La ragione del cuore il blog di Giovanni Fighera
GRANDI CAPOLAVORI CRISTIANI 5- E lo scrutatore Amerigo scoprì lo sguardo della bellezza PDF Stampa E-mail

altNella genesi del romanzo La giornata di uno scrutatore di Italo Calvino appaiono chiari gli spunti autobiografici dell’opera, così come è encomiabile la libertà con cui l’autore si confronta con la realtà in cui si imbatte, scevro di pregiudizi ideologici o, sarebbe più corretto dire, liberandosi gradualmente di essi. La stessa libertà è richiesta al lettore che si accinga alla scoperta che ha fatto lo scrittore. Rare volte come in quest’opera l’avventura della lettura si traduce nella scoperta dell’incommensurabilità del reale e dell’umano. 

Nel romanzo lo scrittore si cela sotto le vesti del protagonista Amerigo Ormea, intellettuale, pessimista e un poco cinico che si sente adulto, come chi sa e conosce già e non ha, quindi, tempo per lasciarsi sorprendere: «Nella politica come in tutto il resto della vita, per chi non è un balordo, contano quei due principi lì: non farsi mai troppe illusioni e non smettere di credere che ogni cosa che fai potrà servire».  Iscritto al Partito comunista, considerato «elemento preparato e di buon senso», ora viene fatto scrutatore proprio in un seggio di un grande istituto religioso, il Cottolengo, chiamato anche la piccola casa della Divina Misericordia, un enorme ospizio, una città nella città, fondata tra il 1832 e il 1842 da un prete per accogliere i minorati e i deformi, quelle creature nascoste «che non si permette a nessuno di vedere». 

Amerigo si reca al Cottolengo quasi investito di un compito «nella parte di un ultimo anonimo erede del razionalismo settecentesco», quello di verificare le truffe, scoprire i brogli e le prevaricazioni che avvengono in quell’istituzione a vantaggio del Partito democristiano. Ebbene, al seggio Amerigo si sorprende nel vedere insieme i credenti dell’ordine divino e i compagni suoi «ben coscienti dell’inganno borghese di tutta la baracca». In quel seggio elettorale lo scrutatore vede sfilare un’Italia nascosta, il segreto di tante famiglie. Quei corpi deformi sono «il rischio d’uno sbaglio che la materia di cui è fatta la specie umana corre ogni volta che si riproduce». 

Così, di fronte a quei poveretti, Amerigo si sorprende antidemocratico. La sua certezza di essere cresciuto con valori incrollabili comincia a vacillare: come può il suo voto di uomo intelligente e cosciente valere come quello di persone lontane dal mondo, dalla democrazia, dal sistema? Il credo illuministico ha posto l’uomo come protagonista unico ed esclusivo della storia, chiamato a sostituire Dio, quel Dio che è fatto soltanto per gli indifesi, per i deboli, per i poveri, per chi non può che appellarsi a Lui. Nel Cottolengo è, invece, evidente come l’idea di perfezione dell’uomo sia ben lungi dal possedere un benché minimo attestato di attendibilità, perché la carne di Adamo appare «misera e infetta». 

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IL PURGATORIO: RITORNO AL PARADISO PERDUTO PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per giovanni fighera il purgatorio ritorno all'eden perdutoDavvero il Purgatorio è un’invenzione medievale, come sosteneva Le Goff? Quali testi letterari prima di Dante descrissero il viaggio nel Purgatorio? Il secondo volume della trilogia di Giovanni Fighera dedicata alla Commedia dantesca risponde a queste e ad altre do­man­de per inoltrarsi poi in questa cantica bellissima, pur­troppo non sempre apprezzata quanto l’Inferno. Ri­tornano la luce, il cielo stellato, la notte a testimoniare che l’ansia di redenzione che si è manifestata nelle anime purganti anche solo per un istante in terra trova risposta nell’infinita misericordia divina. Dominano gli affetti, le amicizie, il senso della coralità e della comunità. Dante viator incontra i grandi amici già defunti, i poeti che gli sono stati maestri nell’arte della scrittura, attraversa le sette balze dei vizi capitali dovendo, infine, dire addio al maestro Virgilio e ritrovare Beatrice nel Paradiso terrestre. Nell’Eden perduto, però, le sorprese non sono finite. Il viaggio di Dante è la nostra stessa avventura della lotta quotidiana nel cammino verso la piena felicità.

