La ragione del cuore il blog di Giovanni Fighera
UNA MATITA NELLE MANI DI DIO PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per caniato una matita nelle mani di Dio«Non conta quanti malati guarisci» diceva Madre Teresa di Calcutta «ma la testimonianza che dai: vedono che c’è qualcuno che si prende cura di loro ed è questo che conta». Abbiamo tutti bisogno di testimoni e di testimonianze per sostenere la nostra speranza. E Madre Teresa è stata una testimone straordinaria che il Signore ha donato al nostro tempo, un gigante nella fede e nelle opere, lei che pure era cosciente che tutto «quello che facciamo è soltanto una goccia nell’oceano, ma se non ci fosse all’oceano mancherebbe». 

Madre Teresa era giovanissima quando sentì la chiamata. Intervistata al riguardo, rispose: «Avevo dodici anni, quando nella cerchia familiare per la prima volta desiderai di appartenere completamente a Dio. Ci pensai pregando per sei anni. […] Mi aiutò molto la Madonna […] di Montenegro». Per capire meglio si confrontò con padre Franjo. Alla domanda su come si manifestasse la vocazione personale, questi le rispose: «Lo saprai dalla tua felicità interiore. […] La profonda letizia del cuore è la bussola che indica il sentiero da seguire. Dobbiamo farlo, anche quando la strada non è chiara e il cammino disseminato di difficoltà». Non si può mentire a se stessi, al proprio cuore. Non si può mentire sulla propria felicità. Lei, che si sentiva «una matita nelle mani di Dio», lasciava che fosse Gesù a scrivere le righe più belle. Aveva da subito deciso di seguire il tesoro che aveva scoperto ed affidarsi totalmente a Lui: «Il mio segreto è Gesù, il suo grande amore per noi, la preghiera, la meditazione, l’Adorazione quotidiana di un’ora davanti all’eucaristia, i nostri voti religiosi. Il mio motto è questo: “Tutto per Gesù. Tutto a Gesù per mezzo di Maria”». 

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L'AVVENTURA DEL VIAGGIO. INFERNO 10/ Malebolge PDF Stampa E-mail
altL'ottavo cerchio da solo occupa un terzo dell'intera cantica, ma è anche il meno conosciuto. Qui troviamo fraudolenti, ipocriti, simoniaci, indovini, ladri. ma un trattamento durissimo è riservato ai seminatori di discordia, orrendamente sfigurati.
 
 


Ricapitoliamo in sintesi il settimo cerchio. Nel primo girone il Flegetonte con le sue acque iniettate di sangue accoglie i violenti contro il prossimo. I suicidi (secondo girone) sono trasformati in piante formando una selva ove corrono, inseguiti da cagne fameliche, gli scialacquatori delle proprie sostanze. In un sabbione incandescente, colpiti da una pioggia di fuoco, in parte giacciono supini, in parte corrono continuamente o siedono all’intorno quanti si sono macchiati di violenza verso Dio (o direttamente contro di Lui o contro natura o contro l’arte).
Si apre, in seguito, la parte più bassa, più sconosciuta dell’Inferno, quell’ottavo cerchio di Malebolge che da solo occupa per numero di canti un terzo dell’intera cantica. Dante vi giunge a volo sulla groppa di Gerione. Mostro triforme dalla faccia di uomo, dal corpo di serpente o drago e dalla coda di scorpione, sta a guardia del cerchio della frode. A chi lo incontra palesa l’innocenza del bambino, ma nasconde il pungiglione: proprio così l’inganno e la malizia possono agire indisturbati.
«D'ogne malizia, ch'odio in cielo acquista,/  ingiuria è 'l fine, ed ogne fin cotale/  o con forza o con frode altrui contrista./  Ma perché frode è de l'uom proprio male,/  più spiace a Dio; e però stan di sotto/  li frodolenti, e più dolor li assale».
Così, nel canto XI dell’Inferno, viene distinto il cerchio dei violenti da quello dei fraudolenti, che sono considerati più colpevoli e, quindi, collocati più in basso nell’imbuto infernale. L’uomo può usare la frode nei confronti degli sconosciuti (cerchio VIII) o di chi si fida di lui (cerchio IX): «La frode, ond' ogne coscïenza è morsa,/ può l'omo usare in colui che 'n lui fida/ e in quel che fidanza non imborsa./ Questo modo di retro par ch'incida/ pur lo vinco d'amor che fa natura».

