La ragione del cuore il blog di Giovanni Fighera
Davvero il Purgatorio è un'invenzione medioevale? PDF Stampa E-mail

fighera PURGATORIO cop alta risoluzioneLa tesi di Jacques Le Goff

Nel saggio La nascita del Purgatorio lo storico Jacques Le Goff sostiene che il Purgatorio è un’invenzione della Chiesa tra il XII e XIII secolo per aumentare il proprio potere sulle coscienze degli uomini e sui suoi soldi. In un’intervista che sintetizza le tesi fondamentali del libro, rilasciata a Fabio Gambero il 27 settembre 2005 per il quotidiano Repubblica,Le Goff afferma: «La nascita del Purgatorio modifica la giurisdizione esercitata sui morti, favorendo la pratica delle indulgenze. Secondo la dottrina tradizionale, gli uomini da vivi rispondevano al tribunale della Chiesa, una volta morti però erano giudicati solamente dal tribunale di Dio. Con il Purgatorio si crea una sorta di tribunale comune in cui intervengono sia Dio che la Chiesa. Le anime che vi transitano, infatti, continuano a dipendere da Dio, ma beneficiano anche dell'azione della Chiesa che distribuisce le indulgenze. Il Purgatorio, dunque, ha rinforzato il potere della struttura ecclesiastica, che così, oltre che dei vivi, è responsabile in parte anche dei morti. Una situazione che la Riforma protestante ha in seguito fermamente condannato. Per gli uomini del Medioevo però l’esistenza del Purgatorio accresceva le speranze di salvezza, dato che non tutto era definitivamente stabilito al momento della morte. Perfino per gli usurai, che fino ad allora erano irrimediabilmente condannati all'Inferno, inizia a profilarsi un aldilà meno cupo. Naturalmente vivere con tale speranza modifica radicalmente la prospettiva della vita quotidiana».

Quando è nata davvero la credenza nel Purgatorio? Cosa dice la Bibbia?

È radicata nella tradizione della Chiesa, nella fede tramandata dai cristiani attraverso i secoli o davvero si è diffusa solo tardivamente tra il XII e il XIII, come afferma l’illustre storico Le Goff? È davvero un’invenzione medioevale, non suffragata in alcun modo dai testi vetero e neo testamentari?

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L'IO E LA CRISI DELLA MODERNITA' 19- Il desiderio e il cuore dell'uomo antidoti all'ideologia PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per desiderio di felicità contro ideologiaSi è aperta un’età nuova che forse (lo sapremo tra alcuni decenni) passerà alla storia con il nome di postmodernità. Altri nomi sono stati proposti come «l’età dell’accesso facile ai servizi» o «l’epoca della globalizzazione». Le ideologie imperversano proprio quando si vive una crisi antropologica, quando sono venute meno le certezze e le convinzioni che portano l’uomo a costruire nel e per il tempo. Da dove è possibile ripartire in un’epoca di cambiamento radicale che può essere paragonato a quello che aveva contraddistinto la fine dell’impero romano o che aveva aperto la nascita della modernità? 

Recita il salmo biblico 8: «Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato, che cosa è mai l'uomo perché di lui ti ricordi e il figlio dell'uomo, perché te ne curi?». Più di duemila anni dopo nel canto «Sopra il ritratto di una bella donna scolpito nel monumento sepolcrale della medesima» si chiede ancora Leopardi: «Natura umana, or come,/ Se frale in tutto e vile,/ Se polve ed ombra sei, tant'alto senti?/ Se in parte anco gentile,/ Come i più degni tuoi moti e pensieri/ Son così di leggeri/ Da sì basse cagioni e desti e spenti?». Il Recanatese nota come la povera e fragile mente umana possa elevarsi a concetti elevatissimi e alla brama dell’infinito e, nel contempo, pur se capace di desideri così profondi, sa abbassarsi alla terra e accontentarsi del nulla.