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Maturità 2017. GABRIELE D'ANNUNZIO. Specchio fastidioso del suo tempo PDF Stampa E-mail

altDopo aver presentato la figura e le opere di Giovanni Pascoli, oggi parliamo di Gabriele D’Annunzio. In coda alla presentazione trovate un testo con alcune domande per prepararvi al meglio sull’analisi del testo.

 

Si sono celebrati nel 2013  i centocinquanta anni dalla nascita di Gabriele d’Annunzio (1863-1938), un autore che è emblema del suo tempo e della Belle Époque e, nel contempo, corifeo di quell’esasperata ricerca edonistica che è propria dell’uomo contemporaneo. Forse per questo oggi non piace, perché è uno specchio in cui l’uomo di oggi rischia di riconoscersi. Forse per lo stesso motivo oggi è trascurato nelle scuole. Non è mai stato proposto un suo testo per la tipologia A dell’Esame di Stato. Ungaretti, Montale, Saba sono stati proposti per l’analisi di testo due, perfino tre volte in quindici anni, Primo Levi, Quasimodo, Pavese e altri una volta, d’Annunzio mai. Perché Saba sì, d’Annunzio no? Non certo ragioni artistiche possono motivare questa illustre esclusione, casomai motivazioni moralistiche o ideologiche. Per caso, il peso di Saba nella nostra storia letteraria e della cultura può essere paragonato a quello di d’Annunzio?

 

La vita
Il 12 marzo del 1863, centocinquanta anni fa, nasceva Gabriele Rapagnetta, che si sarebbe fatto chiamare più tardi D’Annunzio o, con scrittura aristocratica, d’Annunzio. È uno degli autori più importanti della Belle Époque, che ha segnato e rappresentato un’epoca, piaccia o non piaccia, divenendo il modello di tutta quella borghesia che non voleva sentirsi borghese, ma desiderava assumere modi aristocratici. Ebbene, proprio quel d’Annunzio che aspirava a distinguersi in modo elitario sarebbe diventato l’emblema dell’omologazione borghese.

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IL SECONDO OTTOCENTO DA RISCOPRIRE- 1- Il secolo del Romanticismo e del positivismo PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per ottocento arte e letteraturaNon c’è dubbio che i secoli d’oro della letteratura italiana siano il Trecento e il Cinquecento: il primo dominato in maniera incontrastata dalle tre Corone fiorentine, ammirate ed imitate in tutta Europa, punto di riferimento fisso per secoli per la letteratura successiva; il secondo connotato da quattro giganti del pensiero e della scrittura, Machiavelli, Guicciardini, Ariosto e Tasso.

Seguono al Cinquecento due secoli che non brillano certo in Italia per la qualità della poesia, Seicento e Settecento, per lo più contrapposti tra loro. Finalmente, con il Romanticismo ritorna in auge la poesia. Nell’arco di pochi decenni, dalla prima edizione autorizzata dell’Ortis (1802) al «Tramonto della luna» (1836), tre pilastri della nostra letteratura pubblicano grandi capolavori: solo per addurre esemplificazioni, Foscolo scrive I sepolcri, le Poesie, l’Ortis, Le grazie; Leopardi I canti,  le Operette morali, lo Zibaldone; Manzoni I promessi sposi e l’Adelchi.

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"San Giuseppe a Brescia, la chiesa degli artigiani" di Margherita Del Castillo PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per san giuseppe bresciaNel cuore di Brescia, in quella che un tempo era chiamata la contrada dei Fabii, nel primo decennio del Cinquecento arrivò una comunità di osservanti minori francescani il cui primitivo convento in città era stato distrutto in seguito ad un intervento urbanistico predisposto, per motivi di sicurezza, dalla Repubblica Veneta. La zona era nota per lo storico postribolo pubblico e per la concentrazione di attività illecite: la presenza dei religiosi avrebbe contribuito a bonificare il quartiere e a normalizzare la vita sociale. Fu così che nel 1519 fu benedetta la prima pietra del convento che, oltre alla chiesa, comprendeva due chiostri minori, sul lato ovest, e uno più grande, a nord del presbiterio, oggi sede del Museo Diocesano.  Essendo l’area a vocazione prevalentemente artigianale, la chiesa fu intitolata all’artigiano per antonomasia, il falegname Giuseppe.

