La ragione del cuore il blog di Giovanni Fighera
RILEGGIAMO I PROMESSI SPOSI 5 - L'arte nasce dallo stupore per la realtà PDF Stampa E-mail

altL'artista non inventa mai nulla. Questo sostiene Manzoni nel dialogo Dell’invenzione.  «Inventare» deriva, infatti, dal verbo latino «invenire» che vuol dire «trovare», «incontrare». L'artista è come se trovasse nel creato le impronte del Creatore. Esiste, quindi, sempre un rapporto molto stretto tra l'arte e la realtà. Anche Dante e Shakespeare la pensano allo stesso modo. Il Fiorentino apre il Paradiso così: «La gloria di colui che tutto move/ per l’universo penetra, e risplende/ in una parte più e meno altrove./ Nel ciel che più de la sua luce prende/ fu’ io, e vidi cose che ridire/ né sa né può chi di là sù discende». Ovvero la bellezza che c'è nel creato è la sorgente dell’opera d’arte, è la sorgente di ogni atto, di ogni iniziativa artistica.

Nella tragedia shakespeariana Amleto, alla fine del primo atto, il protagonista parla con il fantasma del padre che gli ingiunge di non rivelare niente a nessuno di quello che ha visto. Riferendo all’amico Orazio quanto accaduto, Amleto afferma con tono categorico: «Ci sono più cose in cielo e in terra che nella tua filosofia, Orazio». La realtà è sempre più ricca di ogni immaginazione e, quindi, l'arte prenderà sempre spunto dallo stupore per la realtà, proprio come la filosofia e la stessa scienza. Nella rappresentazione dell’uomo la prima fonte da cui trarre ispirazione è, quindi, proprio l’osservazione dell’uomo reale.

In Manzoni la ricerca del «sacro vero», già così centrale nel carme «In morte di Carlo Imbonati», coinvolge nel tempo sempre più ogni ambito, culturale, letterario ed esistenziale. Così se dal punto di vista religioso si traduce tra il 1809 e il 1810 nella conversione al cattolicesimo, sotto il profilo letterario, invece, la ricerca del vero induce Manzoni prima all’adesione al Romanticismo e, poi, ad un sempre più ossessivo ed estenuante perseguimento della poetica del vero.

In questa prospettiva di rappresentazione veritiera della realtà storica Manzoni non rispetta nelle tragedie le tre unità aristoteliche di tempo, di spazio e di azione. Celebri sono le accuse che Monsieur Chauvet muove nei confronti della tragedia Il Conte di Carmagnola. L’autore lombardo gli risponde con la lettera sulle unità di tempo e di luogo nella tragedia, che può considerarsi un’efficace esposizione della poetica manzoniana.

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AL CUORE DI LEOPARDI 7 - Impossibile rifugiarsi nella felicità dei ricordi PDF Stampa E-mail

altPartendo dalla propria esperienza personale Leopardi sottolinea in tante pagine dello Zibaldone che il ricordo (chiamato, spesso, rimembranza) è legato alla teoria del piacere ovvero alla questione della felicità. Tutti noi abbiamo provato, assieme a Leopardi, che il ricordo di fatti lontani nel tempo, proprio perché perde i connotati precisi e viene sfumato nell’indeterminato, procura quella stessa sensazione di vago e di indefinito che è sorgente di piacere. Questo si verifica anche quando i  fatti ricordati sono dolorosi.

A titolo di esempio, si pensi al piccolo idillio «Alla luna», composto nel 1820, in cui il poeta, solitario, si rivolge alla Luna, sua confidente segreta e intima amica, ricordando l’anniversario di quando si recava sul colle, lo stesso dell’«Infinito», a rimirarla con gli occhi tristi e tumidi dal pianto. Un quadretto romantico ambientato in mezzo a una natura vitale con l’io del poeta che si confessa, racconta le proprie emozioni, la propria interiorità e sofferenza, un piccolo idillio, per l’appunto, in cui il dolore sembra essere la nota dominante sia del presente che del passato, dal momento che la condizione del poeta non è cambiata. Eppure, il poeta riconosce una sorta di compiacimento nel rammentare il dolore passato, perché è sempre dolce ricordare, soprattutto quando si è giovani  e l’arco della speranza (cioè il futuro che ci attende) è più lungo dell’arco della memoria (il passato, ciò che è già trascorso), almeno nella nostra attesa e immaginazione, dal momento che non ci è dato sapere il tempo che ci è donato da vivere. Così, infatti, si conclude la poesia: «Oh come grato occorre/ Nel tempo giovanil, quando ancor lungo/ La speme e breve ha la memoria il corso,/ Il rimembrar delle passate cose,/ Ancor che triste, e che l’affanno duri!». Quando si è giovani, spesso ci si lascia andare al compiacimento del dolore, all’assaporamento delle lacrime amare, ma soltanto perché ci aspettiamo che il futuro ci restituisca  quanto ci sembra che ci abbia strappato prima e ci lasciamo andare alle illusioni che ripongono una felicità e un compimento nostro nel futuro a venire. Quanto più, invece, i ricordi sono recenti e mantengono ancora i connotati precisi dell’accadimento reale tanto più non acquistano l’indeterminatezza che procura un senso di piacere.