Sempre, comunque, anche di fronte alla morte e alla percezione della labilità dell’esistenza, rimane in noi una domanda, ben espressa da quell’Ungaretti (1888-1970) che, durante l’esperienza della trincea nella prima Guerra mondiale, ancor non crede (si convertirà solo una decina d’anni più tardi): «Chiuso fra cose mortali// (Anche il cielo stellato finirà)// Perché bramo Dio?». L’uomo non si può accontentare soltanto di soddisfare il bisogno fisico, altrimenti sarebbe come la bestia. L’uomo ha una «grande aspirazione», come recita il titolo di una bellissima poesia di Pascoli (1855-1912) che scrive: «Un desiderio che non ha parole/ v'urge, tra i ceppi della terra nera/ e la raggiante libertà del sole./ Voi vi torcete come chi dispera,/ alberi schiavi!». L’uomo è come un albero, ben radicato alla terra, ma che vorrebbe avere le ali per volare e si protende, così, verso il cielo. Questa brama di conoscere e quest’aspirazione al cielo non possono rimanere senza risposta. 

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IN USCITA A FEBBRAIO 2017 "PURGATORIO: RITORNO ALL'EDEN PERDUTO" PDF Stampa E-mail

fighera PURGATORIO cop alta risoluzione"Davvero il Purgatorio è un’invenzione della Chiesa del XIII secolo come sostenne lo storico medioevale Jacques Le Goff? Quali testi letterari prima di Dante descrissero il viaggio nel Purgatorio? Il secondo volume della trilogia di Giovanni Fighera dedicata alla Commedia dantesca risponde a queste e ad altre interessanti domande per inoltrarsi poi nell’avventura del viaggio di Dante nel Purgatorio, cantica bellissima, purtroppo non sempre apprezzata quanto l’Inferno. Ritornano la luce, il cielo stellato, la notte a testimoniare che l’ansia di redenzione che si è manifestata nelle anime purganti anche solo per un istante in Terra trova una risposta nell’infinita misericordia divina. Dominano gli affetti, le amicizie, il senso della coralità e della comunità. Dante viator incontra i grandi amici già defunti, i poeti che gli sono stati maestri nell’arte della scrittura, attraversa le sette balze dei vizi capitali dovendo, infine, dire addio al maestro Virgilio e ritrovare Beatrice nel Paradiso terrestre. Nell’Eden perduto, però, le sorprese non sono finite. Il viaggio di Dante è la nostra stessa avventura della lotta quotidiana contro il nostro male nel cammino verso la santità e la felicità piena.

 

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11 febbraio PISTOIA. "Desiderio d'Infinito. Cosa conta davvero nella mia Vita?" PDF Stampa E-mail

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“Desiderio

 

d'Infinito. Cosa

 

conta davvero

 

nella mia Vita?"


11 Febbraio 2017
relatore: prof. Giovanni Fighera
musicisti della Scuola Cumunale di Musica Mabellini di Pistoia


Salone Scuola Mabellini

Via Dalmazia n.356

ore 16.00/18.00


Con prof Giovanni Fighera, laureato in lettere moderne, ha conseguito una specializzazione e tre perfezionamenti in letteratura e linguistica, insegnante d’italiano e di latino nei licei, collabora con il laboratorio di Filologia moderna nell’Università degli studi di Milano, collabora con moltissime riviste, quotidiani on line, radio, ha pubblicato numerosi libri.