La sobria facciata, stretta nel vicolo medievale, è sormontata da tre pinnacoli a lanterna in cotto, di gusto gotico lombardo. Il timpano è sorretto da due imponenti colonne che incorniciano il portale centrale recante la scritta ” Haec est domus Dei et porta coeli”. L’interno è un ampio spazio ad impianto longitudinale, suddiviso in tre navate e senza transetto. Le dimensioni dell’aula, decisamente alta e centralmente rivestita da volta a botte decorata con un rinascimentale motivo geometrico ininterrotto, sono giustificate dalla funzione principale che i frati erano chiamati a svolgere: la predicazione ai ceti  medi che popolavano la zona. La copertura delle navate laterali è invece affidata a gotiche volte a crociera, con costoloni di diversi colori. Su di esse si affacciano dieci cappelle per lato, chiuse da cancellate, dedicate, ciascuna, ai santi protettori dei mestieri che si svolgevano nel tessuto viario circostante. Ecco perché quella di San Giuseppe è anche nota come la chiesa degli artigiani.

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23 marzo su RADIO MARIA "IN VIAGGIO CON DANTE VERSO LE STELLE" PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per farinata degli uberti

SU RADIO MARIA

IN VIAGGIO CON DANTE VERSO LE STELLE

giovedì 23 marzo ore 10:30

VII PUNTATA

PERICOLO DI MORTE DINANZI ALLA PALUDE STIGIA.

FARINATA DEGLI UBERTI E CAVALCANTE DE'CAVALCANTI

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Lunedì 20 marzo a ORZINUOVI il PURGATORIO. TERZA SERATA PDF Stampa E-mail

 

Risultati immagini per giovanni fighera il purgatorio ritorno all'eden perduto

 

TERZA SERATA

A Orzinuovi via Milano 75

lunedì 20 marzo - ore 20.30

I GRANDI POETI

Canti XXI-XXIV-XXVI

 

IL SENSO DEL VIAGGIO

Il Purgatorio è senz’altro la cantica più terrena, perché rispecchia la condizione dell’uomo che è in cammino verso la propria vera patria. È la condizione del pellegrino, di cui si è dimenticato l’uomo contemporaneo, che vive la dimensione terrena come l’unica possibile, e che invece l’uomo medievale viveva con maggiore coscienza. Nel Purgatorio dantesco dominano gli affetti, le amicizie, il senso della coralità e della comunità. È anche la cantica della misericordia di Dio, il regno della purificazione dal peccato e, quindi, il luogo dove l’anima conquista la libertà piena. Nelle quattro serate, in cammino con Dante, immersi in versi pieni di saggezza, vogliamo vivere l’avventura della lotta quotidiana dell’uomo contro il proprio male.

 

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ALETEIA. Così Dante prendeva in giro i Papi avidi PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per giovanni fighera tre giorni all'infernoEcco perché papa Niccolò III, Bonifacio VIII e Clemente V sono finiti nell'Inferno tra i Simoniaci

Dante e i Papi avidi. Ne parla Giovanni Fighera in “Tre giorni all’inferno” (Edizioni Ares). Accade nel cerchio ottavo di Malebolge, raffigurato in chiave comica. Qui risiedono i simoniaci.

Dante era stato accusato di baratteria quando era ambasciatore presso il papa Bonifacio VIII e per questa falsa accusa sarebbe rimasto in esilio fino alla morte.

Proprio il papa del Giubileo verrà collocato ante litteram tra i simoniaci nel canto XIX. Il papa non è ancora morto al momento dell’ambientazione della Commedia (marzo o aprile del 1300). Il poeta utilizza allora un escamotage per poterlo condannare: fa sì che un altro dannato profetizzi l’arrivo del papa, una volta morto. E questo dannato è un altro pontefice!

CHI SONO I SIMONIACI

I simoniaci sono coloro che hanno approfittato della loro posizione e delle cariche ricoperte per arricchirsi. Raccapricciante è lo scenario che appare a Dante dall’alto del ponte che sovrasta la bolgia. Le anime sono collocate a testa in giù, soltanto le estremità delle gambe fuoriescono dai fori. Le piante dei piedi sono infuocate come quando il fuoco si propaga da una superficie oleosa.