 

 
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IL SECONDO OTTOCENTO DA CAPIRE 5 - Il Mistero trasforma il carcere oscuro nel tempio divino PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per urlo munchSe il poeta è come un albatro che si può inabissare nel fango della terra, il mondo appare a Baudelaire talvolta come carcere abitato da ragni e altre volte come tempio meraviglioso in cui ogni elemento ha un’intima connessione con tutti gli altri. Due celebri poesie ci mostrano questa contradditorietà dell’uomo (la sua aspirazione all’assoluto e la fragilità che lo fa precipitare verso le tenebre) e della realtà (miracolo e carcere): Spleen e «Corrispondenze». Solo il Mistero rende il mondo affascinante e meraviglioso. Quando il mondo è deprivato del Mistero, la realtà ci appare come una prigione tetra da cui si desidera scappare. È una questione di sguardo e di attenzione ai particolari.

In Spleen l’anima geme, oppressa da un cielo che offusca ogni luce, più nero che la notte, pesante come un coperchio. La Speranza cerca di scappare, come un pipistrello che sbatte contro i muri. La pioggia disegna le sbarre di una prigione, mentre i ragni sembrano intessere le ragnatele nel nostro cervello. La Speranza è, infine, vinta e l’angoscia può trionfare issando la sua bandiera nera sul cranio del poeta. Un mondo senza luce, senza senso, assurdo e ormai svuotato di ogni ragione e speranza: è uno scenario che anticipa le rappresentazioni di tanti artisti e letterati tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.

Il pittore Van Gogh (1853-1890), geniale innovatore artistico, tanto incompreso in vita quanto apprezzato e rivalutato in morte, usa l’immagine dell’uccellino in gabbia per rappresentare la propria condizione esistenziale. Pirandello (1867-1936), invece, scrive nella lettera alla sorella del 31 ottobre del 1886: «Noi siamo come i poveri  ragni, che per vivere han bisogno d’intessersi in un cantuccio la loro tela sottile, noi siamo come le povere lumache che per vivere han bisogno di portare a dosso il loro guscio fragile, o come i poveri molluschi che vogliono tutti la loro conchiglia in fondo al mare». Nel 1893, il pittore norvegese E. Munch (1863-1944) dipinge L’urlo, che è divenuto simbolo dell’angoscia esistenziale, della solitudine in cui si trova l’uomo e dell’incomunicabilità che contraddistingue i rapporti umani. Un volto scarnificato emette un grido che si propaga come un’onda fino a riempire tutta la scena senza per questo toccare e coinvolgere i personaggi rappresentati.

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Il Giornale. Non è peccato farsi domande sul Purgatorio PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per giovanni fighera il purgatorio ritorno all'eden perduto

Quando a Dante venne in testa di scrivere la Divina Commedia? È vero che gli ultimi tredici canti del Paradiso sono andati perduti? E come descrivevano l'aldilà i grandi autori della letteratura greca e latina? E chi diavolo era veramente Beatrice? Lo sapevate che il capolavoro massimo del genio italico è stato tradotto in tutte le lingue del mondo? E Dante? Ha ragione il cantautore Venditti a chiedersi se «era un fallito, un servo di partito»? E com'è che parteggiava per l'imperatore, visto che era di parte guelfa? Giovanni Fighera risponde a tutto, tranquilli.

Rino Cammilleri

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VIDEO DI "PURGATORIO: RITORNO ALL'EDEN PERDUTO". CANTO XI PDF Stampa E-mail

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VIDEO DI

"IL PURGATORIO: RITORNO ALL'EDEN PERDUTO" DI GIOVANNI FIGHERA.