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POLITICA. Se l'auspicio di Dante fosse stato ascoltato PDF Stampa E-mail

altIn un’epoca come la nostra in cui sembra concretizzarsi il disinteresse per la politica di cui parlava Tocqueville, in cui si è persa la consapevolezza che l’impegno politico è per il bene comune, giova ricordare la lezione  di Dante, quale emerge dalla sua azione indefessa e imparziale all’interno del comune fiorentino prima dell’esilio e come si chiarisce nell’opera principale che dedicò all’attività politica, ovvero il De monarchia. All’epoca della sua diffusione il trattato venne considerato anacronistico, perché rilanciava le due istituzioni tipicamente medioevali, Impero e Chiesa, ormai pienamente in crisi nei primi decenni del Trecento. Venne addirittura posto all’indice per secoli. Da altri venne interpretato e utilizzato strumentalmente a fini politici. Ora, gioverà riflettere su alcune considerazioni del trattato per giudicare più correttamente e senza pregiudizi il valore della posizione di Dante. L’affermazione della necessità dell’Impero è giustificata dal fatto che l’unità imperiale permette la pace che è, a sua volta, la condizione indispensabile perché ciascun uomo possa perseguire il fine della vita umana, la felicità. In pratica l’Impero (oggi noi potremmo dire lo Stato) appare come strumento dell’uomo e della persona, non certo il fine.  Dante insiste sul fatto che due sono i fini della vita umana, la felicità di questa terra e la beatitudine nell’altro mondo, ovvero la felicità per sempre. In questo contesto Dante sottolinea l’importanza della presenza di un’autorità morale e religiosa cui far riferimento, da lui identificata nel papato. Quindi, unità territoriale in una realtà politica unica e riferimento morale appaiono come la possibilità di garanzia di una condizione che permetta la crescita dell’uomo. A distanza di settecento anni la storia dell’Europa, segnata ininterrottamente da guerre, insegna che l’unificazione economico-politica europea ha comportato sessanta anni di pace. Nel contempo, questi ultimi decenni sottolineano, però, come in Europa ci siano più volti ed anime, non si sappia a chi far riferimento nelle scelte importanti e sia necessaria un’autorità morale. Ora più che mai è evidente che non è possibile realizzare un’unità territoriale su basi economiche e politiche laddove non vi siano dei riferimenti ideali comuni e condivisi. La teoria dei due soli, giudicata così frettolosamente come anacronistica, illumina invece il passato dell’Europa come il presente. Non si deve credere che qui si voglia proporre una realtà politica su basi teocratiche. Dante ha sempre voluto evidenziare la divisione tra potere temporale e potere spirituale, il primo gestito dall’autorità imperiale, il secondo affidato alla Chiesa. Ai suoi tempi, venne addirittura additato come acceso oppositore della tesi teocratica assai diffusa tra fine del Duecento e inizio del Trecento.

 

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I PROMESSI SPOSI 5 - L'arte nasce dallo stupore per la realtà PDF Stampa E-mail

altL'artista non inventa mai nulla. Questo sostiene Manzoni nel dialogo Dell’invenzione.  «Inventare» deriva, infatti, dal verbo latino «invenire» che vuol dire «trovare», «incontrare». L'artista è come se trovasse nel creato le impronte del Creatore. Esiste, quindi, sempre un rapporto molto stretto tra l'arte e la realtà. Anche Dante e Shakespeare la pensano allo stesso modo. Il Fiorentino apre il Paradiso così: «La gloria di colui che tutto move/ per l’universo penetra, e risplende/ in una parte più e meno altrove./ Nel ciel che più de la sua luce prende/ fu’ io, e vidi cose che ridire/ né sa né può chi di là sù discende». Ovvero la bellezza che c'è nel creato è la sorgente dell’opera d’arte, è la sorgente di ogni atto, di ogni iniziativa artistica.

Nella tragedia shakespeariana Amleto, alla fine del primo atto, il protagonista parla con il fantasma del padre che gli ingiunge di non rivelare niente a nessuno di quello che ha visto. Riferendo all’amico Orazio quanto accaduto, Amleto afferma con tono categorico: «Ci sono più cose in cielo e in terra che nella tua filosofia, Orazio». La realtà è sempre più ricca di ogni immaginazione e, quindi, l'arte prenderà sempre spunto dallo stupore per la realtà, proprio come la filosofia e la stessa scienza. Nella rappresentazione dell’uomo la prima fonte da cui trarre ispirazione è, quindi, proprio l’osservazione dell’uomo reale.