L’INCONTRO CON NICCOLO III

In questa scena avviene il ribaltamento parodistico della realtà. Dante appare davanti a un papa, Niccolò III.

Nella scenetta teatrale il papa è divenuto l’assassino che deve confessare il nome del mandante se vuole evitare la pena della propagginazione cui è condannato. Non sapendo chi sia l’anima di colui che lo invita a parlare, Niccolò III (sul soglio pontificio dal 1277 al 1280) crede che sia già giunto il dannato che è destinato a sospingerlo giù nel foro e a rimanere con le gambe in fuori. E in quel momento che punta l’indice contro Bonifacio VIII.

Così esclama:

[…] Se’ tu già costì ritto,

se’ tu già costì ritto, Bonifazio?

Di parecchi anni mi mentì lo scritto.

Se’ tu sì tosto di quell’ aver sazio

per lo qual non temesti

tòrre a ’nganno la bella donna,

e poi di farne strazio?

LA PREDIZIONE DEL FUTURO

Il genio di Dante colloca così tra i simoniaci Bonifacio VIII che sarebbe morto solo nel 1303 e che, all’epoca dell’ambientazione del viaggio, non poteva già trovarsi all’Inferno. Sappiamo che i dannati della Commedia dantesca hanno la facoltà di conoscere il futuro (non quello imminente). Per questo Niccolò III sa dallo scritto del futuro che Bonifacio VIII giungerà all’Inferno nel 1303.

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L'IO E LA CRISI DELLA MODERNITA' 24- La profezia di Tocqueville. E la speranza che fa ripartire PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per monachesimo originiIl percorso sulla contemporaneità è giunto ormai al termine. Nella prima parte abbiamo evidenziato la condizione di solitudine e di disagio dell’uomo odierno. Quell’individualismo che nel Settecento illuministico era presentato come fine dell’affrancamento dell’uomo dalla superstizione religiosa e dalle false autorità del passato appare sempre più come esito nefasto di una società che fatica a sollevarsi, ad aiutare il più debole, a collaborare per uno sviluppo buono e comune. La conseguenza di un individualismo vissuto nella tranquillità e nella finta pace domestica, che non considera l’altrui miseria e sopravvive nella dimenticanza di una giustizia per gli altri, è il disinteresse per l’ambito pubblico e per la politica. L’individualismo corrisponde così ad una torre d’avorio isolata che può prosperare solo fino a quando non arriveranno le «truppe degli invasori» scontenti. 

Già nell’Ottocento il saggista francese Alexis C. de Tocqueville (1805-1859) aveva anticipato gli esiti di questa posizione: «Una società in cui gli esseri umani si riducono nella condizione di individui "rinchiusi nei loro cuori" è una società in cui pochi vorranno partecipare attivamente all’autogoverno. La maggioranza preferirà starsene a casa e godersi le soddisfazioni della vita privata, almeno fintantoché il governo in carica, qualunque sia, produce i mezzi di queste soddisfazioni, e ne fa larga distribuzione». Tocqueville chiama questo nuovo dispotismo «morbido», «mite e paternalistico». «Non sarà una tirannia del terrore e dell’oppressione, come nel tempo andato». In maniera profetica Tocqueville ha descritto alcuni aspetti della contemporaneità. Il declino della partecipazione, il disinteresse per la politica, lo statalismo che dissolve il valore delle associazioni e della sussidiarietà pongono la persona sola «di fronte al gigantesco Stato burocratico» e si verifica l’alienazione dalla sfera pubblica. Si accentua il circolo vizioso dell’individualismo narcisistico che si è costruito la dimora dorata in cui coltivare il proprio orto e assaporare le proprie ricchezze.

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Maturità 2017. PASCOLI o del Mistero svelato PDF Stampa E-mail

altOggi affrontiamo il primo dei grandi autori del Novecento: Giovanni Pascoli. In coda alla presentazione trovate un testo con alcune domande per prepararvi al meglio sull’analisi del testo.

