La ragione del cuore il blog di Giovanni Fighera
"San Giuseppe a Brescia, la chiesa degli artigiani" di Margherita Del Castillo PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per san giuseppe bresciaNel cuore di Brescia, in quella che un tempo era chiamata la contrada dei Fabii, nel primo decennio del Cinquecento arrivò una comunità di osservanti minori francescani il cui primitivo convento in città era stato distrutto in seguito ad un intervento urbanistico predisposto, per motivi di sicurezza, dalla Repubblica Veneta. La zona era nota per lo storico postribolo pubblico e per la concentrazione di attività illecite: la presenza dei religiosi avrebbe contribuito a bonificare il quartiere e a normalizzare la vita sociale. Fu così che nel 1519 fu benedetta la prima pietra del convento che, oltre alla chiesa, comprendeva due chiostri minori, sul lato ovest, e uno più grande, a nord del presbiterio, oggi sede del Museo Diocesano.  Essendo l’area a vocazione prevalentemente artigianale, la chiesa fu intitolata all’artigiano per antonomasia, il falegname Giuseppe.

La sobria facciata, stretta nel vicolo medievale, è sormontata da tre pinnacoli a lanterna in cotto, di gusto gotico lombardo. Il timpano è sorretto da due imponenti colonne che incorniciano il portale centrale recante la scritta ” Haec est domus Dei et porta coeli”. L’interno è un ampio spazio ad impianto longitudinale, suddiviso in tre navate e senza transetto. Le dimensioni dell’aula, decisamente alta e centralmente rivestita da volta a botte decorata con un rinascimentale motivo geometrico ininterrotto, sono giustificate dalla funzione principale che i frati erano chiamati a svolgere: la predicazione ai ceti  medi che popolavano la zona. La copertura delle navate laterali è invece affidata a gotiche volte a crociera, con costoloni di diversi colori. Su di esse si affacciano dieci cappelle per lato, chiuse da cancellate, dedicate, ciascuna, ai santi protettori dei mestieri che si svolgevano nel tessuto viario circostante. Ecco perché quella di San Giuseppe è anche nota come la chiesa degli artigiani.

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23 marzo su RADIO MARIA "IN VIAGGIO CON DANTE VERSO LE STELLE" PDF Stampa E-mail

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SU RADIO MARIA

IN VIAGGIO CON DANTE VERSO LE STELLE

giovedì 23 marzo ore 10:30

VII PUNTATA

PERICOLO DI MORTE DINANZI ALLA PALUDE STIGIA.

FARINATA DEGLI UBERTI E CAVALCANTE DE'CAVALCANTI

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Lunedì 20 marzo a ORZINUOVI il PURGATORIO. TERZA SERATA PDF Stampa E-mail

 

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TERZA SERATA

A Orzinuovi via Milano 75

lunedì 20 marzo - ore 20.30

I GRANDI POETI

Canti XXI-XXIV-XXVI

 

IL SENSO DEL VIAGGIO

Il Purgatorio è senz’altro la cantica più terrena, perché rispecchia la condizione dell’uomo che è in cammino verso la propria vera patria. È la condizione del pellegrino, di cui si è dimenticato l’uomo contemporaneo, che vive la dimensione terrena come l’unica possibile, e che invece l’uomo medievale viveva con maggiore coscienza. Nel Purgatorio dantesco dominano gli affetti, le amicizie, il senso della coralità e della comunità. È anche la cantica della misericordia di Dio, il regno della purificazione dal peccato e, quindi, il luogo dove l’anima conquista la libertà piena. Nelle quattro serate, in cammino con Dante, immersi in versi pieni di saggezza, vogliamo vivere l’avventura della lotta quotidiana dell’uomo contro il proprio male.

 

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ALETEIA. Così Dante prendeva in giro i Papi avidi PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per giovanni fighera tre giorni all'infernoEcco perché papa Niccolò III, Bonifacio VIII e Clemente V sono finiti nell'Inferno tra i Simoniaci

Dante e i Papi avidi. Ne parla Giovanni Fighera in “Tre giorni all’inferno” (Edizioni Ares). Accade nel cerchio ottavo di Malebolge, raffigurato in chiave comica. Qui risiedono i simoniaci.

Dante era stato accusato di baratteria quando era ambasciatore presso il papa Bonifacio VIII e per questa falsa accusa sarebbe rimasto in esilio fino alla morte.