In Manzoni la ricerca del «sacro vero», già così centrale nel carme «In morte di Carlo Imbonati», coinvolge nel tempo sempre più ogni ambito, culturale, letterario ed esistenziale. Così se dal punto di vista religioso si traduce tra il 1809 e il 1810 nella conversione al cattolicesimo, sotto il profilo letterario, invece, la ricerca del vero induce Manzoni prima all’adesione al Romanticismo e, poi, ad un sempre più ossessivo ed estenuante perseguimento della poetica del vero.

In questa prospettiva di rappresentazione veritiera della realtà storica Manzoni non rispetta nelle tragedie le tre unità aristoteliche di tempo, di spazio e di azione. Celebri sono le accuse che Monsieur Chauvet muove nei confronti della tragedia Il Conte di Carmagnola. L’autore lombardo gli risponde con la lettera sulle unità di tempo e di luogo nella tragedia, che può considerarsi un’efficace esposizione della poetica manzoniana.

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I PROMESSI SPOSI 4. La conversione di Napoleone PDF Stampa E-mail

altEsaltato dagli artisti contemporanei, dal pittore Jacques Louis David, dal musicista Beethoven (che gli dedicò la sinfonia n. 3, la cosiddetta «Eroica»), dal filosofo Hegel, dallo scrittore Foscolo, tra i tanti che potrebbero essere ricordati, l’imperatore Napoleone desta senz’altro l’ammirazione di Alessandro Manzoni, ma non il suo amore. La voce di Manzoni «di mille voci al sònito/ mista la sua non ha:/ vergin di servo encomio/ e di codardo oltraggio». Manzoni, infatti, non ha mai elevato odi al grande comandante quando questi era al colmo della sua gloria né tanto meno lo ha denigrato quando è caduto nella polvere. Solo quando gli giunge nella villa di Brusuglio quaranta giorni più tardi la notizia della morte di Napoleone, in tre giorni lo scrittore lombardo «scioglie all’urna un cantico/ che forse non morrà»: «Il 5 maggio».

Manzoni è colpito dalla scomparsa di un personaggio così grande, che ha posto ordine tra due età, tra Illuminismo e Romanticismo. È bastato che Napoleone pronunciasse il suo nome («Ei si nomò») perché «due secoli,/ l'un contro l'altro armato,/ sommessi a lui si volsero,/ come aspettando il fato;/ ei fè silenzio, ed arbitro/ s'assise in mezzo a lor». Il comandante ha conquistato gran parte dell’Europa, dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno in un movimento direzionale Nord/Sud e poi Ovest/Est che sembra tracciare una croce forse alludendo al fatto che le sue truppe e le sue vittorie fulminee producevano morti sul campo e stermini.

Con Napoleone è scomparso un personaggio che ha dato il nome alla sua epoca, definita per l’appunto napoleonica, un uomo in cui, come direbbe Hegel, si è incarnato lo spirito della storia. Ma ancor più che dalla morte, Manzoni è colpito dalla notizia che Napoleone, che ha sempre assunto un atteggiamento fortemente anticlericale e anticattolico, si sia convertito prima di morire: «Mai più superba altezza si è inchinata al disonore del Golgota».

 

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L’AVVENTURA DEL VIAGGIO. INFERNO 14. Lucifero all'origine del male PDF Stampa E-mail

altL'angelo che era il più bello, il più vicino a Dio, diviene l'immenso mostro a tre teste all'origine del male. Dante conclude, con questa visione di Lucifero, il suo viaggio nell'Inferno. Un inferno tutt'altro che vuoto, come conferma la Bibbia.