La vita
«Io sento che a lei [a mia madre] devo la mia abitudine contemplativa, cioè, qual ch’essa sia, la mia attitudine poetica. Non posso dimenticare certe sue silenziose meditazioni in qualche serata, dopo un lungo giorno di faccende, avanti i prati della Torre. Ella stava seduta sul greppio: io appoggiava la testa sulle sue ginocchia. E così stavamo a sentir cantare i grilli e a veder soffiare i lampi di caldo all’orizzonte». Così scrive Giovanni Pascoli nella «Prefazione» ai Canti di Castelvecchio, raccolta dedicata alla madre Caterina Allocatelli Vincenzi, scomparsa nel 1868, quando Giovanni ha solo tredici anni.

L’anno prima, nel 1867, a soli dodici anni, Giovanni ha già perso il padre in una circostanza tragica (ucciso mentre ritorna a casa). La morte della madre, a detta del poeta, sarebbe dovuta al dolore insopportabile a seguito della scomparsa del marito. Segni indelebili di questi dolori e della nostalgia dei suoi cari compariranno in tutta la produzione pascoliana, in particolar modo in Myricae e nei Primi e nuovi poemetti.
Insegnante di Liceo e professore universitario, Pascoli cercherà di ricostituire il nido familiare nella casa di Castelvecchio di Barga assieme alle sorelle Ida e Maria: illusione che, presto, si rileverà vana. Allievo del Carducci all’università di Bologna, se ne discosterà sempre per toni e ispirazione fino a quando nel 1905 non subentrerà come titolare della cattedra di Letteratura italiana dell’Università di Bologna sostituendo quel maestro che aveva ricoperto la cattedra per quarant’anni.
A questo punto, come investito del ruolo di poeta vate, Pascoli muta toni e argomenti delle poesie, che si fanno più retoriche, tronfie. Questa è la produzione pascoliana meno sentita e sincera, quella, a buon diritto, meno apprezzata. Esemplificazione del nuovo ruolo di cui si sente investito Pascoli è il discorso che tiene, pochi mesi prima di morire, al Teatro comunale di Barga per parlare dell’impresa di Libia, discorso che viene poi pubblicato su «La Tribuna» del 27 novembre. A lui, poeta, è affidato il compito di spronare l’esercito nell’impresa. Certo, non si vuole qui riflettere sull’efficacia del discorso, né tantomeno sulla sua opportunità. Preme, invece, sottolineare il ruolo e la considerazione che aveva un poeta all’interno della società un secolo fa. Era il 21 novembre 1911. Neanche cinque mesi più tardi, il 6 aprile 1912, sarebbe morto quello che è considerato uno dei più grandi poeti italiani contemporanei.

 
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DUECENTO 3- Anche il paladino Orlando implora la misericordia di Dio PDF Stampa E-mail

altNella produzione d’oil accanto alla figura di Perceval si distingue il personaggio di Orlando, uno dei miti fondanti non solo della cultura medioevale, ma anche della storia occidentale, che tanto ha influito sulla letteratura successiva, dai cantari del XIII e XIV secolo all’Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo (1441-1494), dal Morgante di Luigi Pulci (1432-1484) all’Orlando furioso di Ludovico Ariosto (1474-1533).

Lo spunto da cui deriva il racconto è un fatto storico realmente accaduto il 15 agosto 778. Così narrano gli Annali Regi e la Vita Karoli redatta da Eginardo. Per Carlo Magno, che combatte contro Bavari, Slavi, Avari e altre popolazioni, è certamente di poco conto la spedizione che il sovrano tenta per espugnare Saragozza, fallimentare perché il re deve ben presto ritirarsi e varcare i Pirenei. La retroguardia dell’esercito di Carlo Magno viene assalita da un gruppo di Baschi. Hruodlandus è il prode paladino che diventerà Roland tre secoli più tardi quando nascerà la tradizione orale della Chanson de Roland, trascritta soltanto verso il 1080 da uno scrittore che si firma alla fine dell’opera con il nome di Turoldo («Qui ha fin la gesta che da Turoldo è scritta»). 

