La ragione del cuore il blog di Giovanni Fighera
«Il bene vince sempre sulla prepotenza del male» di Massimo Introvigne PDF Stampa E-mail

altIl 31 dicembre 2015 Papa Francesco ha presieduto in San Pietro la celebrazione del Te Deum, rilevando che la prepotenza del male si è manifestata particolarmente nel corso del 2015 ma, su questa prepotenza, il bene vince sempre.

Il Te Deum, ha detto il Papa, è la preghiera in cui il popolo riconosce «la presenza amorevole di Dio negli avvenimenti della nostra storia» e chiede «l’aiuto agli Angeli, ai Profeti e a tutta la creazione per dare lode al Signore». Con questo inno «ripercorriamo la storia della salvezza dove, per un misterioso disegno di Dio, trovano posto e sintesi anche le varie vicende della nostra vita di quest’anno trascorso».

Sì, l'anno è stato difficile. Ma «la compagnia della misericordia è luce per comprendere meglio quanto abbiamo vissuto, e speranza che ci accompagna all’inizio di un nuovo anno». Il 2015 diventa ora «un ricordo di fatti e avvenimenti che riportano a momenti di gioia e di dolore». E noi siamo «interpellati a verificare se le vicende del mondo si sono realizzate secondo la volontà di Dio, oppure se abbiamo dato ascolto prevalentemente ai progetti degli uomini, spesso carichi di interessi privati, di insaziabile sete di potere e di violenza gratuita».

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ALTO COME UN VASO DI GERANI. Fatti per le cose grandi. Parola di Giacomino. PDF Stampa E-mail

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Siamo tutti chiamati per qualcosa di importante. Quando si diventa papà, si vedono la vita e la propria storia in modo diverso. Si guarda l’infanzia con uno sguardo nuovo, si ritorna bambini, con una consapevolezza più profonda, quella dell’adulto.

Il noto comico Giacomo Poretti (1956), «il 33,33 per cento del popolare trio di Aldo, Giovanni e Giacomo», noti a tutti per I corti, Tre uomini e una gamba, Chiedimi se sono felice, Tu la conosci Claudia?, è diventato padre qualche anno fa. Forse, proprio per questo, ha sentito l’esigenza di risalire alle proprie origini, alla propria terra, alla sua infanzia. Ha voluto ricostruire la propria storia leggendola attraverso la trama degli incontri e, in particolare, di quell’incontro «che si è fatto famiglia», come scrive l’autore nella dedica del libro alla moglie Daniela e al figlio Emanuele.

Se non c’è un poeta che decide di raccontare la tua storia, tocca a te raccontarla, annota in prefazione, perché non si dimentichi. Nella sua storia c’è la storia di tutti gli uomini, che vivono cercando la strada, la vocazione e il destino. «Perché il cuore dell’uomo è simile ad ogni latitudine, si commuove allo stesso modo al Nord come al Sud, si angoscia al mare e in montagna, anela all’immenso in cirillico come in francese, è fatto per l’eternità ovunque nasca, anche a Villa Cortese».

In questo paese, situato nell’alto milanese, Giacomo Poretti trascorre la sua infanzia. È la storia di un bimbo che è sempre stato piccolo, più basso degli altri, che allo stadio non riusciva a vedere la partita e doveva stare sulle spalle del papà, che, a sua volta, non vedeva la partita e si faceva raccontare dal figlio le azioni di gioco e che a vent’anni parte per il militare, perché hanno valutato la sua altezza di 158 cm, quando l’anno prima era di 157 cm.
«Dalla terza media fino ai 20 anni, calma piatta, e poi, improvvisamente, il corpo ha un sussulto e si innalza di dieci millimetri?!». Forse il suo corpo «si era pentito, si sentiva in colpa?». «Con un colpo di reni» gli regalava «il servizio militare e l’orgoglio di mamma e papà».

 

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IL PARADISO RITROVATO 7- Giustiniano racconta a Dante il senso della storia PDF Stampa E-mail

altGià in altri canti della Commedia Dante ci aveva mostrato la sua visione provvidenziale della storia. Non significa certo che il poeta fiorentino creda, in termini hegeliani, che tutto ciò che è razionale sia reale e tutto ciò che è reale sia razionale, ovvero, per dirla in altri modi, che tutto ciò che accada in Terra sia buono e giusto. Dante non vuole giustificare le ingiustizie, le sopraffazioni, le violenze, lo si è visto più volte nel percorso tra Inferno e Purgatorio. Il Fiorentino è, però, fermamente convinto che esista un disegno più alto, provvidenziale e che il Creatore del mondo non è distante dalla vita degli uomini, certo si avvale anche di loro per intervenire nella storia. «Dio ha bisogno degli uomini» recita un film di Jean Delannoy tratto dal romanzo di Henri Queffélec.