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"Santa Maria che sorse sul tempio di Minerva" di Margherita Del Castillo PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per santa maria sopra minervaGià nell’antica Roma l’area oggi occupata dalla chiesa di Santa Maria sopra Minerva, nei pressi del Pantheon, era considerata sacra. Vi sorgevano ben tre templi: il Minervum, di epoca dominiziana, dove si rendeva onore a Minerva Calcidica, l’Iseum e il Serapeum, rispettivamente intitolati a Iside e a Serapide.

Dall’VIII secolo è documentato un oratorio dedicato alla Vergine, dapprima affidato alle cure delle monache basiliane fuggite da Costantinopoli per le persecuzioni iconoclaste e in seguito, nell’ultimo quarto del XIII secolo, divenuto cuore di un complesso conventuale domenicano altrimenti detto insulae sapientiae. A questi anni risale la costruzione della grande chiesa, raro romano esempio di architettura gotica, nonostante i molteplici interventi susseguitisi nei secoli. Nel 1280, infatti, su disegno dei domenicani fra Sisto Fiorentino e fra Ristoro da Campi, fu aperto il cantiere finanziato da un importante contributo di papa Bonifacio VIII e dai numerosi lasciti di semplici fedeli. Le essenziali linee gotiche allora impresse all’edificio furono cancellate dalle modifiche barocche apportate a tutto il complesso nel corso del XVII secolo, per poi essere ripristinate, in parte, quando i frati, negli anni Venti dell’Ottocento, rientrarono finalmente in possesso del loro convento dopo la soppressione napoleonica.

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L'IO E LA CRISI DELLA MODERNITA' 17- L'ILLUMISTA FRANCESE ALL'ATTACCO DELLA TRADIZIONE PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per illuminista franceseIl Settecento è secolo di grandi cambiamenti, di significative trasformazioni, di uno sviluppo scientifico e tecnologico che sfocia nella prima rivoluzione industriale. Impossibile è, qui, sintetizzare la complessità delle sollecitazioni filosofiche e culturali che hanno, poi, influenzato in maniera determinante i secoli successivi. È bene premettere che l’Illuminismo assume caratteri differenti in base al retroterra culturale in cui attecchisce. Ci si soffermerà allora su alcuni aspetti dell’Illuminismo francese che riteniamo particolarmente importanti nel nostro discorso relativo al cambiamento della consapevolezza che l’uomo ha di sé.

La Francia è la terra di nascita dell’Illuminismo. Ivi alcuni aspetti della nuova cultura vengono per così dire estremizzati: tra questi la fiducia smisurata nella scienza, nella tecnica, nel progresso, resi possibili grazie all’affrancamento della ragione dallo stato di minorità in cui si trovava fino a quel momento, per usare le parole del più rappresentativo filosofo del secolo Immanuel Kant (1724-1804).

Grazie alla ragione, considerata come ratio sui et universi, ovvero misura di sé e della realtà, sono possibili l’uomo nuovo e soprattutto un’effettiva conoscenza della realtà, la rifondazione del sapere e la nascita di nuovi epistemi. Con profondo senso antistorico l’illuminista francese vede nel passato e nella tradizione il nemico principale da sgominare con tutte le sue superstizioni e i suoi falsi credo in nome di una nuova epoca, fondata su un nuovo umanesimo o, se vogliamo, su una nuova umanità. In questo mondo Dio, se c’è, non c’entra, è relegato nell’Iperuranio filosofico, non interviene nella realtà. L’illuminista francese è, così, per lo più ateo o deista, rifiuta le religioni positive, attacca o contesta apertamente il cristianesimo, il cattolicesimo e la Chiesa. In questo dilagante soggettivismo la religione è concessa come fatto privato, nel silenzio della propria coscienza. 