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Maturità 2017. SABA: vita, opere, esercitazione. PDF Stampa E-mail

altOggi parliamo di Umberto Saba.
Solo una volta, nel 2000, è stata scelta una poesia di Saba per l’Esame di Stato «La ritirata in piazza Aldrovandi a Bologna». Considerati la tendenza a ripetere i grandi della triade «Ungaretti, Saba, Montale» (tre volte Ungaretti e tre volte Montale) e il fatto che Saba sia stato proposto una sola volta, potrebbe essere  riproposto dopo tanti anni un componimento dell’autore triestino.

La vita

Nato a Trieste nel 1883, conterraneo, quindi, di Svevo, di madre ebrea (Coen) e di padre italiano (Poli), Umberto sceglie il nome di Saba forse per riecheggiare il termine ebraico del «pane» o forse per richiamarsi alla balia Gioseffa Schobar che ha un ruolo molto importante nella sua vita. In effetti, il padre lascia la famiglia dopo pochi mesi di matrimonio e lui cresce allevato più dalle cure della balia che della madre. La ricerca delle proprie origini, lo scavo nel proprio passato infantile e adolescenziale caratterizzeranno tutta la produzione del poeta adulto. Anche lui, come il padre, che non voleva legami, sente già a quindici anni il desiderio di viaggiare, lascia il ginnasio e si imbarca come mozzo su una nave. Già da questo fatto possiamo cogliere i segni del letterato diverso, autodidatta, educatosi da solo sui testi della tradizione italiana (da Petrarca a Leopardi) e tedesca (su tutti il poeta romantico Heine, da cui mutuerà il termine «Canzoniere» della sua raccolta poetica che raccoglie tutta le altre sillogi). Solo a vent’anni Saba conoscerà il padre, presentatogli dalla madre sempre come un assassino, un uomo incapace di legarsi ad una donna e di assumersi responsabilità nei confronti di una famiglia. Documento poetico di questa esperienza autobiografica è il sonetto «Mio padre è stato per me come un assassino» in cui Saba comprende che ha ricevuto da lui il desiderio di libertà (lo sguardo azzurrino del volto) che ha nel cuore. L’incontro con il padre è, forse, la prima tappa del percorso di ricerca di un’appartenenza che lui, poi, identificherà nel tempo con un’espressione che dà il titolo alla raccolta Trieste ed una donna (1912).

Nel 1908 sposa Carolina Wolfler con rito ebraico da cui nasce Linuccia l’anno seguente. Dopo la Prima guerra mondiale rileva una libreria antiquaria a Trieste fino al 1938 (quando entrano in vigore le leggi antirazziali). Continuerà a scrivere anche nel Secondo dopoguerra. Negli ultimi anni di vita si converte al cattolicesimo e viene battezzato. Pochi mesi dopo la scomparsa della tanto amata moglie muore anche Saba nel 1957.

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PIRANDELLO. UN GENIO DEL NOVECENTO 11/ Il dramma della vita e dell'amore non vissuti PDF Stampa E-mail

altL’Enrico IV è il dramma pirandelliano più importante insieme ai Sei personaggi in cerca d’autore, scritto nello stesso anno, il 1921. Viene rappresentato per la prima volta il 24 febbraio del 1922 al Teatro Manzoni di Milano, ricevendo fin da subito il plauso della critica, tanto che Renato Simoni scrive dopo la prima: «La cronaca […] è lietissima: un pubblico a volte sorpreso, a volte incuriosito, a volte commosso ed esaltato, e, dopo due o tre scene, interamente conquistato. Era in tutti gli spettatori la coscienza che assistevano a un’opera che si poteva amare o non amare, ma che, comunque, aveva un valore insolito, una chiusa potenza, talora oscura, talora solo balenante, spesso chiarentesi con un’originalità audace e pur terribilmente ragionevole».

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"Como, dai paleocristiani a Sant'Abbondio" di Margherita del Castillo PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per chiesa di sant'abbondioRestauri ottocenteschi hanno datato tra la fine del IV e la prima metà del V secolo le fondamenta di una basilica paleocristiana fuori le mura  di Como, lungo la strada  Regina, in un’area già destinata al culto vista la presenza di necropoli romane. Non si è certi, invece, se essa sia stata voluta da Felice, primo vescovo ed evangelizzatore della città, piuttosto che dal presule Amanzio, che l’avrebbe eretta per custodirvi alcune reliquie dei SS. Pietro e Paolo portate da Roma. La dedicazione agli Apostoli  fu già dal IX secolo sostituita con quella a Sant’Abbondio, divenuto poi patrono della città e di tutta la diocesi, che qui era stato sepolto. Dal 1010 la chiesa fu affidata ad una comunità di monaci benedettini che ne decise la completa ricostruzione, facendola consacrare da papa Urbano II nel 1095. A loro si deve, dunque, la veste romanica che la contraddistingue.