Proprio il papa del Giubileo verrà collocato ante litteram tra i simoniaci nel canto XIX. Il papa non è ancora morto al momento dell’ambientazione della Commedia (marzo o aprile del 1300). Il poeta utilizza allora un escamotage per poterlo condannare: fa sì che un altro dannato profetizzi l’arrivo del papa, una volta morto. E questo dannato è un altro pontefice!

CHI SONO I SIMONIACI

I simoniaci sono coloro che hanno approfittato della loro posizione e delle cariche ricoperte per arricchirsi. Raccapricciante è lo scenario che appare a Dante dall’alto del ponte che sovrasta la bolgia. Le anime sono collocate a testa in giù, soltanto le estremità delle gambe fuoriescono dai fori. Le piante dei piedi sono infuocate come quando il fuoco si propaga da una superficie oleosa.

L’INCONTRO CON NICCOLO III

In questa scena avviene il ribaltamento parodistico della realtà. Dante appare davanti a un papa, Niccolò III.

Nella scenetta teatrale il papa è divenuto l’assassino che deve confessare il nome del mandante se vuole evitare la pena della propagginazione cui è condannato. Non sapendo chi sia l’anima di colui che lo invita a parlare, Niccolò III (sul soglio pontificio dal 1277 al 1280) crede che sia già giunto il dannato che è destinato a sospingerlo giù nel foro e a rimanere con le gambe in fuori. E in quel momento che punta l’indice contro Bonifacio VIII.

Così esclama:

[…] Se’ tu già costì ritto,

se’ tu già costì ritto, Bonifazio?

Di parecchi anni mi mentì lo scritto.

Se’ tu sì tosto di quell’ aver sazio

per lo qual non temesti

tòrre a ’nganno la bella donna,

e poi di farne strazio?

LA PREDIZIONE DEL FUTURO

Il genio di Dante colloca così tra i simoniaci Bonifacio VIII che sarebbe morto solo nel 1303 e che, all’epoca dell’ambientazione del viaggio, non poteva già trovarsi all’Inferno. Sappiamo che i dannati della Commedia dantesca hanno la facoltà di conoscere il futuro (non quello imminente). Per questo Niccolò III sa dallo scritto del futuro che Bonifacio VIII giungerà all’Inferno nel 1303.

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L'IO E LA CRISI DELLA MODERNITA' 24- La profezia di Tocqueville. E la speranza che fa ripartire PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per monachesimo originiIl percorso sulla contemporaneità è giunto ormai al termine. Nella prima parte abbiamo evidenziato la condizione di solitudine e di disagio dell’uomo odierno. Quell’individualismo che nel Settecento illuministico era presentato come fine dell’affrancamento dell’uomo dalla superstizione religiosa e dalle false autorità del passato appare sempre più come esito nefasto di una società che fatica a sollevarsi, ad aiutare il più debole, a collaborare per uno sviluppo buono e comune. La conseguenza di un individualismo vissuto nella tranquillità e nella finta pace domestica, che non considera l’altrui miseria e sopravvive nella dimenticanza di una giustizia per gli altri, è il disinteresse per l’ambito pubblico e per la politica. L’individualismo corrisponde così ad una torre d’avorio isolata che può prosperare solo fino a quando non arriveranno le «truppe degli invasori» scontenti. 

Già nell’Ottocento il saggista francese Alexis C. de Tocqueville (1805-1859) aveva anticipato gli esiti di questa posizione: «Una società in cui gli esseri umani si riducono nella condizione di individui "rinchiusi nei loro cuori" è una società in cui pochi vorranno partecipare attivamente all’autogoverno. La maggioranza preferirà starsene a casa e godersi le soddisfazioni della vita privata, almeno fintantoché il governo in carica, qualunque sia, produce i mezzi di queste soddisfazioni, e ne fa larga distribuzione». Tocqueville chiama questo nuovo dispotismo «morbido», «mite e paternalistico». «Non sarà una tirannia del terrore e dell’oppressione, come nel tempo andato». In maniera profetica Tocqueville ha descritto alcuni aspetti della contemporaneità. Il declino della partecipazione, il disinteresse per la politica, lo statalismo che dissolve il valore delle associazioni e della sussidiarietà pongono la persona sola «di fronte al gigantesco Stato burocratico» e si verifica l’alienazione dalla sfera pubblica. Si accentua il circolo vizioso dell’individualismo narcisistico che si è costruito la dimora dorata in cui coltivare il proprio orto e assaporare le proprie ricchezze.