 

In forma cinematografica appare a Dante un’immagine non nitida, simile ad un mulino dalle grosse pale che a poco a poco si configurano come le immense ali di Lucifero. Col loro movimento vorticoso esse trasformano l’acqua del lago in ghiaccio. Gigantesco, obbrobrioso, addirittura raccapricciante nell’aspetto, Lucifero visto da vicino non può trarre in inganno e sedurre con un’apparenza di bellezza, come fa quando tenta l’uomo. Alla vista della bruttezza di Lucifero Dante viator comprende che il male che c’è nel mondo proviene tutto da lui: «s’el fu sì bel com’elli è ora brutto,/ e contra ‘l suo fattore alzò le ciglia,/ ben dee da lui procedere ogni lutto».

L’angelo che era il più bello, il più vicino a Dio ha preferito ribellarsi a Lui, invece di essere grato per quanto ricevuto. Questo è il segno del vero male, del vero peccato, della vera immoralità, consistente nell’essere più attaccati a se stessi che affezionati alla verità. Colui che aveva la Verità di fronte si è posto lui stesso come menzogna e inganno al posto di Dio. Non può che diventare una «scimmia di Dio». Dante auctor lo rappresenta in chiave antifrastica del Creatore offrendone una parodia della Trinità. Infatti scrive: «Io vidi tre facce a la sua testa!/ […] Con sei occhi piangea, e per tre menti/ gocciava ‘l pianto e sanguinosa bava».

 

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"Francescani a Venezia: il più bel quadro del mondo" di Margherita del Castillo PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per assunta tiziano frati francescaniNel 1518 il più bel quadro del mondo, a detta del Canova, venne posto sull’altare maggiore della chiesa veneziana dei frati francescani, collocato all’interno di  una monumentale edicola marmorea predisposta per accoglierlo. La grandiosa pala dell’Assunta, commissionata a Tiziano dal superiore del convento, Fra Germano da Casale, solo due anni prima, si inserì armoniosamente nell’architettura gotica e, con i suoi sette metri di altezza e il rosso delle vesti della Vergine e di alcuni Apostoli, ancora oggi si intravvede fin da lontano, inquadrata prospetticamente dalle arcate ogivali che suddividono la navata centrale dalle due laterali.

Nel 1469 era stato benedetto il presbiterio della chiesa, giunta alla sua terza versione. Un primo edificio, infatti, era stato eretto a partire dal 1231, una decina d’anni dopo l’arrivo in Laguna dei seguaci di San Francesco. Quella fabbrica fu, poi, ingrandita perché non adeguata al numero sempre crescente di fedeli che vi accorrevano e, nel 1492, infine, consacrata e dedicata alla Vergine Assunta col titolo di Santa Maria Gloriosa dei Frari.

All’esterno, il rosso del cotto dell’architettura gioca con il bianco della pietra d’Istria utilizzata per le decorazioni dell’alto campanile romanico, degli ingressi laterali e di quelli sulla facciata tardo gotica. Il portale centrale ad arco acuto, è formato da fasci di colonne bianche  e sormontato dalle figure del Cristo Risorto, di San Francesco e di Maria.

Lo spazio interno è a croce latina, con otto cappelle absidali e una nona, intitolata a San Pietro, addossata al fianco sinistro della chiesa, in corrispondenza della base del campanile. Al centro della navata centrale, in prossimità dell’ultima campata, si sviluppa il quattrocentesco coro ligneo dei Frari, dei vicentini Francesco e Marco Cozzi che realizzarono i tre ordini sovrapposti di stalli intagliati con diverse tipologie di fregi. Nel 1475 il coro fu racchiuso in un septo marmoreo, opera di diverse mani: i riquadri a destra e sinistra dell’arco centrale, sopra il quale si staglia un crocefisso quattrocentesco di probabile fattura tedesca, rappresentano in rilievo busti di profeti e dei quattro Padri della Chiesa, Gerolamo, Gregorio, Agostino e Ambrogio.

