La ragione del cuore il blog di Giovanni Fighera
Chi era davvero San Francesco? PDF Stampa E-mail

altLungi dalla biografia sentimentale e agiografica, il saggio di Chesterton San Francesco d’Assisi presta attenzione al significato delle tante storie di san Francesco che «troppo spesso vengono usate come una sorta di residuo romantico del mondo medioevale, invece di essere, a immagine del santo, una sfida al mondo moderno».

Animato da quel sano realismo che è scevro di posizioni razionalistiche che non permetterebbero di comprendere appieno la santità dell’uomo, Chesterton cerca di inserire l’Assisiate all’interno della cultura e del contesto storico, sfidando la tendenza giornalistica che - a suo dire - trascura troppo spesso la tradizione in cui un fenomeno si colloca.

Così, scartando le due posizioni prevalenti della critica e della biografia che hanno letto il santo o alla luce di un’analisi sociale o sotto una prospettiva teologica, Chesterton sceglie una terza via, che è quella di condurre una ricerca animata dallo stupore per l’eccezionalità di un uomo, che è stato il vero genio del Duecento.

Per ricostruire la figura incontrata, lo scrittore sceglie pochi aneddoti, ma con la vena da affabulatore che gli è propria, la semplicità e la meraviglia del neofita, li spiega come se fossero successi a lui, con la potenza dell’immedesimazione in un santo innamorato di Cristo, proprio come lui neoconvertito. L’immagine che ne emerge è affascinante.

 

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AL CUORE DI LEOPARDI 13. La domanda: unico atteggiamento davvero ragionevole PDF Stampa E-mail

altDopo un’esamina particolareggiata della situazione esistenziale umana, così come ce la presenta Leopardi,  potremmo essere presi da scoramento e chiederci allora che cosa si debba fare, che senso abbia tanto faticare, se non convenga porsi alla stregua del gregge leopardiano. Abbiamo visto che è lo stesso Leopardi ad affermare che non è umano concepire un atteggiamento di rinuncia, di resa contraddicendo la natura più vera dell’animo umano. L’unica posizione davvero dignitosa è quella di chi non smette di cercare, parte per il viaggio dell’esistenza, in maniera indefessa veleggia per il mare della vita con lo sguardo circospetto e attento a cogliere gli indizi.

Nella storia del pensiero il grande genio ha sempre colto questa necessità di rimanere spalancati di fronte al Mistero con un atteggiamento di ricerca del vero e del bello. Ad esempio, nel Fedone, Platone  fa affermare a Simmia a colloquio con Socrate, condannato a morte: «Non setacciare le teorie su questi temi (l’aldilà, il Destino dell’uomo) parola per parola, e arrendersi prima che uno, solo dopo una ricognizione completa, non abbia più nulla da dire, sarebbe da uomo proprio senza spina dorsale. In tali frangenti bisogna percorrere fino in fondo una di queste strade: o farsi dar lezione sull’argomento; o risolvere da soli il problema; o se è impossibile far questo, afferrarsi alla teoria umana più affidabile, meno vulnerabile alle critiche, e salitici sopra, come su una scialuppa, arrischiarsi, guadare la vita, se non si può fare la traversata in modo meno pericoloso, più tranquillo, su un’imbarcazione più robusta, quale sarebbe una rivelazione divina». Nel Medioevo  questo atteggiamento umano è documentato dal tema della queste, ovvero della ricerca, del viaggio orientato verso una meta, del pellegrinaggio presente in tanta produzione romanzesca e cavalleresca. Si pensi, a titolo di esempio, alla queste du Saint Graal, la ricerca del Santo Graal, che compie Perceval. La mendicanza è l’unico atteggiamento ragionevole dell’uomo che è conscio del proprio cuore (cioè della domanda di felicità che lo caratterizza) e della propria incapacità a darsi una risposta soddisfacente, a raggiungere la meta. Mendicanza è chiedere, domandare, ricercare con una passione inesausta per la meta e per il compimento del proprio destino.