CANTO XI

LA BALZA DEI SUPERBI

CLICCA IL LINK PER VEDERE IL VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=cKYnNcsWKZA&index=4&list=PL7I5Z8xAJpYsWftUEqjyqI687bjJMbA9u

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ARCHIVIO STORICO - Il Purgatorio: ritorno all'Eden perduto PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per giovanni fighera tre giorni all'infernoIL LIBRO – Davvero il Purgatorio è un'invenzione medievale, come sosteneva Le Goff? Quali testi letterari prima di Dante descrissero il viaggio nel Purgatorio? Il secondo volume della trilogia di Giovanni Fighera dedicata alla Commedia dantesca risponde a queste e ad altre domande per inoltrarsi poi in questa cantica bellissima, purtroppo non sempre apprezzata quanto l'Inferno. Ritornano la luce, il cielo stellato, la notte a testimoniare che l'ansia di redenzione che si è manifestata nelle anime purganti anche solo per un istante in terra trova risposta nell'infinita misericordia divina. Dominano gli affetti, le amicizie, il senso della coralità e della comunità. Dante viator incontra i grandi amici già defunti, i poeti che gli sono stati maestri nell'arte della scrittura, attraversa le sette balze dei vizi capitali dovendo, infine, dire addio al maestro Virgilio e ritrovare Beatrice nel Paradiso terrestre. Nell'Eden perduto, però, le sorprese non sono finite. Il viaggio di Dante è la nostra stessa avventura della lotta quotidiana nel cammino verso la piena felicità.

  DAL TESTO – "L'impostazione morale che presiede il Purgatorio è mutuata dal sistema morale tomista, per cui l'amore può sbagliare per «malo obbietto» (amore per il male del prossimo), «per poco vigore» (insufficiente intensità dell'amore vero, Dio) o «per troppo vigore» (amore per i beni terreni oltre il giusto limite). Il vizio è il peccato riasserito e diventato abitudine, per cui la persona perde anche la consapevolezza della colpa per l'abitudine acquisita. Ciascun lettore può incorrere nei vizi capitali ed è bene che, come Dante, si purifichi finché è in vita. La lettura della seconda cantica è, dunque, l'avventura della lotta quotidiana dell'uomo contro il proprio male nell'affermazione dell'amore a Cristo.
  "Ogniqualvolta Dante supererà una balza, l'angelo che la custodisce gli cancellerà la lettera dalla fronte. Così accadrà finché il poeta non giungerà nel Paradiso terrestre, quell'Eden che si trova sulla sommità della montagna."

 

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RILEGGIAMO I PROMESSI SPOSI 4. La conversione di Napoleone PDF Stampa E-mail

altEsaltato dagli artisti contemporanei, dal pittore Jacques Louis David, dal musicista Beethoven (che gli dedicò la sinfonia n. 3, la cosiddetta «Eroica»), dal filosofo Hegel, dallo scrittore Foscolo, tra i tanti che potrebbero essere ricordati, l’imperatore Napoleone desta senz’altro l’ammirazione di Alessandro Manzoni, ma non il suo amore. La voce di Manzoni «di mille voci al sònito/ mista la sua non ha:/ vergin di servo encomio/ e di codardo oltraggio». Manzoni, infatti, non ha mai elevato odi al grande comandante quando questi era al colmo della sua gloria né tanto meno lo ha denigrato quando è caduto nella polvere. Solo quando gli giunge nella villa di Brusuglio quaranta giorni più tardi la notizia della morte di Napoleone, in tre giorni lo scrittore lombardo «scioglie all’urna un cantico/ che forse non morrà»: «Il 5 maggio».

Manzoni è colpito dalla scomparsa di un personaggio così grande, che ha posto ordine tra due età, tra Illuminismo e Romanticismo. È bastato che Napoleone pronunciasse il suo nome («Ei si nomò») perché «due secoli,/ l'un contro l'altro armato,/ sommessi a lui si volsero,/ come aspettando il fato;/ ei fè silenzio, ed arbitro/ s'assise in mezzo a lor». Il comandante ha conquistato gran parte dell’Europa, dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno in un movimento direzionale Nord/Sud e poi Ovest/Est che sembra tracciare una croce forse alludendo al fatto che le sue truppe e le sue vittorie fulminee producevano morti sul campo e stermini.

Con Napoleone è scomparso un personaggio che ha dato il nome alla sua epoca, definita per l’appunto napoleonica, un uomo in cui, come direbbe Hegel, si è incarnato lo spirito della storia. Ma ancor più che dalla morte, Manzoni è colpito dalla notizia che Napoleone, che ha sempre assunto un atteggiamento fortemente anticlericale e anticattolico, si sia convertito prima di morire: «Mai più superba altezza si è inchinata al disonore del Golgota».