Se sulla controfacciata, tra diversi monumenti funebri, si raccontano storie di Santi francescani nelle otto tele che Flaminio Floriani dipinse all’inizio del XVII secolo,  ricorrenti in diversi punti della chiesa sono le immagini mariane, firmate per lo più da artisti celeberrimi. Per i Frari, tra il 1519 ed il 1526, Tiziano dipinse anche la Madonna di Ca Pesaro, ora lungo la navata sinistra.  Prima dell’ingresso in Sacrestia si apre la cappella Bernardo. La sua pala d'altare è il polittico che Bartolomeo Vivarini firmò nel 1487; nello scomparto centrale la Madonna, assisa in trono, tiene il Bambino sulle ginocchia, affiancata dai santi Pietro, Paolo, Andrea e Nicola e sormontata da una Pietà. L’anno seguente Giovanni Bellini concluse la pala d’altare per un monumento della famiglia Pesaro, in Sacrestia. La sua Madonna con Bambino è anch’essa seduta su uno scranno, inquadrata in una profonda abside e in un’architettura al di là della quale si intravvede uno scorcio di paesaggio.  

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L'IO E LA CRISI DELLA MODERNITA' 18-L'uomo prigioniero delle sue ideologie PDF Stampa E-mail

Immagine correlataIl termine «ideologia» indica nell’accezione negativa un pensiero o un sistema di pensiero pregiudiziale, senza un fondamento di verifica nella realtà. Quindi, lo sguardo ideologico è quella modalità di trattare il reale non partendo dall’osservazione e dal desiderio di conoscenza dello stesso, bensì dall’idea preconcetta che si possa già avere.

Discutendo sull’ideologia, un giorno Napoleone sottolineò proprio due caratteristiche: da un lato la sua presunzione di poter modificare, regolare, cambiare, violentare la realtà; dall’altro il tratto assoluto, ovvero svincolato dal reale, che non tiene conto della vera natura dell’uomo e della realtà.

L’Illuminismo francese crea un terreno fertile per la diffusione delle ideologie, perché propone una visione dell’uomo e della cultura affrancate dal Mistero e dalla dipendenza da Dio. Dimenticandosi dell’abisso di male cui può pervenire l’uomo, teorizza una visione positiva della storia e del mondo, scordandosi, però, della persona. Ogni singolo individuo deve impegnarsi nella realizzazione di questo ipotetico futuro, scordandosi del proprio desiderio di felicità e di compimento.

 

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I PROMESSI SPOSI 3 -L'incontro con Cristo salva dalle tragedie della vita PDF Stampa E-mail

altL’evento cristiano non rivoluziona soltanto l’arte figurativa, bensì introduce profondi elementi di novità anche nell’ambito della concezione della letteratura. Il Medioevo ha ereditato, senz’altro, la tradizionale tripartizione degli stili dal latino classico. Alcuni commentatori virgiliani della bassa latinità (Servio e Donato), associando i tre stili all’altezza degli argomenti affrontati, hanno designato questo rapporto tra opere e livelli di scrittura con l’espressione rota Virgili. Eneide, Georgiche, Bucoliche rappresentavano, così, rispettivamente i modelli dello stile sublime, medio e umile.

La tripartizione viene, spesso, messa in discussione e non più rispettata dagli scrittori cristiani. I Vangeli hanno, infatti, la «presunzione» di raccontare il fatto più grande che si possa narrare (l’esperienza dell’incontro con un Dio che si è fatto uomo) attraverso uno stile umile e semplice. La novità dei Vangeli è radicale, non solo dal punto di vista del messaggio annunciato, ma anche per l’introduzione di un nuovo stile, che Erich Auerbach definisce per l’appunto sermo humilis, immediato, comunicativo, come si addice ad una verità che deve essere accessibile a tutti e, nel contempo, ad un re che, nato in una stalla, è, poi, morto in croce.