            Così nel canto II dell’Inferno avevamo letto a riguardo di Enea: «fu de l’alma Roma e di suo impero/ ne l’empireo ciel per padre eletto:/ la quale e ’l quale, a voler dir lo vero,/ fu stabilita per lo loco santo/ u’ siede il successor del maggior Piero./ Per quest’andata onde li dai tu vanto,/ intese cose che furon cagione/ di sua vittoria e del papale ammanto». Ovvero Enea viene scelto nel Paradiso come padre di Roma e del suo Impero: Roma sarà anche sede del papato e, quindi, cuore del mondo.             

            Potremmo anche dire che la visione della storia dantesca è lineare, prevede un inizio, uno svolgimento e un epilogo. La creazione ha dato avvio allo spazio e al tempo così come li conosciamo. All’interno della linea della storia (quella che è documentata attraverso le fonti scritte) è radicata la storia della salvezza che inizia attraverso la rivelazione raccontata nella Bibbia nelle vicende di Abramo, di Mosè e i Profeti fino ad giungere a quella che san Paolo chiama pienezza dei tempi, il momento in cui Dio si incarna nel Figlio Gesù Cristo, sotto l’impero di Ottaviano Augusto (27 a. C.- 14 d. C.) quando si verifica una pace universale, la cosiddetta pax augusta, viene chiuso il tempio di Giano, Roma sospende l’attività belligerante e imperialistica (o almeno così sostiene nella propaganda dell’imperatore).

 

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«Impariamo a essere umili, come Gesù Bambino» di Massimo Introvigne PDF Stampa E-mail

altNell'udienza generale del 30 dicembre 2015, Papa Francesco ha proposto una catechesi sul Bambino Gesù. La straordinaria vicenda di un Dio che si fa bambino, ha affermato il Pontefice, c'insegna a vivere con umiltà e ad abbandonare di fronte al Signore le nostre «pretese di autonomia». «In questi giorni natalizi», ha detto il Papa, «ci viene posto dinanzi il Bambino Gesù. Sono sicuro che nelle nostre case ancora tante famiglie hanno fatto il presepe, portando avanti questa bella tradizione che risale a san Francesco d’Assisi e che mantiene vivo nei nostri cuori il mistero di Dio che si fa uomo». Per fortuna, «la devozione a Gesù Bambino è molto diffusa». 

«Tanti santi e sante», ha ricordato Francesco, «l’hanno coltivata nella loro preghiera quotidiana, e hanno desiderato modellare la loro vita su quella di Gesù Bambino». Il Pontefice ha ricordato in particolare santa Teresa di Lisieux, che come suora carmelitana ha portato il nome di Teresa di Gesù Bambino. «Lei, che è anche Dottore della Chiesa, ha saputo vivere e testimoniare quell’“infanzia spirituale” che si assimila proprio meditando, alla scuola della Vergine Maria, l’umiltà di Dio che per noi si è fatto piccolo». A braccio, il Papa ha aggiunto: «Questo è un mistero grande, Dio è umile! Noi che siamo orgogliosi, pieni di vanità e ci crediamo grande cosa, siamo niente! Lui, il grande, è umile e si fa bambino. Questo è un vero mistero!».

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"Solo la confessione e la domanda di Misericordia liberano dal peccato" di L. Bertocchi PDF Stampa E-mail

altIn occasione del Santo Natale il Penitenziere Maggiore, cardinale Mauro Piacenza, ha scritto una bella lettera ai confessori (clicca qui). Quest’anno la lettera ha un sapore particolare, visto che da pochi giorni siamo entrati nel Giubileo della Misericordia, un anno straordinario che mette al centro proprio il confessionale.

Eminenza, in occasione del Santo Natale ha scritto una lettera ai confessori anche per ringraziarli del «generoso ministero»che svolgono. Tra l'altro, dal suo scritto emerge che quello della confessione è il luogo privilegiato per la difesa ecologica. Perché salva «dal più letale degli smog». In che modo?

«L’inquinamento, causa ultima di tutti gli inquinamenti è il peccato. È il peccato che de-ordina dal fine, è il peccato che scatena quegli elementi egoistici che, a vasto raggio, determinano i vari tipi di inquinamento dell’ambiente. É il peccato che porta l’uomo a sfidare la natura, a sostituire Dio con l’Io. La società, in genere, quando si parla di inquinamento è portata a pensare immediatamente al surriscaldamento dell’atmosfera, allo scioglimento di ghiacciai, al disboscamento selvaggio e così via. Allora, rispondendo talvolta anche a orientamenti politici, si organizzano incontri, tavole rotonde, programmi di sensibilizzazione dei diversi ambienti.