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Maturità 2017. PASCOLI o del Mistero svelato PDF Stampa E-mail

altOggi affrontiamo il primo dei grandi autori del Novecento: Giovanni Pascoli. In coda alla presentazione trovate un testo con alcune domande per prepararvi al meglio sull’analisi del testo.

La vita
«Io sento che a lei [a mia madre] devo la mia abitudine contemplativa, cioè, qual ch’essa sia, la mia attitudine poetica. Non posso dimenticare certe sue silenziose meditazioni in qualche serata, dopo un lungo giorno di faccende, avanti i prati della Torre. Ella stava seduta sul greppio: io appoggiava la testa sulle sue ginocchia. E così stavamo a sentir cantare i grilli e a veder soffiare i lampi di caldo all’orizzonte». Così scrive Giovanni Pascoli nella «Prefazione» ai Canti di Castelvecchio, raccolta dedicata alla madre Caterina Allocatelli Vincenzi, scomparsa nel 1868, quando Giovanni ha solo tredici anni.

L’anno prima, nel 1867, a soli dodici anni, Giovanni ha già perso il padre in una circostanza tragica (ucciso mentre ritorna a casa). La morte della madre, a detta del poeta, sarebbe dovuta al dolore insopportabile a seguito della scomparsa del marito. Segni indelebili di questi dolori e della nostalgia dei suoi cari compariranno in tutta la produzione pascoliana, in particolar modo in Myricae e nei Primi e nuovi poemetti.
Insegnante di Liceo e professore universitario, Pascoli cercherà di ricostituire il nido familiare nella casa di Castelvecchio di Barga assieme alle sorelle Ida e Maria: illusione che, presto, si rileverà vana. Allievo del Carducci all’università di Bologna, se ne discosterà sempre per toni e ispirazione fino a quando nel 1905 non subentrerà come titolare della cattedra di Letteratura italiana dell’Università di Bologna sostituendo quel maestro che aveva ricoperto la cattedra per quarant’anni.
A questo punto, come investito del ruolo di poeta vate, Pascoli muta toni e argomenti delle poesie, che si fanno più retoriche, tronfie. Questa è la produzione pascoliana meno sentita e sincera, quella, a buon diritto, meno apprezzata. Esemplificazione del nuovo ruolo di cui si sente investito Pascoli è il discorso che tiene, pochi mesi prima di morire, al Teatro comunale di Barga per parlare dell’impresa di Libia, discorso che viene poi pubblicato su «La Tribuna» del 27 novembre. A lui, poeta, è affidato il compito di spronare l’esercito nell’impresa. Certo, non si vuole qui riflettere sull’efficacia del discorso, né tantomeno sulla sua opportunità. Preme, invece, sottolineare il ruolo e la considerazione che aveva un poeta all’interno della società un secolo fa. Era il 21 novembre 1911. Neanche cinque mesi più tardi, il 6 aprile 1912, sarebbe morto quello che è considerato uno dei più grandi poeti italiani contemporanei.

 
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GRANDI CAPOLAVORI CRISTIANI 3- Che bella è la vita quando è cura e dedizione agli altri PDF Stampa E-mail

altQuando ritorna dalla Terrasanta, Anna Vercors trova la situazione molto cambiata. Infatti, la moglie Elisabetta è morta e così pure la figlia Violaine. Non per questo viene meno la sua salda fede.  Riflette sulla sua esperienza: «Ho voluto abbracciare il Sepolcro vuoto, e metter mano nella buca della Croce. Ma la mia piccola Violaine è stata più saggia. Forse che fine della vita è vivere? Forse che i figli di Dio resteranno con fermi piedi su questa miserabile terra? Non vivere, ma morire, e non digrossar la croce ma salirvi, e dare in letizia ciò che abbiamo. Qui sta la gioia, la libertà, la grazia, la giovinezza eterna... Che vale il mondo rispetto alla vita? E che vale la vita se non per esser data? E perché tormentarsi quando è così semplice obbedire?». 