 
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I PENSIERI di Blaise Pascal: "Come se Dio esistesse: la scommessa di Pascal". PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per pensieri di pascalEcco quanto Jean Guitton scrive su I pensieri di Blaise Pascal: «Pascal ha dato […] un esempio del suo metodo tratto dallo studio della natura umana. Consideriamo l’uomo e vediamo le spiegazioni che i saggi hanno dato di quest’essere. Gli uni ne hanno visto la grandezza, l’autonomia, la libertà, la somiglianza con Dio. E non si sbagliano in questo; ma errano quando introducono in qualche maniera un fatale non… che, proclamando o almeno supponendo che la loro osservazione esaurisca l’uomo, il quale non sarebbe che grandezza, che potenza. Della verità che possedevano hanno dunque fatto un errore portandola all’esclusione… Ma guardiamo dall’altra parte. Ecco i loro eterni avversari. Questi dicono che l’uomo è miseria, incertezza, errore, tentennamento, contraddizione, e che la saggezza non sta nel preoccuparsi o nell’indagare, ma nel gustare la vita e il pensiero così come si presentano. È Montaigne e la sua famiglia. Ah! Ma perché non si è accontentato di questa constatazione, senza spingerla all’esasperazione, sino a escludere dall’uomo ogni grandezza?» (J. Guitton, Arte nuova di pensare, edizioni paoline).

L’attenta analisi della condizione esistenziale dell’uomo, del suo bisogno di compimento e della sua tensione all’assoluto è la premessa indispensabile per poter riconoscere che l’uomo non può darsi la felicità da solo, né tantomeno salvarsi da sé. In un certo senso, solo chi riconosce di essere ammalato e di aver bisogno di aiuto può domandare al medico. Per questo Gesù afferma di non essere venuto per i sani, ma per gli ammalati. Riconoscere che la propria natura umana è bisogno di una felicità infinita è, quindi, la premessa indispensabile perché l’uomo possa seguire Cristo, quando lo si incontra. Pascal è convinto che la fede nasca da questo incontro.

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J. K. Rowling. L'incantatrice di 450 milioni di lettori PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per marina lenti rowlingJ. K. Rowling. L’incantatrice di 450 milioni di lettori (edizioni Ares) è la prima biografia italiana della creatrice della saga di Harry Potter. L’autrice Marina Lenti, per anni redattrice di Fantasy Magazine, ha scritto anche numerosi saggi sulla saga, tra cui L’incantesimo Harry Potter, La metafisica di Harry Potter, Harry Potter: il cibo come strumento letterario.

Personalmente ho sempre creduto al valore educativo dei romanzi della Rowling. Infatti, al di là delle piacevoli avventure fantastiche, la scrittrice non dimentica mai la realtà, il desiderio di bene dell’uomo e la fragilità che lo porta, talvolta, a scegliere per il male. Questo è lo spazio della libertà.  Al contempo, la crescita di Harry è accompagnata dalla presenza di maestri e di amici. In anteprima a Milano, presso WOW Spazio Fumetto, giovedì 1 dicembre, alle 18 Marina Lenti presenterà la biografia sulla Rowling in dialogo con Paolo Gulisano.

L’abbiamo incontrata per capire meglio il personaggio della Rowling, il famosissimo maghetto e i significati esistenziali di una storia che nasconde in realtà il mistero di ogni uomo e dell’umanità.

Lei ha scritto la prima biografia italiana della scrittrice J. K. Rowling. L’ha sottotitolata L’incantatrice di 450 milioni di lettori. Che cosa l’ha colpita di più dell’autrice?

Il percorso di vita, che sembra una lunga preparazione, attraverso la composizione di un mosaico di esperienze, alla maturazione dell'idea vincente e al contenuto stesso dei romanzi. E poi il percorso editoriale, che sembra guidato da un'invisibile mano magica in grado di correggere il tiro ogni volta che l'inesperienza dell'autrice le fa commettere qualche errore.

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AL CUORE DI LEOPARDI 12. Come spiegare il pessimismo storico e cosmico a scuola? PDF Stampa E-mail
altL'uomo primitivo, a contatto con la natura, è buono ed è la civiltà a corromperlo. Questo pensava Jean Jacques Rousseau e così credeva anche Giacomo Leopardi, nella sua prima fase di "pessimismo storico". Poi maturò e la rinnegò.
 