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L’AVVENTURA DEL VIAGGIO. INFERNO 9. Ser Brunetto, un grande educatore all'Inferno PDF Stampa E-mail

altSe la realtà è più ricca di ogni pensiero umano, sarà anche sorgente di ispirazione per ogni discorso o fatto artistico. Tutta l’arte e l’ispirazione dantesche nascono da questa acuta capacità di osservazione dell’umano sentire, delle passioni, delle gioie e delle sofferenze. Davvero a Dante si addicono le parole dell’antico latino Terenzio: «Sono uomo, nulla di ciò che è umano reputo a me estraneo». Non c’è aspetto che venga bandito, non c’è debolezza che non meriti ospitalità nella sua produzione quale espressione di quest’essere miserabile, ma, nel contempo, grandioso che è l’uomo. Dante è ben conscio che qualsiasi espressione artistica, anche quella che riguarda il mondo soprannaturale, per eccellenza il luogo non rappresentabile, debba rifarsi al reale.

 

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SU RADIO MARIA "IN VIAGGIO CON DANTE VERSO LE STELLE" 26 gennaio PDF Stampa E-mail

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SU RADIO MARIA

IN VIAGGIO CON DANTE VERSO LE STELLE

giovedì 26 gennaio ore 10:30

 

V PUNTATA

L'EPISODIO DI PAOLO E FRANCESCA

Ci si può educare ad amare?

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VIDEO DI "SEI PERSONAGGI IN CERCA D'AUTORE. ENRICO IV" PDF Stampa E-mail

 

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VIDEO DI "PIRANDELLO. GENIO DEL NOVECENTO"

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I SEI PERSONAGGI IN CERCA D'AUTORE. ENRICO IV.

Per vederlo clicca sul link sotto

 

https://www.youtube.com/watch?v=vgQ1LWqpKQ4&list=PL7I5Z8xAJpYsfOGyhBsApU-a0zfHcqbzs&index=2s&index=2

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L’AVVENTURA DEL VIAGGIO. INFERNO 8. Pier della Vigna: non basta essere giusti e onesti PDF Stampa E-mail

altSiamo nel settimo cerchio, quello dei violenti, diviso in tre gironi: i violenti contro il prossimo, contro se stessi e, infine, contro Dio, natura e arte. Il canto XIII dell’Inferno è dedicato al secondo girone, in cui compaiono i suicidi e gli scialacquatori, i primi trasformati in pianta, i secondi nudi e condannati a correre, anche se invano, perché comunque graffiati da cagne fameliche.

Appena entrato in una selva spettrale, Dante sente dei rumori strani. Viene allora invitato da Virgilio a strappare un ramo. Il sommo poeta riprende allora il celebre episodio di Polidoro, tratto dal III libro dell’Eneide. L’allusione di Dante («Perché mi schiante?» Inf. XIII, v. 33, «Perché mi scerpi?» v. 35) al testo virgiliano («Quid miserum, Aenea, laceras?», Eneide III, v. 41 ovvero «Perché, Enea, laceri me infelice?») non è un semplice sfoggio di cultura o solo un omaggio al maestro, ma ci vuole introdurre in un’atmosfera di misfatto, di oltraggio nei confronti dell’ordine naturale e divino. Il lettore del canto dantesco, infatti, richiamando alla memoria l’azione scellerata compiuta dallo zio Polimestore nei confronti di Polidoro, delitto che viola la pietas e i naturali rapporti di parentela, si introduce in un’aura surreale, abitata in apparenza da fantasmi. Il bosco è, in realtà, la metamorfosi di chi ha compiuto un gesto altrettanto contro natura di quello di Polimestore, di chi, cioè, ha scisso quell’unità inscindibile tra anima e corpo attraverso il suicidio.