Si rivolge allora alla figlia morta: «Non t’ho perduta, Violaine! Bella sei, piccola mia! Bella la fidanzata il giorno delle nozze quando al padre si mostra nella magnifica veste, con deliziosa confusione. Vai innanzi, Violaine, bambina mia; io ti seguirò. Ma volgi ogni tanto il tuo viso, perché io veda i tuoi occhi. Violaine! Elisabetta! presto sarò ancora con voi!». Il padre guarda la vita e la realtà dalla prospettiva dell’eterno e arriva a benedire la morte nella quale «tutte le domande del Pater si compiono». Anna Vercors obbedisce al Mistero che lo chiama e risponde «sì» come Maria ha risposto affermativamente all’Angelo: questa capacità di positività scaturisce dalla gratitudine per il Mistero buono. Non è un caso che nell’opera compaiono più volte le preghiere rivolte alla Vergine Maria che la tradizione cristiana ci ha insegnato. 

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GRANDI CAPOLAVORI CRISTIANI 2- L'Annuncio a Maria e i tre pilastri di Paul Claudel PDF Stampa E-mail

altScritto nel 1912, L’Annuncio a Maria è come un’immensa cattedrale medioevale, una grande sintesi di quell’epoca, ma potremmo anche dire un grande frutto della cristianità. Non a caso è ambientato nei pressi del monastero di Montevergine. Tre sono i pilastri fondamentali della cattedrale, differenti per forme e colori, ma tutti illuminati dalla luce della fede: Anna Vercors, Pietro di Craon e Violaine.

Anna Vercors si è sposato con Elisabetta ed è divenuto padre di Mara e di Violaine. Ha fatto sacrifici lavorando nei campi per sostentare la famiglia. Nel suo volto e nelle sue azioni si scorge tutta la gratitudine che nutre per il Signore che fa tutte le cose. Mosso da questa coscienza, dopo aver riservato ogni anno le decime al convento vicino, decide di partire per la Terrasanta per pregare sopra il Santo Sepolcro per l’unità del suo popolo e dei cristiani, offrendo così le sue azioni per la totalità, per il bene di tutti. Cosciente della complessità del viaggio, affida la sua vita al Mistero e si congeda dalla moglie con queste parole: «Tale è stato il male del mondo: che ciascuno ha voluto godersi i propri beni, come se per lui solo fossero stati creati, e non come se da Dio li avesse avuti in consegna. Il signore, il suo feudo, il padre, i suoi figlioli, il Re, il suo Regno e l’uomo di lettere, la sua dignità».  Così, parte per la Terrasanta affidando Violaine a Giacomo di Hury perché la sposi.

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DUECENTO 3- Anche il paladino Orlando implora la misericordia di Dio PDF Stampa E-mail

altNella produzione d’oil accanto alla figura di Perceval si distingue il personaggio di Orlando, uno dei miti fondanti non solo della cultura medioevale, ma anche della storia occidentale, che tanto ha influito sulla letteratura successiva, dai cantari del XIII e XIV secolo all’Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo (1441-1494), dal Morgante di Luigi Pulci (1432-1484) all’Orlando furioso di Ludovico Ariosto (1474-1533).

Lo spunto da cui deriva il racconto è un fatto storico realmente accaduto il 15 agosto 778. Così narrano gli Annali Regi e la Vita Karoli redatta da Eginardo. Per Carlo Magno, che combatte contro Bavari, Slavi, Avari e altre popolazioni, è certamente di poco conto la spedizione che il sovrano tenta per espugnare Saragozza, fallimentare perché il re deve ben presto ritirarsi e varcare i Pirenei. La retroguardia dell’esercito di Carlo Magno viene assalita da un gruppo di Baschi. Hruodlandus è il prode paladino che diventerà Roland tre secoli più tardi quando nascerà la tradizione orale della Chanson de Roland, trascritta soltanto verso il 1080 da uno scrittore che si firma alla fine dell’opera con il nome di Turoldo («Qui ha fin la gesta che da Turoldo è scritta»). 

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Maturità 2017. SABA: vita, opere, esercitazione. PDF Stampa E-mail

altOggi parliamo di Umberto Saba.
Solo una volta, nel 2000, è stata scelta una poesia di Saba per l’Esame di Stato «La ritirata in piazza Aldrovandi a Bologna». Considerati la tendenza a ripetere i grandi della triade «Ungaretti, Saba, Montale» (tre volte Ungaretti e tre volte Montale) e il fatto che Saba sia stato proposto una sola volta, potrebbe essere  riproposto dopo tanti anni un componimento dell’autore triestino.