 

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AL CUORE DI LEOPARDI 6 - Il potere dell'immaginazione nella vita e nella poesia PDF Stampa E-mail

altL’immaginazione umana è uno dei rimedi più forti, anche se completamente illusorio, al problema della felicità. Scrive, infatti, Leopardi: «Considerando la tendenza innata dell’uomo al piacere, è naturale che la facoltà immaginativa faccia una delle sue principali occupazioni della immaginazione del piacere […]. Il piacere infinito che non si può trovare nella realtà si trova così nella immaginazione, dalla quale derivano la speranza, le illusioni, ecc. Perciò non è maraviglia: 1. che la speranza sia sempre maggior del bene; 2. che la felicità umana non possa consistere se non nella immaginazione e nelle illusioni». La natura ha, quindi, dotato l’uomo della facoltà immaginativa che opera come una seconda vista capace di veder quello che non c’è, di intravedere quanto lo sguardo naturale e sensitivo non coglie. L’immaginazione opera laddove un bene appaia lontano, sfuggente, oppure venga percepito solo in parte con i sensi della vista, dell’udito. Laddove un oggetto, una persona, una musica siano vaghi e indefiniti, noi percepiamo un’impressione di piacevolezza perché la nostra facoltà immaginativa può creare nella mente quello che non vede e può pensare a quell’infinito piacere che nella realtà non vede. Ecco perché tendiamo a idealizzare donne viste per poco tempo o con cui non abbiamo la possibilità di stare a lungo o che ci risultano fuggevoli. La nostra immaginazione tende a idealizzare e a percepire più affascinante quanto è sfuggente e non è concretamente presente.

 

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RILEGGIAMO I PROMESSI SPOSI 3 -L'incontro con Cristo salva dalle tragedie della vita PDF Stampa E-mail

altL’evento cristiano non rivoluziona soltanto l’arte figurativa, bensì introduce profondi elementi di novità anche nell’ambito della concezione della letteratura. Il Medioevo ha ereditato, senz’altro, la tradizionale tripartizione degli stili dal latino classico. Alcuni commentatori virgiliani della bassa latinità (Servio e Donato), associando i tre stili all’altezza degli argomenti affrontati, hanno designato questo rapporto tra opere e livelli di scrittura con l’espressione rota Virgili. Eneide, Georgiche, Bucoliche rappresentavano, così, rispettivamente i modelli dello stile sublime, medio e umile.

La tripartizione viene, spesso, messa in discussione e non più rispettata dagli scrittori cristiani. I Vangeli hanno, infatti, la «presunzione» di raccontare il fatto più grande che si possa narrare (l’esperienza dell’incontro con un Dio che si è fatto uomo) attraverso uno stile umile e semplice. La novità dei Vangeli è radicale, non solo dal punto di vista del messaggio annunciato, ma anche per l’introduzione di un nuovo stile, che Erich Auerbach definisce per l’appunto sermo humilis, immediato, comunicativo, come si addice ad una verità che deve essere accessibile a tutti e, nel contempo, ad un re che, nato in una stalla, è, poi, morto in croce.

Molti letterati cristiani scrivono opere dai temi alti e sublimi in uno stile semplice e sobrio o, altre volte, derivato da una commistione di registri e di stili differenti. Capolavori come la Divina commedia e il Decameron sono, in un certo senso, scaturiti da questa nuova consapevolezza letteraria e dalla mescolanza di stili. La tragedia stessa non ha più ragion d’essere, o meglio sarà tragedia cristiana, espressione di per se stessa ossimorica.

Questo è il caso della tragedia manzoniana, a carattere storico, in cinque atti, refrattaria all’adesione alle tre unità aristoteliche di tempo, di spazio e di azione. Manzoni interrompe la stesura degli «Inni sacri» (ne ha composti finora cinque), per dedicarsi completamente prima alla scrittura de Il Conte di Carmagnola (già avviato nel 1816, concluso nel 1819, pubblicato poi nel 1820) e poi a quella dell’Adelchi (scritto tra il 1820 e il 1822). Si documenta con grande scrupolo storico, prende spunto dai drammi storici elisabettiani di Marlowe e di Shakespeare e da quelli dello Sturm und Drang di Goethe e Schiller (Don Carlos, la trilogia di Wallenstein). In questi drammi storici emerge di solito il grande conflitto tra l’ideale e la realtà a cui i personaggi si devono adeguare. I personaggi e le circostanze storiche sono ben caratterizzati, mentre il tragico si mescola, talvolta, al comico (è il caso di alcune tragedie shakespeariane).