L’architettura è in pietra grigia di Moltrasio. La facciata a salienti è scandita da contrafforti che ne lasciano intuire la divisione interna in cinque navate. Rilievi a motivi vegetali e geometrici decorano finemente la ghiera e l’intradosso dell’arco del portale, mentre figure di animali, aquilotti, colombe e felini, sono incastonate nelle forme dei capitelli. Caratteristici di questa struttura, lungo il cui perimetro si rincorrono archetti ciechi, sono il profondo coro e i due campanili gemelli che si ergono alla fine delle navate intermedie, soluzione, questa, poco diffusa in Italia e più comune, invece, nella zona renana.

Lo spazio interno è definito dalla luce che penetra dalle grandi finestre dell’abside e scivola lungo le pareti dell’aula determinate da un considerevole slancio verticale. L’ingresso è sovrastato da una tribuna, addossata alla controfacciata, che nell’impianto romanico custodiva le reliquie dei Santi Rubiano ed Adalberto, le cui storie sono frammentariamente illustrate in lacerti di affreschi. Robusti pilastri e colonne monolitiche spartiscono le cinque navate. Quella centrale è ricoperta da un soffitto ligneo piano, quelle laterali sono rivestite  da capriate: solo il coro è voltato e affrescato con un cielo stellato.   E’ qui che si sviluppa uno dei cicli pittorici più integri del primo Trecento lombardo.

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DUECENTO 2- Noi, come Perceval, alla ricerca del Sacro Graal PDF Stampa E-mail

altChrétien de Troyes (1135-1190) è uno degli scrittori più importanti del Medioevo, forse il più significativo prima dell’avvento di Dante. Scarse sono le notizie biografiche certe. Nativo di Troyes, nella Champagne, in terra di Francia, ebbe dapprima come mecenate Enrico I di Champagne e, poi, dal 1181 Filippo d’Alsazia. È uno dei pochi autori nella storia della letteratura che sceglie come protagonista di un poema cavalleresco una coppia di sposi, Erec e Enide, nell’omonima opera. La vicenda si conclude con Erec che scopre che può essere cavaliere e, nel contempo, amare la moglie tanto da dirle: «Vi amo più di prima e sono certo e sicuro che il vostro è perfetto amore […]. E se avete pronunciato una parola d’offesa, vi perdono e vi affranco del tutto, della parola e dell’ingiuria».

Chrétien de Troyes dedica attenzione nei suoi romanzi anche a Tristano e a Lancillotto, mescolando duelli e avventure pericolose, fedeltà al signore e tradimenti, amori infelici e storie matrimoniali. Come si può capire il racconto di Francesca nel canto V dell’Inferno senza conoscere la storia di Lancillotto e Ginevra cui lei si riferisce esplicitamente (circolavano all’epoca di Dante versioni della storia anche redatte da altri autori): «Noi leggiavamo un giorno per diletto/ di Lancialotto come amor lo strinse;/ soli eravamo e sanza alcun sospetto./[…] ma solo un punto fu quel che ci vinse./ Quando leggemmo il disiato riso/ esser basciato da cotanto amante,/ questi, che mai da me non fia diviso,/ la bocca mi basciò tutto tremante./ Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse»? Nella vicenda di Lancillotto o il cavaliere della carretta il protagonista affronta mille peripezie per salvare la regina Ginevra, imprigionata dal malvagio Meleagant in un castello nel Regno di Gorre. Segretamente innamorato di lei, il cavaliere sale dapprima sulla carretta, su cui salgono solo i condannati a morte, pur di conoscere da un misterioso nano la strada che gli permetta di raggiungere quel luogo lontano. Infine, riesce a sconfiggere il carceriere e a liberare la regina. Grazie all’intervento del siniscalco del re, di nome Galeotto, Lancillotto trascorre la notte con lei, tradendo così la fedeltà al re Artù.  

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