 
 

La tentazione di attribuire la causa dell’infelicità umana alle condizioni contingenti e storiche in cui si è costretti a vivere, al progresso, all’incivilimento è una delle tentazioni maggiori per l’uomo. Attraversa, infatti, tutta la storia del pensiero  e della cultura da tempi immemori. Un tempo l’uomo, vivendo a contatto con la natura, non corrotto e non inquinato dagli elementi artificiosi del progresso e della civiltà, sapeva vivere; oggi non più. Una simile analisi, che individua chiaramente le cause del problema, fornisce indubbiamente una soluzione categorica e indefettibile, quella di rimuovere le ragioni che ci hanno allontanato dallo stato incorrotto e primigenio originario ritornando ad un rapporto diretto e spontaneo con la natura, sorgente della nostra realizzazione, «madre benevola»,  quasi idolatrata e, quindi, Natura. Secondo tale linea di pensiero l’uomo allo stato di natura è buono. Si noti bene «buono»: non si pone tanto la questione della felicità, ma della bontà. Si rimanda ad una autosufficienza dell’uomo, ad una autonomia di un essere che basta a se stesso: se siamo buoni per natura, che bisogno c’è di qualcuno che ci redima, che ci salvi, che redima il nostro male? L’uomo egocentrico, autonomo, sostituisce il proprio cuore con il proprio progetto, con la propria ideologia, con il proprio pensiero di essere buono ed evade così la domanda di felicità. Alla situazione reale viene sostituito uno schema del pensiero, un’ideologia. Non occorre più essere felice.

 

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PIRANDELLO. UN GENIO DEL NOVECENTO 7/ L'Odissea di Vitangelo, alla ricerca dell'io perduto PDF Stampa E-mail

altLe novelle di Pirandello sono la scaturigine di molti testi teatrali e perfino di romanzi. È il caso di Uno, nessuno e centomila che deriva dalla novella Stefano Giogli, uno e due che risale al 1909. Il parto è lungo, perché il romanzo viene pubblicato dapprima a puntate su rivista tra il 1925 e il 1926 e, poi, in volume nel 1926. Sarà l’ultimo di Pirandello.

            Il protagonista Vitangelo Moscarda, soprannominato Gengé, è alla ricerca della sua vera identità, proprio come Mattia Pascal. Messo in crisi nelle sue certezze dalle considerazioni della moglie sul suo naso («Ma sì, caro. Guardatelo bene: ti pende verso destra»), è scosso dal fatto di non aver mai visto un difetto che aveva tutti i giorni sotto gli occhi. Così inizia la confessione interiore svolta in prima persona da Vitangelo: «Avevo ventotto anni e sempre fin allora ritenuto il mio naso, se non proprio bello, almeno molto decente, come insieme tutte le altre parti della mia persona […]. La scoperta improvvisa e inattesa di quel difetto perciò mi stizzì come un immeritato castigo. Vide forse mia moglie molto più addentro di me in quella mia stizza e aggiunse subito che, se riposavo nella certezza d’essere in tutto senza mende, me ne levassi pure, perché, come il mio naso mi pendeva verso destra, così […] le mie sopraciglia parevano sugli occhi due accenti circonflessi […], le mie orecchie erano attaccate male, una più sporgente della’ltra; e altri difetti…». Insomma, un uomo si può essere guardato allo specchio migliaia di volte senza essersi osservato bene.

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INCONTRI DI MARZO 2017 PDF Stampa E-mail

GLI INCONTRI DI MARZO 2017.

PER LEGGERE PROGRAMMA SPECIFICO DI OGNI INCONTRO SI LEGGANO I POST DI OGNI INCONTRO.

 

ORZINUOVI

LUNEDI' 6 MARZO ORE 20:30. IL PURGATORIO

LUNEDI' 13 MARZO ORE 20:30. IL PURGATORIO

LUNEDI' 20 MARZO ORE 20:30. IL PURGATORIO

LUNEDI' 27 MARZO ORE 20:30. IL PURGATORIO

 

CANTU'

MARTEDI' 7 MARZO ORE 15-17 DIDATTICA DELLA DIVINA COMMEDIA.