 

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PETRARCA 6. Petrarca in Sant'Agostino scopre la sua vera inquietudine PDF Stampa E-mail

altLetterato e teologo, monaco agostiniano e Vescovo di Monopoli dopo il 1340, Dionigi da Borgo San Sepolcro incontra Petrarca prima del 1333 e gli regala Le confessioni di Sant’Agostino ove il santo racconta con schiettezza e profondità il percorso della propria conversione. Il santo diventa uno dei maestri del Petrarca, punto di riferimento ideale cui guardare per uscire dalla palude del peccato e decidersi definitivamente per una scelta categorica di vita santa. Segni dell’ammirazione che Petrarca nutre nei confronti di sant’Agostino si vedono chiaramente nel De secreto conflictu curarum mearum noto anche come Secretum o nella lettera indirizzata a Dionigi da Borgo San Sepolcro ove il poeta racconta dell’ascesa al Monte Ventoso (Mont Ventoux) vicino a Valchiusa in Provenza.

            Inserita nel quarto libro delle Familiares, l’epistola simboleggia l’atto di nascita dell’alpinismo («anche se altri alpinisti avevano già scalato altre montagne di molte altre parti del mondo» come scrive Rebecca Solnit in Storia del camminare), documento dell’impresa che il poeta compie nel 1336 in compagnia del fratello Gherardo, ma, nel contempo, occasione per un esame di coscienza e per una perlustrazione della propria debolezza spirituale. In effetti, il racconto dell’ascesa assume un valore profondamente simbolico.

            Dopo aver pensato ad un possibile compagno di viaggio per compiere la scalata, non trovando nessun amico che possa essere adatto per volontà e indole, Petrarca sceglie il fratello più giovane Gherardo. Avvicinatisi ai piedi del monte, i due incontrano un vecchio pastore che cerca di dissuaderli dal salire, raccontando loro che anche lui cinquant’anni prima aveva compiuto l’impresa, ma, una volta raggiunta la meta, «non ne aveva riportata che delusione e fatica».L’incontro rappresenta una prima tentazione per il Petrarca che potrebbe distoglierlo dall’obiettivo prospettandogli i sacrifici e le privazioni.

 

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VIDEO SULLA "TRILOGIA DEL MITO" DI PIRANDELLO PDF Stampa E-mail

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VIDEO DI "PIRANDELLO. GENIO DEL NOVECENTO"

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LAZZARO. LA NUOVA COLONIA. I GIGANTI DELLA MONTAGNA.

Per vederlo clicca sul link sotto

https://www.youtube.com/watch?v=A-Hhyfs4464&list=PL7I5Z8xAJpYsfOGyhBsApU-a0zfHcqbzs&index=1

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Quel treno per Yuma PDF Stampa E-mail

alt Regia di James Mangold (2007)

Remake del film di Delmer Daves (1957)

Cast:  Russell Crowe, Christian Bale 

 

«Quel treno per Yuma» (regia di James Mangold, 2007), remake della pellicola di Delmer Daves (1957), è un bellissimo film, dalla storia avvincente e dal cast davvero convincente.

Siamo in Arizona, nel lontano 1884. Il veterano di guerra e padre di famiglia Dan Evans contribuisce alla cattura di Ben Wade, che da tempo assalta le carovane della Southern Pacific Railroad. Per risolvere la propria situazione familiare Evans entra nel gruppo che scorterà il fuorilegge a Contention, ove prenderà il treno delle 3:10 per il carcere di Yuma. La banda di Wade farà di tutto per impedire la salita sul treno del proprio capo. Su questi spunti si dipana una vicenda mozzafiato e dai ritmi sempre più movimentati.

