunzioLuigi Pirandello, Italo SvevoGiuseppe Ungaretti, Eugenio Montale, Umberto Saba, Salvatore Quasimodo, Italo Calvino, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Cesare Pavese e Carlo Emilio Gadda, oggi parliamo di Grazia Deledda, l'unica scrittrice italiana ad aver conseguito il Premio Nobel.

La formazione, la consacrazione internazionale, l’oscurità

Scrittrice fecondissima, una delle più prolifiche (trecentocinquanta novelle, trentacinque romanzi oltre che poesie),  Grazia Deledda (1871-1936) era convinta che non sarebbe mai riuscita «ad avere il dono della buona lingua», come rivela giovanissima allo scrittore Enrico Costa, a causa dell’influsso troppo forte della cultura e del dialetto sardi. La Deledda si forma con cura sulle grandi opere classiche (Bibbia, poemi omerici), sugli autori della tradizione italiana (da Tasso a Manzoni), sui contemporanei, dai romanzieri francesi (Hugo, Balzac) ai russi (Tolstoj, Dostoevskij) agli italiani (D’Annunzio, Fogazzaro, Verga). Conosce anche la produzione di un’altra grande poetessa italiana, nata l’anno prima (1870), quell’Ada Negri, che sarebbe anche lei sprofondata, dopo la grande fama in vita, in un precoce oblio. «Le sue predilette frequentazioni […] stanno nella sua esperienza più come un fatto vissuto che come un fatto letterario» (Emilio Cecchi).

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Grandezza e miseria dell’uomo in Pascal e Leopardi PDF Stampa E-mail

altSe scorriamo lo Zibaldone, alla pagine 3171 e 3172, Leopardi mostra una sconvolgente sintonia con il pensiero del filosofo Blaise Pascal che aveva riconosciuto  la grandezza dell’uomo proprio nell’essere “canna pensante”. Ne I pensieri il filosofo francese, infatti, scriveva:

L’uomo non è che una canna, la più debole della natura; ma è una canna pensante. Non c’è bisogno che tutto l’universo s’armi per schiacciarlo: un vapore, una goccia d’acqua basta a ucciderlo. Ma, anche se l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe ancor più nobile di chi lo uccide, perché sa di morire e conosce la superiorità dell’universo su di lui; l’universo invece non ne sa niente.”

 

Poco dopo, ancora affermava:

“La grandezza dell’uomo è grande in questo: che si riconosce miserabile. Un albero non sa di essere miserabile. Dunque essere miserabile equivale a conoscersi miserabile; ma essere grande equivale a conoscere di essere miserabile”.

L’uomo ha una facoltà che non è data agli altri esseri viventi, quella di percepire sé all’interno del mondo, della natura, degli spazi smisurati dell’universo e del cosmo e di cogliere la sproporzione tra il proprio io piccolo e la maestà e grandezza (che sembra infinita) di quanto ci circonda. L’uomo percepisce la distanza tra l’angusto limite temporale nel quale ci è dato vivere e il tempo degli astri e dell’universo e, ancor più, l’eternità che non riusciamo neanche a pensare!

 

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GRANDI CAPOLAVORI CRISTIANI 8- Berlicche, un manuale per smascherare il diavolo PDF Stampa E-mail

altNato a Belfast nel 1898 e morto ad Oxford nel 1963, professore universitario e scrittore, Clive Staples Lewis è noto al grande pubblico principalmente per le Cronache di Narnia, una delle saghe per l’infanzia più venduta di sempre, pubblicata tra il 1950 e il 1956 in sette tomi. La notorietà di Lewis assume, però, dimensioni internazionali già una decina di anni prima, grazie alla pubblicazione de Le lettere di Berlicche, opera davvero geniale.

Lewis inventa l’espediente di un colloquio epistolare tra demoni, lo zio Berlicche e il nipote Malacoda. Lo zio vuole educare il nipote a tentare gli umani, gli insegna i trucchi e l’arte segreta del mestiere, le vie subdole per indirizzare l’uomo sulla via del male, distogliendolo lentamente dalla strada della verità. Oltre che apprezzabile per arguzia e ironia, l’opera appare come un’utilissima palestra per allenarsi a riconoscere la tentazione. Nella quotidianità facciamo costantemente esperienza di come spesso ci si presentino scelte non buone e maliziose sotto l’apparenza del bene e dell’innocenza. Il male che si nasconde sotto le parvenze del bene si chiama tentazione. 

Nel Padre nostro noi chiediamo a Dio di tenerci lontano dalla tentazione ovvero di farcela riconoscere come tale e, quindi, di togliere la patina mendace che ricopre il male e ci impedisce di riconoscerlo come tale. Lewis evidenzia già fin dall’inizio che «vi sono due errori, uguali e opposti, nei quali la nostra razza può cadere nei riguardi dei diavoli. Uno è il non credere alla loro esistenza. L’altro di credervi e di sentire per essi un interesse eccessivo e non sano. I diavoli sono contenti d’ambedue gli errori e salutano con la stessa gioia il materialista e il mago»..

Percorrendo le pagine in cui lo zio tenta di educare il nipote a corrompere l’uomo, scopriamo che il diavolo vuole allontanare gli esseri umani dal gusto di vivere portandolo a denigrare la dimensione allegra della vita e il riso. Anche trascurare i piaceri veri, quelli che davvero hanno a che fare con la persona in nome dei piaceri che vanno più di moda, è un espediente adottato dal diavolo perché l’uomo non vada verso Dio, dal momento che l’uomo è portato verso Dio proprio dalle sue vere passioni e dai suoi talenti. Scrive lo zio diavolo Berlicche al nipote Malacoda: «Come non sei riuscito a capire che un piacere vero era l’ultima cosa che non avresti dovuto lasciargli incontrare? Come non hai previsto che avrebbe proprio annientato tutto l’inganno che tanto laboriosamente gli hai insegnato a valutare? E che quel genere di piacere che il libro e la passeggiata gli davano era il più pericoloso di tutti? Che gli avrebbe tolto tutta quella specie di crosta che eri riuscito a formargli sulla sua sensibilità, e fatto sentire che stava tornando a casa, che stava guarendo?».

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