                                 CORSO DI FORMAZIONE PER DOCENTI.

TORINO

MERCOLEDI' 29 MARZO. LA MADONNA NEL CANTO XXXIII DEL PARADISO

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"Il più bel monumento nato per dire grazie a Maria" di Margherita Del Castillo PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per chiesa dell'ammiraglio palermoC’è un ringraziamento all’origine della costruzione della chiesa dell’Ammiraglio a Palermo, una profonda riconoscenza nei confronti della Vergine Maria per la protezione da Lei ricevuta nei lunghi anni di carriera militare. L’ufficiale di marina in questione è Giorgio d'Antiochia, siriaco di fede ortodossa al servizio del re normanno Ruggero II dal 1108 al 1151.  Diversi documenti attestano nel 1143 la fondazione, da lui promossa e sostenuta, di un tempio sacro, oggetto, nei secoli, di profondi interventi di ristrutturazione che l’attuale commistione di diversi stili - arabo, normanno, bizantino e barocco - lascia perfettamente intuire .

La chiesa in origine aveva pianta a croce greca iscritta in un quadrato. Per esigenze liturgiche nel 1588 si decise di trasformare l’impianto di base, sostituendo il cortile porticato antistante con un edificio su due livelli che venne a formare un vestibolo al piano inferiore e il matroneo a quello superiore. Alla fine del ‘600 anche l’abside venne sacrificata a favore dell’attuale cappella quadrangolare.  Risale al XII secolo il campanile, il cui fusto è impreziosito da bifore inquadrate da una cornice di bugnato nel secondo ordine, mentre i due livelli superiori, di grande eleganza, presentano aperture affiancate da nicchie e piccole colonne. E’ attraverso la torre campanaria che oggi si accede allo spazio sacro.

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AL CUORE DI LEOPARDI 11 - La quiete dopo la tempesta non è vera gioia PDF Stampa E-mail

altIl problema umano è, quindi, riconducibile a questa situazione: il cuore anela ad una felicità infinita, i beni e i piaceri di cui noi possiamo godere sono finiti e limitati, per quanto grandi, l’uomo non riesce a creare un bene infinito che lo soddisfi, l’unica possibilità è che un bene infinito si renda, Lui, presente, si manifesti, si faccia incontrare. Sarebbe  un’epifania.

L’uomo, però, non riesce a  sostenere da solo e a lungo il senso di sproporzione, di vertigine che prova  di fronte al Mistero, all’Infinito, quel rapporto di fronte all’assoluto che fa riconoscere la propria piccolezza e desiderare che il Mistero si riveli, che si traduce in  domanda, in preghiera. Solo davanti ad una presenza e a un grande amore, infatti, l’uomo abbandona i propri progetti e abbraccia quello che ha incontrato. Altrimenti, quando domina il senso dell’assenza, prevale una desolazione sconsolata o magari una gaia disperazione che ricorre a rimedi illusori per la felicità. Leopardi sottolinea in tutta la sua produzione le risposte illusorie che gli uomini o la natura forniscono alla domanda di felicità: l’ideologia, il divertissement, la moltitudine dei piaceri, l’immaginazione, la memoria, l’attesa, il piacere «figlio d’affanno» (di cui parleremo in questo articolo) e il ritorno allo stato di natura (di cui ci occuperemo la prossima volta).

È esperienza comune quella di assaporare una sensazione di particolare piacevolezza una volta che sono finite le angustie di una malattia, di un periodo faticoso dal punto di vista lavorativo o particolarmente drammatico per casi che ci sono occorsi. Trascorsi mesi di studio per un esame, una volta superato, siamo invasi da una sensazione  di piacere che non deriva solo dall’aver compiuto un passo verso la realizzazione del nostro obiettivo, ma dall’aver superato momenti in cui magari si è faticato e si son sostenuti sacrifici. Dopo una malattia, dopo giorni o settimane a letto senza aver la possibilità di muoversi o compiere altre attività, si gode dell’avvenuta guarigione e della ripresa delle normali attività che magari prima si deprezzavano perché si era ormai adusi ad esse. I casi e le circostanze che ci possono occorrere sono tanti.