La vita

Nato a Trieste nel 1883, conterraneo, quindi, di Svevo, di madre ebrea (Coen) e di padre italiano (Poli), Umberto sceglie il nome di Saba forse per riecheggiare il termine ebraico del «pane» o forse per richiamarsi alla balia Gioseffa Schobar che ha un ruolo molto importante nella sua vita. In effetti, il padre lascia la famiglia dopo pochi mesi di matrimonio e lui cresce allevato più dalle cure della balia che della madre. La ricerca delle proprie origini, lo scavo nel proprio passato infantile e adolescenziale caratterizzeranno tutta la produzione del poeta adulto. Anche lui, come il padre, che non voleva legami, sente già a quindici anni il desiderio di viaggiare, lascia il ginnasio e si imbarca come mozzo su una nave. Già da questo fatto possiamo cogliere i segni del letterato diverso, autodidatta, educatosi da solo sui testi della tradizione italiana (da Petrarca a Leopardi) e tedesca (su tutti il poeta romantico Heine, da cui mutuerà il termine «Canzoniere» della sua raccolta poetica che raccoglie tutta le altre sillogi). Solo a vent’anni Saba conoscerà il padre, presentatogli dalla madre sempre come un assassino, un uomo incapace di legarsi ad una donna e di assumersi responsabilità nei confronti di una famiglia. Documento poetico di questa esperienza autobiografica è il sonetto «Mio padre è stato per me come un assassino» in cui Saba comprende che ha ricevuto da lui il desiderio di libertà (lo sguardo azzurrino del volto) che ha nel cuore. L’incontro con il padre è, forse, la prima tappa del percorso di ricerca di un’appartenenza che lui, poi, identificherà nel tempo con un’espressione che dà il titolo alla raccolta Trieste ed una donna (1912).

Nel 1908 sposa Carolina Wolfler con rito ebraico da cui nasce Linuccia l’anno seguente. Dopo la Prima guerra mondiale rileva una libreria antiquaria a Trieste fino al 1938 (quando entrano in vigore le leggi antirazziali). Continuerà a scrivere anche nel Secondo dopoguerra. Negli ultimi anni di vita si converte al cattolicesimo e viene battezzato. Pochi mesi dopo la scomparsa della tanto amata moglie muore anche Saba nel 1957.

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GRANDI CAPOLAVORI CRISTIANI 1- Quel Magnificat in Notre Dame che convertì Claudel PDF Stampa E-mail

altNato nel 1868 a Villeneuve-sur-Fère, Paul Claudel si forma in un momento storico e in una terra come quella francese che nella seconda metà dell’Ottocento è fortemente impregnata di cultura positivistica. La diffusione di questo nuovo approccio gnoseologico e culturale avviene negli anni in cui lo scienziato Charles Darwin (1809-1892) pubblica L’origine della specie (1859) e il filosofo Herbert Spencer (1820-1893) contribuisce alla nascita della psicologia moderna con l’ Introduzione alla psicologia sperimentale (1865). 

Il fisiologo francese Claude Bernard (1813-1878) influisce non poco sull’avvento della medicina sperimentale, così come il filosofo August Comte (1798-1857) diventa padre della sociologia moderna. Di nuovo, come nell’epoca illuministica, l’uomo si convince di avere rivoluzionato il mondo della cultura. Con una perfetta consonanza rispetto agli illuministi, impregnati di materialismo e di una fiducia illimitata nella scienza che porterà a eliminare tutto l’ignoto e il mistero, i positivisti aprono la strada di una nuova religione, quella del Progresso e dell’Umanità. 

In gioventù Claudel conosce e frequenta i grandi poeti francesi a lui contemporanei, Mallarmé, Verlaine e Rimbaud. La conversione avviene quando non ha ancora trent’anni, nel 1886, durante la messa di Natale celebrata a Notre Dame de Paris, ascoltando il Magnificat, anche se l’episodio è esito di un periodo di crisi e di travaglio. Anche la conversione di Manzoni era avvenuta in chiesa, secondo l’aneddotica, in occasione del matrimonio di Napoleone a Parigi, anche se sappiamo bene dalle lettere il cammino che nei due anni precedenti lo scrittore aveva condotto dal matrimonio con Enrichetta Blondel all’incontro con i padri spirituali Degola e Tosi. Claudel racconta lui stesso quanto è accaduto il giorno di Natale. Recatosi ad assistere alla cerimonia non per fede, ma nella speranza di trovare spunti e ispirazione per la scrittura, poco soddisfatto della Messa solenne, Claudel ritorna per i vespri. Il coro sta cantando il Magnificat