 

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ARCHIVIO STORICO - "Tre giorni all'Inferno" PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per giovanni fighera tre giorni all'infernoIL LIBRO – Quando concepì Dante la stesura della Commedia? Davvero gli ultimi tredici canti del Paradiso erano andati perduti? Qual era la reale visione politica dell'autore? Chi era Beatrice? Perché il sommo poeta si sentiva investito di una missione? L'indagine di Fighera risponde a tante domande e curiosità.
  Soprattutto, però, una domanda attraversa il libro: perché dovremmo leggere la Commedia a settecento anni dalla sua composizione? Tradotta in tutte le lingue del mondo, essa è apprezzata ovunque. Eppure i dati sullo studio del capolavoro dantesco nelle scuole superiori e nelle università in Italia denunciano già un grave abbandono, a fronte di un interesse da parte del pubblico che non è mai scemato in questi anni. Per questo c'è la necessità di un testo come "Tre giorni all'Inferno" che permetta di affrontare l'intero percorso di Dante (dalla selva oscura alla visione delle stelle dell'emisfero australe) con un'attenzione ai versi del capolavoro, ma, nel contempo, con uno sguardo vivo al significato esistenziale del viaggio che l'autore ci suggerisce di affrontare, oggi, con lui.

  DAL TESTO – "Ma proprio in quella selva «selvaggia e aspra e forte» Dante troverà il bene. In maniera geniale («per trattar del ben ch'i' vi trovai») lo scrittore riflette sul fatto che anche la circostanza più negativa, anche il peccato più bieco dell'uomo sono l'occasione per incontrare la risposta, per scoprire il senso, per essere salvati. Se una persona va in profondità delle circostanze incontra quell'«amor che move il sole e l'altre stelle». La condizione di perdita di senso, di crisi in cui vive Dante è così amara che è molto simile alla morte.
  "Tutti noi nella vita, come Dante all'inizio della cantica dell'Inferno, abbiamo pensato di poter fare a meno di un maestro, vorremmo contare solo sulle nostre forze e sulle nostre energie e salire da soli quel «colle luminoso» che vediamo davanti a noi, che rappresenta la via buona, la verità. Ciascuno di noi ha una ragione che gli permette di distinguere il bene dal male («lume a bene e a male» dirà Dante nel canto XVI del Purgatorio) e, nel contempo, ha quel peccato originale che lo porta a voler essere autonomo. Dante inizia, così, a salire da solo. Guardate il suo realismo nel descrivere quest'azione: «'l piè fermo sempre era 'l più basso»."

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MILANO - TEMPO DI LIBRI - "IL PURGATORIO: RITORNO ALL'EDEN PERDUTO" PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per giovanni fighera il purgatorio ritorno all'eden perduto

MILANO - TEMPO DI LIBRI

Giovedì 20 aprile ore 17 - Presentazione del volume:

Il Purgatorio: ritorno all'Eden perduto - In viaggio con Dante di Giovanni Fighera.

Interviene: Giovanni Fighera

Padiglione 2 – Stand H25-K26

(Stand Uelci - Unione Editori e Librai Cattolici Italiani).

Ulteriori informazioni: http://ares.mi.it/products-il-purgatorio-ritorno-alleden-perduto-673.html

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TECNICA DELLA SCUOLA. Perché studiare il Latino? PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per ciceroneIl giornalista e scrittore Giovanni Fighera sul settimanale “Tempi” ha analizzato a cosa serva studiare ancora oggi il LATINO.

Nello specifico sono 5 i motivi secondo Fighera a determinare l'importanza dello studio di questa lingua tanto affascinante quanto complessa:

AIUTA A COMPRENDERE LA REALTA’ 