 

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GEORGICHE. Quell'incapacità degli dei di commuoversi per l'uomo PDF Stampa E-mail
Orfeo ed Euridice«Quale così grande follia amorosa ha portato alla rovina me e te, Orfeo?». Le parole di Euridice nella tragedia raccontata da Virgilio, uno dei miti fondamentali della cultura occidentale, descrivono l'indifferenza degli dei greci per le sofferenze umane.
 

 

La storia di Orfeo è uno dei miti fondamentali della cultura occidentale. Alla figura del poeta nativo della Tracia si collegano in qualche modo la nascita dell’arte e la sua funzione consolatoria ed eternatrice.
Virgilio racconta la tragica vicenda di Orfeo, il suo amore per Euridice, la morte della ninfa in seguito all’inseguimento del pastore Aristeo nel IV libro delle Georgiche.

Scritto tra il 37 a.C. e il 29 a.C., questo poema didascalico è strutturato in quattro libri, dedicati all’agricoltura, all’allevamento, all’arboricoltura e all’apicoltura. Nell’ultima parte, Virgilio inserisce a incastro due epilli, cioè due brevi poemi mitologici. Aristeo, che assiste inerte alla moria delle sue api, si reca dalla madre che gli consiglia di chiedere al dio marino Proteo le ragioni della sciagura. Viene, così, a conoscenza del fatto che sconta «gravi pene commesse», perché Euridice, mentre cerca di sfuggirgli correndo «a precipizio lungo le rive del fiume, […] non vede un enorme serpente che abita le rive nell'erba alta», viene morsa e muore. «Ma la schiera delle Driadi sue coetanee riempiono le cime dei monti di grida; piangono le vette del Rodope, le alte vette dei monti Pangei, la terra di Reso sacro a Marte, i Geti, l'Ebro e l'Attica Oritia».

 

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L'IO E LA CRISI DELLA MODERNITA' 21- In cerca d'affetto. Per comprendere la realtà PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per piccolo principeLa parola «affetto» è spesso equivocata. Il termine deriva, infatti, dal latino «afficio», che al passivo significa «sono colpito da». L’affetto non è, quindi, sinonimo semplicemente di «sentimento», ma definisce il legame provocato dal fascino della bontà, della verità e dell’amore. La responsabilità si configura allora come la risposta alla verità incontrata, un movimento del proprio «io» che si mette in azione, esce da sé e va verso l’altro. In questo movimento di uscita dal proprio ego l’io si conosce in azione e scopre la dinamica fondamentale della persona come rapporto strutturale con un altro. Ogni uomo non deriva da sé, ma da qualcuno che l’ha voluto. Ciascuno di noi è stato chiamato e la vita si presenta come risposta alla vocazione, alla chiamata alla vita, ad un compito. La prima esperienza che fa l’uomo è quella di essere amato. Solo dall’esperienza di essere amato l’uomo può, a sua volta, imparare ad amare.

In una celebre lettera, dopo aver descritto la propria condizione esistenziale paragonandola a quella di un uccellino in gabbia, Van Gogh scrive al fratello: «Sai tu ciò che fa sparire questa prigione? È un affetto profondo, serio. Essere amici, essere fratelli, amare spalanca la prigione per potere sovrano, per grazia potente. Ma chi non riesce ad avere questo rimane chiuso nella morte. Ma dove rinasce la simpatia, lì rinasce anche la vita». Il grande pittore scrive che il legame affettivo e il vero rapporto amicale liberano dalla prigionia e dalla percezione di tetra oscurità in cui rinchiude la solitudine. La comunione dei sentimenti e la simpatia umana sono fattori liberanti e, come vedremo ora, permettono una conoscenza più profonda della realtà.