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L’AVVENTURA DEL VIAGGIO. INFERNO 13. IL MONOLOGO DEL CONTE UGOLINO PDF Stampa E-mail

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L’ultimo cerchio è quello dei traditori nei confronti della patria, degli ospiti, dei parenti e dei benefattori. Non il fuoco, ma il ghiaccio rappresenta icasticamente la pena comminata a quanti, a causa del tradimento, hanno perso il loro stesso calore vitale, hanno violato la stessa natura umana, sono così cosificati, reificati, immersi nel ghiaccio come se fossero «festuca in vetro».

Ad un certo punto Dante vede «due ghiacciati in una buca,/ sì che l’un capo a l’altro era cappello;/ e come ‘l pan per fame si manduca,/ così ‘l sovran li denti a l’altro pose/ là ‘ve ‘l cervel s’aggiunge con la nuca». Un forte desiderio di vendetta anima questo dannato, paragonata a quel Tideo della Tebaide di Stazio, che, una volta colpito a morte da Menalippo, riuscì a trafiggerlo e a ucciderlo e chiese, prima di morire, la testa del nemico per roderla.

 

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VIDEO DI "TRE GIORNI ALL'INFERNO". SETTIMA PUNTATA PDF Stampa E-mail

 

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VIDEO DI

"TRE GIORNI ALL'INFERNO" DI GIOVANNI FIGHERA.

SETTIMA PUNTATA.

CANTO XIII

PIER DELLA VIGNA

CLICCA IL LINK PER VEDERE IL VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=nPt48GEtQj4

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L’AVVENTURA DEL VIAGGIO. INFERNO 12. Ulisse e il desiderio dell'animo umano PDF Stampa E-mail

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Ulisse, il personaggio della letteratura greca più amato, ancora ai giorni nostri, viene incontrato da Dante nell'Ottava Bolgia dell'Inferno. Dannato per le sue menzogne, non per il suo valore di uomo di mare, che è emblema del desiderio umano di conoscenza.

 

Ulisse è il personaggio greco che ha più prolungato la sua fama nei secoli successivi fino ad oggi, fino alle rivisitazioni di Joyce e Pascoli o alle sceneggiature cinematografiche. La sua fama così duratura nella Modernità è forse legata al fatto che Ulisse incarna atteggiamenti per così dire già moderni, improntati a furbizia, individualismo, intelligenza, pragmaticità. È l’emblema stesso dell’ingegno, ma, nel contempo, della capacità di sopportazione, della forza militare, della curiosità, della diffidenza, della pazienza. È la figura «più ricca di umanità che la poesia greca abbia creato, nella sua ricchezza singolarissima di prudenza e di coraggio, di curiosità e di intelligenza, di generosità impetuosa e di calcolata freddezza, di lucidità e di cautela, di prontezza sicura e di ostinazione, di fiducia e di dubbio, di caldissima e mobilissima astuzia» (Bosco-Reggio).

 

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L’AVVENTURA DEL VIAGGIO. INFERNO 11. Dante e i simoniaci, comicità sull'avidità dei Papi PDF Stampa E-mail

altNell’Inferno Dante utilizza sia il registro tragico che quello comico. Le tragedie dantesche sono rappresentate dalle storie dei grandi personaggi, Francesca da Polenta, Pier della Vigna, Ulisse, il conte Ugolino della Gherardesca. Tutti ricorderanno i versi tombali che concludono i loro lunghi monologhi: «Quel giorno più non vi leggemmo avante» (Francesca), «Poscia, più che il dolor, poté il digiuno» (conte Ugolino), «Infinche 'l mar fu sovra noi richiuso» (Ulisse), «ciascuno al prun de l’ombra sua molesta» (Pier della Vigna). Il registro alto e tragico ben si adatta a quei personaggi dannati che il poeta stima, in qualche modo, perché eroici per la loro virtù.

 

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