SVILUPPA LA LOGICA 

AIUTA A CONOSCERE LE PROPRIE RADICI 

ILLUMINA IL LINGUAGGIO E LE PAROLE 

PERMETTE DI CONOSCERE I GRANDI AUTORI DEL PASSATO 

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IL SECONDO OTTOCENTO DA CAPIRE 4 - L'albatro che sprofondò nell'abisso PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per albatroBaudelaire apre la poesia a nuovi temi mai affrontati prima. Il linguaggio di cui si avvale è una mescolanza di lessico aulico e quotidiano. Anche i «ragni» e i «coperchi» trovano spazio nei versi del poeta, lo spleen e il desiderio di assoluto rappresentano due facce della stessa condizione esistenziale di un uomo che vorrebbe volare nel Cielo e si trova a sprofondare nell’abisso. Siamo farfalle e vermi, angeli e demoni, sguazziamo nel fango perché non riusciamo a librarci nell’aria. Ogni uomo è, in realtà, caratterizzato da questa lacerazione, da una frattura insanabile, almeno con i mezzi puramente umani. La tradizione cristiana spiega questa condizione con il termine «peccato originale»: a causa di questo l’uomo tende al bene, poiché è creato a immagine e somiglianza di Dio, ma la sua fragilità lo porta a compiere il male. Qualcosa di simile scrive san Paolo, quando afferma che compie il male che non vorrebbe, mentre non compie il bene che vorrebbe. Si chiede allora chi potrà salvarlo da questa condizione. Solo Cristo. Solo un Altro ci può salvare, ci può sollevare dall’abisso di male.

Baudelaire ha la stessa percezione e concezione di uomo, ma gli mancano la consapevolezza e la fede che la salvezza proviene da un Altro. Sono pochi gli uomini contemporanei che vivono la coscienza della distanza tra l’aspirazione ideale a cui tendono e la realtà in cui sono immersi. Pochi uomini riescono a riconoscere l’eterno nella quotidianità opaca che hanno di fronte, pochi sanno intravedere quella luce flebile che è segno della strada per uscire dal tunnel.

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"Quando dalle conversioni nascevano le chiese" di Margherita del Castillo PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per Santa Maria Bressanoro, a Castelleone,Una conversione è all’origine della chiesa di Santa Maria Bressanoro, a Castelleone, in provincia di Cremona. Intorno alla metà del XV secolo l’ebreo sefardita Amadeo Mendes de Silva, rinunciando ad una promettente carriera politica, si convertì al cattolicesimo presso il convento agostiniano di Santa Maria di Guadalupe in Estremadura. Dopo una visione della Vergine che gli mostrava San Francesco, entrò nell’ordine francescano nell’ambito del quale fondò la congregazione degli amadeiti. Il suo cammino verso la beatitudine e la sua opera di riforma, promossa attraverso una più stretta osservanza della regola, ebbero inizio presso Castelleone, dove si stabilì su richiesta della duchessa Bianca Maria Sforza.

Nel 1460 si avviarono i lavori per la costruzione di un nuovo complesso nello stesso punto in cui i documenti ricordano una chiesa plebana, intitolata a San Lorenzo, già dall’842. Il convento e la piccola chiesa, dedicata alla Madonna di Guadalupe per onorare il luogo della conversione del religioso portoghese, furono affidati a un architetto di cui si ignora il nome ma che senz’altro va ricercato tra le maestranze al servizio della committenza sforzesca. A causa delle soppressioni napoleoniche, però, il convento venne poi in gran parte demolito: scomparvero, così, i chiostri, l’oratorio e  le celle eremitiche.

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AL CUORE DI LEOPARDI 5 - Le ideologie soffocano la persona PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per leopardiSe la natura umana è capacità di Infinito e l’uomo è inquieto (per usare l’espressione di sant’Agostino) finché non lo incontra, quando si dimentica o si mette a tacere il nostro cuore abbiamo l’impressione di sentirci meglio. Ma è solo un’illusione. A detta di Leopardi, in tanti modi l’uomo può assopire o dimenticare la vera natura dell’io. Uno di questi è l’adesione ad un’ideologia.

Il termine «ideologia» può essere utilizzato nell’accezione neutra di Weltanschauung, come spesso compare nei testi scritti o nelle discussioni, ovvero di visione del mondo o pensiero di un autore o personaggio. Nel discorso che seguirà la utilizzeremo, invece, nell’accezione negativa ad indicare un pensiero o un sistema di pensiero pregiudiziale, senza un fondamento di verifica nella realtà. Quindi, lo sguardo ideologico è quella modalità di trattare il reale non partendo dall’osservazione e dal desiderio di conoscenza dello stesso, bensì dall’idea preconcetta che si può già avere. Nelle Riflessioni sulla condotta della vita il premio Nobel per la medicina Alexis Carrell, medico ateo convertitosi dopo il viaggio a Lourdes in cui assiste alla guarigione di un ammalato, scrive: «Poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore. Molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità». Quindi, ognuno di noi individualmente può essere animato da uno sguardo ideologico.

 

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