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PIRANDELLO. UN GENIO DEL NOVECENTO 6/ La manovella di Serafino contro le macchine "padroni" PDF Stampa E-mail

altNel 1930 Pirandello si reca ad Hollywood per le riprese del film tratto dalla sua opera teatrale Come tu mi vuoi. L’interesse del genio siciliano per la settima arte era già vivo da tempo. L’approccio alla tecnologia e alle macchine è, però, problematico e critico. L’intellettuale comprende che la tecnologia e le macchine talvolta non favoriscono la comunicazione, ma, al contrario, la complicano, creando dei filtri o delle barriere. Amante del cinema, lo scrittore siciliano percepisce tutta la pericolosità dell’immagine che può diventare un’ulteriore separazione tra noi e la realtà che guardiamo. Per questo Pirandello dedica un’intera opera all’innovazione tecnologica e al mondo della macchina che fa irruzione nella vita degli uomini.

Pubblicato nel 1916 e nel 1917 con il titolo Si gira, il romanzo appare nella sua edizione definitiva nel 1925 come I quaderni di Serafino Gubbio operatore. Composto in sette quaderni divisi in capitoli, il testo si presenta con una forma diaristica. Non capito e non apprezzato dal pubblico e dalla critica contemporanei, l’operaviene riscoperta solo più tardi, dagli anni Settanta in poi, quando si inizia a cogliere il suo valore profetico.

 

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AL CUORE DI LEOPARDI 10. La società del divertimento distrae dalla felicità PDF Stampa E-mail

altIl divertimento e l'assopimento sono modi di evadere la vera ricerca della felicità. È il tema che emerge nell'operetta morale di Leopardi Dialogo di Malambruno e Farfarello. Mai idea è stata più attuale nella nostra società.

 

Nell’operetta morale «Dialogo di Malambruno e Farfarello», dopo aver chiesto la felicità al demone e aver ottenuto una risposta negativa, Malambruno desidererebbe almeno togliere l’infelicità. Farfarello risponde che ciò è impossibile a meno che non smetta di volersi bene. Se ciò che ci procura  tristezza è la domanda che sembra non trovare appagamento, è sufficiente smorzare la tensione del desiderio per stare, solo apparentemente, meglio.  Ecco perché un assopimento dell’animo è, in generale, piacevole, perché consiste in uno stordimento della ragione, in un annebbiamento delle domande del cuore: «Il desiderio del piacere diviene una pena, e una specie di travaglio abituale dell’anima. Quindi [... ] un assopimento dell’anima è piacevole. I turchi se lo procurano coll’oppio, ed è grato all’anima perché in quei momenti non è affannata dal desiderio, perché è come un riposo dal desiderio tormentoso, e impossibile a soddisfar pienamente; un intervallo come il sonno nel quale se ben l’anima forse non lascia di pensare, tuttavia non se n’avvede» (Zibaldone).

 

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LUCANO. PHARSALIA. Il libro VI e il rito di negromanzia della Maga Eritto PDF Stampa E-mail
PharsaliaSotto l’Impero di Nerone (54-68 d. C.) Lucano compone un’opera epica che non celebra la grandezza del popolo e dello Stato romano, come aveva fatto Virgilio nell’Eneide (29-19 a. C.), ma che, al contrario, mostra il disastro e la rovina cui hanno portato le guerre intestine. Il titolo dell’opera è Bellum civile o Pharsalia come lo stesso Lucano la chiama nel testo. La storia racconta lo scontro tra Cesare e Pompeo, con gli spostamenti di eserciti, gli scontri, gli eventi salienti, storici o inventati, tra il 49 a. C. e il 45 a. C., quando la guerra si risolve a favore di Cesare, una volta che anche le ultime truppe pompeiane vengono sconfitte nella battaglia di Munda, in Spagna. In realtà, il racconto si interrompe prima, all’undicesimo libro, poiché Lucano, accusato di aver preso parte alla congiura pisoniana (65 d. C.), da quanto racconta Tacito negli Annales, viene costretto al suicidio, lasciando incompleta quest’opera che sarà considerata una delle più grandi dell’intera produzione latina. Lucano, morto giovanissimo a meno di trent’anni, entrerà nel novero dei geni artistici, lo stesso Dante lo collocherà tra i migliori poeti di sempre (come appare dal IV canto dell’Inferno) e si riferirà al poema lucaneo spesso all’interno della Commedia.