Offriamo qui alcuni spunti di riflessione. Il mondo in cui viviamo è improntato ad un Manicheismo che tende a dividere i buoni dai cattivi. Gli uomini vengono così classificati: i buoni sono tali finché non mostrano di essere anche loro inclini al male e allora sono collocati tra i cattivi, tacciati di incoerenza e di tradimento. Questo modo di guardare l’umano è, in realtà, poco realista, poco attento alla nostra vera natura, macchiata dal peccato originale. Ad un primo sguardo nel film i buoni sono il padre di famiglia, il gruppo che deve accompagnare in prigione il bandito, la famiglia con i figli. Il padre che decide di portare il bandito a Yuma per guadagnare i duecento dollari che gli occorrono per la sfamare la famiglia afferma: “Sono stufo di vedere i miei figli affamati. Spero che Dio ascolti le mie preghiere”. E ancora al bandito confessa: “Io vivo onestamente. Non voglio che persone come te siano in giro. […] Che ne sai tu del matrimonio?”. Più tardi gli rinfaccerà: “Un conto è voler morto uno, un conto è uccidere”.  Quando la moglie invita alla preghiera prima della cena, il figlio chiede se si debba pregare anche per gli assassini come quel bandito che è spietato e ha ucciso molti uomini (“l’istinto dell’uomo è depredare”).

 

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L'AVVENTURA DEL VIAGGIO. INFERNO 7. L'Inferno è l'individualismo della contemporaneità PDF Stampa E-mail

altScriveva Bernanos nel Diario di un curato di campagna che l’Inferno è non amare più, non conservare più la capacità di amare. In altre parole potremmo anche dire che la condizione infernale è l’esperienza della propria assoluta autonomia, quella totale autonomia che, spesso, nell’epoca contemporanea è presentata come aspirazione cui tendere, la totale assenza di legami per cui noi viviamo come se gli altri non esistessero, incapaci di amare e di farci amare. L’Inferno in vita si sperimenta quando non si vive con una presenza di fronte agli occhi, ma nella propria solitudine ci si abbandona alle proprie passioni che diventano l’orizzonte ultimo di riferimento. L’idolo creato ben presto rivela la propria inconsistenza, il sogno tanto vagheggiato rapidamente dimostra la sua insufficienza a felicitarci. Già qui in vita possiamo sperimentare, come scrive s. Caterina da Genova, l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso. Abbiamo, quindi, la prova della condizione delle anime dopo la morte nelle condizioni esistenziali che proviamo qui su questa Terra. Spesso, è sufficiente rivolgersi con contrizione e spavento per la nostra umana miseria a Colui che tutto può o alla nostra intercedente presso il Figlio (la Madonna) per fuoriuscire dalla percezione di angoscia infernale e sentire la necessità di un’espiazione e di un’ascesi.

 

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"La chiesa che lasciò senza parole Montesquieu" di Margherita del Castillo PDF Stampa E-mail

Immagine correlata“Una piccola chiesa meravigliosa: la facciata, con i suoi avancorpi e le sue rientranze, è tanto bella quanto singolare“. Questa stupefatta reazione suscitò nel barone di Montesquieu la visione della chiesa che sorge sul lato occidentale di una delle piazze più famose di Roma, piazza Navona, un’area, in epoca  romana,  occupata dallo stadio di Domiziano dove il 21 gennaio 305 morì, trafitta da un colpo di spada alla gola, la giovane Agnese cui il tempio è dedicato. Nell’VIII secolo questa zona divenne luogo di culto e vi fu eretta una piccola cappella demolita nel 1652. Al suo posto fu intrapresa la costruzione di un edificio sacro completamente nuovo per volere di Papa Innocenzo X che lo concepì come cappella privata della sua famiglia, i Pamphili, risiedenti nel palazzo adiacente.

Il progetto fu affidato all’architetto Girolamo Rainaldi che avviò una fabbrica barocca: qualche anno più tardi il testimone passò nelle mani del celeberrimo Francesco Borromini, ma il cantiere venne definitivamente concluso dal figlio del Rainaldi, Carlo. Era il 1672.

L’avvicendarsi nella direzione dei lavori di codeste autorevoli maestranze comportò strutturali e profonde modifiche in corso d’opera. L’idea iniziale - un edificio a pianta centrale a croce greca con cupola senza tamburo, preceduta da vestibolo e facciata rettilinea con due torri laterali collegata alla piazza da un ampia gradinata – fu in parte stravolta dal Borromini. L’architetto ticinese approfondì i bracci della crociera interna, soppresse il vestibolo ricavando la facciata concava che caratterizza ancora oggi la chiesa, e incorniciò la cupola, impostata su un alto tamburo, tra due slanciati campanili.