A questo punto accade un fatto straordinario. Sentiamo direttamente il racconto di Claudel: «Io ero in piedi tra la folla, vicino al secondo pilastro rispetto all’ingresso del Coro, a destra, dalla parte della Sacrestia. In quel momento capitò l’evento che domina tutta la mia vita. In un istante il mio cuore fu toccato e io credetti. Credetti con una forza di adesione così grande, con un tale innalzamento di tutto il mio essere, con una convinzione così potente, in una certezza che non lasciava posto a nessuna specie di dubbio che, dopo di allora, nessun ragionamento, nessuna circostanza della mia vita agitata hanno potuto scuotere la mia fede né toccarla. Improvvisamente ebbi il sentimento lacerante dell’innocenza, dell’eterna infanzia di Dio: una rivelazione ineffabile! Cercando – come ho spesso fatto – di ricostruire i momenti che seguirono quell’istante straordinario, ritrovo gli elementi seguenti che, tuttavia, formavano un solo lampo, un’arma sola di cui si serviva la Provvidenza divina per giungere finalmente ad aprire il cuore di un povero figlio disperato: “Come sono felici le persone che credono!”. Ma era vero? Era proprio vero! Dio esiste, è qui. È qualcuno, un essere personale come me. Mi ama, mi chiama. Le lacrime e i singulti erano spuntati, mentre l’emozione era accresciuta ancor più dalla tenera melodia dell’Adeste, fideles». 

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PIRANDELLO. UN GENIO DEL NOVECENTO 11/ Il dramma della vita e dell'amore non vissuti PDF Stampa E-mail

altL’Enrico IV è il dramma pirandelliano più importante insieme ai Sei personaggi in cerca d’autore, scritto nello stesso anno, il 1921. Viene rappresentato per la prima volta il 24 febbraio del 1922 al Teatro Manzoni di Milano, ricevendo fin da subito il plauso della critica, tanto che Renato Simoni scrive dopo la prima: «La cronaca […] è lietissima: un pubblico a volte sorpreso, a volte incuriosito, a volte commosso ed esaltato, e, dopo due o tre scene, interamente conquistato. Era in tutti gli spettatori la coscienza che assistevano a un’opera che si poteva amare o non amare, ma che, comunque, aveva un valore insolito, una chiusa potenza, talora oscura, talora solo balenante, spesso chiarentesi con un’originalità audace e pur terribilmente ragionevole».

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"Como, dai paleocristiani a Sant'Abbondio" di Margherita del Castillo PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per chiesa di sant'abbondioRestauri ottocenteschi hanno datato tra la fine del IV e la prima metà del V secolo le fondamenta di una basilica paleocristiana fuori le mura  di Como, lungo la strada  Regina, in un’area già destinata al culto vista la presenza di necropoli romane. Non si è certi, invece, se essa sia stata voluta da Felice, primo vescovo ed evangelizzatore della città, piuttosto che dal presule Amanzio, che l’avrebbe eretta per custodirvi alcune reliquie dei SS. Pietro e Paolo portate da Roma. La dedicazione agli Apostoli  fu già dal IX secolo sostituita con quella a Sant’Abbondio, divenuto poi patrono della città e di tutta la diocesi, che qui era stato sepolto. Dal 1010 la chiesa fu affidata ad una comunità di monaci benedettini che ne decise la completa ricostruzione, facendola consacrare da papa Urbano II nel 1095. A loro si deve, dunque, la veste romanica che la contraddistingue.

L’architettura è in pietra grigia di Moltrasio. La facciata a salienti è scandita da contrafforti che ne lasciano intuire la divisione interna in cinque navate. Rilievi a motivi vegetali e geometrici decorano finemente la ghiera e l’intradosso dell’arco del portale, mentre figure di animali, aquilotti, colombe e felini, sono incastonate nelle forme dei capitelli. Caratteristici di questa struttura, lungo il cui perimetro si rincorrono archetti ciechi, sono il profondo coro e i due campanili gemelli che si ergono alla fine delle navate intermedie, soluzione, questa, poco diffusa in Italia e più comune, invece, nella zona renana.