La Pharsalia è per certi versi un’opera antifrastica, cioè antitetica, rispetto all’Eneide. Inutile qui cercare di spiegarne tutte le ragioni. Ci interessa, per il nostro discorso, sottolineare la chiara antitesi che emerge tra l’opera virgiliana e quella lucanea riguardo alla questione dell’aldilà. Nell’Eneide, proprio nel libro VI, scendendo nell’Ade Enea arriva ad un bivio e alla sinistra c’è il Tartaro ove vede castigate le anime di quanti hanno commesso gravi delitti (contro la patria, i parenti, …) mentre sulla destra si estendono i Campi Elisi. Ivi, Enea incontrerà il padre Anchise, che gli profetizzerà la futura grandezza di Roma. Ora, nel libro VI della Pharsalia (vv. 695-770), la catabasi è ribaltata in anabasi. Un figlio di Pompeo Magno, Sesto, consulta la Maga Eritto per conoscere le sorti dell’imminente battaglia di Farsalo. Il cadavere di un soldato viene richiamato alla vita per poco tempo, quello sufficiente a raccontare il destino dei pompeiani. La Sibilla cumana dell’Eneide che accompagna Enea nel viaggio nell’aldilà è qui sostituita da un’orribile maga, proprio nei campi della Tessaglia che all’epoca sono considerati luoghi di grande diffusione della magia.

 

 
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LE METAMORFOSI di Ovidio. Perché leggerle? Per capire chi siamo PDF Stampa E-mail

altPerché dovremmo leggere Le Metamorfosi di Ovidio nel 2014? Che cos’hanno da dire a un giovane o, più in generale, a un uomo del XXI secolo? Narratore, saggista, attore, regista, Vittorio Sermonti accetta la sfida di rispondere a queste domande. Ha ottenuto grande successo con le letture delle tre cantiche di Dante, declamate e commentate di fronte a grandi folle e, poi, divulgata per conto di Rizzoli in una pregevole introduzione alla lettura. Si è cimentato, poi, con l’Eneide di Virgilio, anch’essa presentata in pubblico e poi editata con un’accattivante introduzione al testo e una moderna traduzione. 

Ora, Vittorio Sermonti riscopre un altro grande capolavoro della letteratura occidentale, ricettacolo di tutti i grandi miti greci e latini, uno dei più grandi repertori di simboli del mondo antico, fonte fondamentale del poema dantesco, nonché grande repertorio di immagini e di personaggi per la fantasia degli scrittori di ogni epoca. Non a caso il grande poeta fiorentino poneva Ovidio tra i grandi di tutti i tempi, nel Limbo, dopo Omero e Orazio, subito prima di Lucano: «Mira colui con quella spada in mano,/ che vien dinanzi ai tre sì come sire:/ quelli è Omero poeta sovrano;/ l’altro è Orazio satiro che vene;/ Ovidio è ‘l terzo, e l’ultimo Lucano». Il maestro Virgilio e Dante si aggregano a cotanta schiera. 

Per Sermonti le Metamorfosi sono un «libro sull’adolescenza, un dizionario mitologico dell’adolescenza che canta il corpo dell’uomo in mutazione incarnandolo in figure letterarie». L’opera andrebbe, quindi, letta da tutti, soprattutto nell’età della giovinezza. Ovidio parla dell’uomo, della realtà, della vita all’uomo di ogni età e lo fa con la potenza e la capacità di comunicazione proprio del suo genio. Un esempio su tutti. Il mito di Narciso. «Chi è, che cos’è “Narciso”?» si chiede Sermonti «È […] il nome di un ragazzo bellissimo, figlio di un fiume e di una ninfa, che specchiandosi nell’acqua d’un laghetto si innamora della propria immagine; ma è anche quella categoria clinica che consiste appunto in un esclusivo, maledetto amore di sé (mai sentito parlare di narcisismo? Mai praticato?); ma è anche un fiore color zafferano con i petali bianchi. La metamorfosi si compie all’interno di un nome. Un ragazzo diventa una sindrome che diventa un fiore, restando disperatamente l’io che era».

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