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Pensieri e parole di Santa Teresa di Calcutta PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per madre teresa di calcuttaSULLE OPERE

«Non conta quanti malati guarisci» diceva Madre Teresa di Calcutta «ma la testimonianza che dai: vedono che c’è qualcuno che si prende cura di loro ed è questo che conta». Abbiamo tutti bisogno di testimoni e di testimonianze per sostenere la nostra speranza. E Madre Teresa è stata una testimone straordinaria che il Signore ha donato al nostro tempo, un gigante nella fede e nelle opere, lei che pure era cosciente che tutto «quello che facciamo è soltanto una goccia nell’oceano, ma se non ci fosse all’oceano mancherebbe».

SULLA VOCAZIONE

Madre Teresa era giovanissima quando sentì la chiamata. Intervistata al riguardo, rispose: «Avevo dodici anni, quando nella cerchia familiare per la prima volta desiderai di appartenere completamente a Dio. Ci pensai pregando per sei anni. […] Mi aiutò molto la Madonna […] di Montenegro». Per capire meglio si confrontò con padre Franjo. Alla domanda su come si manifestasse la vocazione personale, questi le rispose: «Lo saprai dalla tua felicità interiore. […] La profonda letizia del cuore è la bussola che indica il sentiero da seguire. Dobbiamo farlo, anche quando la strada non è chiara e il cammino disseminato di difficoltà». Non si può mentire a se stessi, al proprio cuore. Non si può mentire sulla propria felicità.

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L'AVVENTURA DEL VIAGGIO 6 - La politica non può salvare l'uomo PDF Stampa E-mail
altDopo la questione dell’educazione affettiva Dante affronta subito anche quella dell’impegno politico. Potremmo anche dire che il poeta ha fin da subito sottolineato gli ambiti e i problemi fondamentali dell’umana esistenza: la «decisione per l’esistenza» (primi tre canti), la vocazione/affettività (canto V), il vivere associato (canto VI).

Nel canto VI dell’Inferno viene descritto il III cerchio, «de la piova/ etterna, maladetta, fredda e greve». A custodia delle anime si trova Cerbero, che nel Medioevo rappresenta sia l’ingordigia che le discordie civili. «Fiera crudele e diversa», provvista di tre teste, dagli occhi vermigli, dalla barba unta e atra, il mostro, mutuato dall’Eneide virgiliana, «graffia li spirti ed iscoia ed isquatra». Sono le anime dei golosi. Dante incontra qui Ciacco, soprannome che significa «porco» a designare il peccato per cui è condannato all’Inferno. Questi si presenta dichiarandosi appartenente alla città di Firenze, «ch'è piena/ d'invidia sì che già trabocca il sacco […]». Il poeta fiorentino non rivela particolare affetto per il conterraneo. Anzi, quanto è il trasporto affettivo nei confronti di Paolo e Francesca, emerso nel canto precedente, altrettanto è il distacco che trapela per Ciacco. Solo apparente è, infatti, il dolore che prova per il goloso («il tuo affanno/
mi pesa sì, ch'a lagrimar mi 'nvita»), perché subito lo incalza con tre domande: a che punto arriveranno i fiorentini con le loro discordie, c’è qualche giusto, quali sono le ragioni che hanno disseminato l’odio nella città? Ciacco risponde con precisione e grande sintesi. Il futuro di Firenze vedrà prima la supremazia dei Guelfi bianchi, poi prenderanno il potere i neri grazie all’appoggio del Papa Bonifacio VIII. «Giusti son due, e non vi sono intesi;/ superbia, invidia e avarizia sono/ le tre faville c'hanno i cuori accesi». I tre gravi peccati che non permettono agli uomini di vivere in pace, nel rispetto reciproco e nella prospettiva di realizzare il bene comune, sono l’«amor excellentiae» (come san Tommaso definisce il desiderio di primeggiare non riconoscendo il valore altrui), l’invidia ovvero il «guardare male, con ostilità qualcuno» e la brama di denaro.

 

 
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