Lo spazio interno è definito dalla luce che penetra dalle grandi finestre dell’abside e scivola lungo le pareti dell’aula determinate da un considerevole slancio verticale. L’ingresso è sovrastato da una tribuna, addossata alla controfacciata, che nell’impianto romanico custodiva le reliquie dei Santi Rubiano ed Adalberto, le cui storie sono frammentariamente illustrate in lacerti di affreschi. Robusti pilastri e colonne monolitiche spartiscono le cinque navate. Quella centrale è ricoperta da un soffitto ligneo piano, quelle laterali sono rivestite  da capriate: solo il coro è voltato e affrescato con un cielo stellato.   E’ qui che si sviluppa uno dei cicli pittorici più integri del primo Trecento lombardo.

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DUECENTO 2- Noi, come Perceval, alla ricerca del Sacro Graal PDF Stampa E-mail

altChrétien de Troyes (1135-1190) è uno degli scrittori più importanti del Medioevo, forse il più significativo prima dell’avvento di Dante. Scarse sono le notizie biografiche certe. Nativo di Troyes, nella Champagne, in terra di Francia, ebbe dapprima come mecenate Enrico I di Champagne e, poi, dal 1181 Filippo d’Alsazia. È uno dei pochi autori nella storia della letteratura che sceglie come protagonista di un poema cavalleresco una coppia di sposi, Erec e Enide, nell’omonima opera. La vicenda si conclude con Erec che scopre che può essere cavaliere e, nel contempo, amare la moglie tanto da dirle: «Vi amo più di prima e sono certo e sicuro che il vostro è perfetto amore […]. E se avete pronunciato una parola d’offesa, vi perdono e vi affranco del tutto, della parola e dell’ingiuria».

Chrétien de Troyes dedica attenzione nei suoi romanzi anche a Tristano e a Lancillotto, mescolando duelli e avventure pericolose, fedeltà al signore e tradimenti, amori infelici e storie matrimoniali. Come si può capire il racconto di Francesca nel canto V dell’Inferno senza conoscere la storia di Lancillotto e Ginevra cui lei si riferisce esplicitamente (circolavano all’epoca di Dante versioni della storia anche redatte da altri autori): «Noi leggiavamo un giorno per diletto/ di Lancialotto come amor lo strinse;/ soli eravamo e sanza alcun sospetto./[…] ma solo un punto fu quel che ci vinse./ Quando leggemmo il disiato riso/ esser basciato da cotanto amante,/ questi, che mai da me non fia diviso,/ la bocca mi basciò tutto tremante./ Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse»? Nella vicenda di Lancillotto o il cavaliere della carretta il protagonista affronta mille peripezie per salvare la regina Ginevra, imprigionata dal malvagio Meleagant in un castello nel Regno di Gorre. Segretamente innamorato di lei, il cavaliere sale dapprima sulla carretta, su cui salgono solo i condannati a morte, pur di conoscere da un misterioso nano la strada che gli permetta di raggiungere quel luogo lontano. Infine, riesce a sconfiggere il carceriere e a liberare la regina. Grazie all’intervento del siniscalco del re, di nome Galeotto, Lancillotto trascorre la notte con lei, tradendo così la fedeltà al re Artù.  

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Lunedì 13 marzo a ORZINUOVI il PURGATORIO. SECONDA SERATA PDF Stampa E-mail

 

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A Orzinuovi via Milano 75

lunedì 13 marzo - ore 20.30

I VIZI CAPITALI

Canti XI-XVI

 

 

IL SENSO DEL VIAGGIO

 

Il Purgatorio è senz’altro la cantica più terrena, perché rispecchia la condizione dell’uomo che è in cammino verso la propria vera patria. È la condizione del pellegrino, di cui si è dimenticato l’uomo contemporaneo, che vive la dimensione terrena come l’unica possibile, e che invece l’uomo medievale viveva con maggiore coscienza. Nel Purgatorio dantesco dominano gli affetti, le amicizie, il senso della coralità e della comunità. È anche la cantica della misericordia di Dio, il regno della purificazione dal peccato e, quindi, il luogo dove l’anima conquista la libertà piena. Nelle quattro serate, in cammino con Dante, immersi in versi pieni di saggezza, vogliamo vivere l’avventura della lotta quotidiana dell’uomo contro il proprio male.

 

 
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