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IL PARADISO RITROVATO 6/ Giustiniano, anche gli imperatori vanno in Paradiso PDF Stampa E-mail

altSiamo nel primo Cielo della Luna. Due dubbi si assiepano nella mente di Dante e Beatrice, che sa leggere bene il cuore del poeta, una volta ancora, prima che la domanda venga espressa, dissolve le nebbie. Dante vorrebbe sapere come sia possibile che la violenza perpetrata da un altro possa provocare meno beatitudine in chi la subisce e, in secondo luogo, dove ritornino le anime dopo la morte del corpo. Rispondendo prima alla seconda domanda, Beatrice rivela che le anime si presentano nei diversi cieli per rivelare il loro differente grado di beatitudine, anche se, in realtà, si trovano tutte nell’Empireo nella Candida rosa. Le anime che compaiono nel Cielo della Luna hanno un grado inferiore di beatitudine rispetto alle altre.

            Ecco, poi, la risposta al primo dubbio: le anime che sono state intaccate dalla violenza altrui non hanno mostrato una volontà assoluta, altrimenti si sarebbero contrapposte alla violenza perpetrata da altri e, una volta rapite dal convento, vi sarebbero ritornate. Nascono, però, ulteriori perplessità nella mente di Dante che troveranno risoluzione nelle parole di Beatrice. Non è, però, questo il luogo per soffermarci ulteriormente sul primo Cielo.

            Saliamo piuttosto con Dante e Beatrice al secondo Cielo di Mercurio ove si trovano coloro che hanno operato bene, ma per desiderio di gloria. Vi compaiono tante luci. All’interno di una di queste si intravede una figura umana. Sollecitata da questa e da Beatrice, Dante esplicita la sua domanda e chiede: «Non so chi tu se’, né perché aggi,/ anima degna, il grado de la spera che si vela a’ mortai con altrui raggi».

           Il canto VI che seguirà conterrà la risposte. Ricordiamo che il poeta riserva al canto VI sempre una funzione politica. Nell’Inferno Dante aveva incontrato il conterraneo Ciacco e aveva affrontato il problema delle discordie interne a Firenze. Nel Purgatorio Dante aveva presentato i problemi che dilaniano da tempo l’Italia, si era scagliato contro il suo paese, ricordando, però, anche come fosse la patria dell’Impero e del Papato. Dante aveva ricordato, inoltre, che proprio l’Italia era stata la sede di un Impero che aveva ottenuto un’unità territoriale, politica e giuridica. Il poeta fiorentino aveva fatto, poi, riferimento anche all’opera legislativa di Giustiniano che riunì nel Corpus iuris civilis tutte le leggi emanate nello stato romano in mille anni di storia, facendo eliminare quelle superflue e ripetitive. Dante anticipa così il tema centrale del canto VI del Paradiso dove incontra proprio l’Imperatore Giustiniano.

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Ecco la vera ragione della nostra speranza PDF Stampa E-mail

altTutto congiura a tacere di questa buona novella.

In coda per gli ultimi acquisti sento questa frase che mi ha molto colpito: «Meno male che il Natale arriva una volta soltanto!». Presi dall’affanno dei regali e delle spese per il pranzo, molte facce in mezzo alla folla comunicano lo stesso messaggio. Il Natale arriva in mezzo alla gente come corsa al consumo nella speranza di acquistare il prodotto giusto per l’amico o il conoscente. Non c’è quasi più il tempo per fermarsi a riflettere sulla straordinaria novità che entra nel mondo oggi, per me e per tutti gli uomini, nessuno escluso.

Perfino laddove si dovrebbe parlare di Lui, il Salvatore del mondo, si cerca in ogni modo di ridurLo ad una misura umana, di eliminare il Mistero per sostituirLo con leggende o con valori.

Lontana da Cristo, una volta eliminato il presepe o il crocifisso in nome di una finta tolleranza o accoglienza delle altre culture, la cultura contemporanea è convinta di essersi affrancata dalla superstizione e da una vetusta tradizione che oggi non avrebbe più nulla da dire. L’uomo, in realtà, così non progredisce, ma ritorna all’epoca politeista, all’idolatria di dei che hanno soltanto modificato il nome, ma non la sostanza.

La vera ragione della nostra speranza

Occorre ritornare alla semplicità dei bambini che, di fronte alla domanda su cosa sia il Natale, con grande spontaneità rispondono: la nascita di Gesù. Come tutto congiura a tacere della nascita di Gesù, così tutto vuole tacere della novità che ha investito il mondo con il suo avvento e che ha investito tutti gli ambiti della vita, quello materiale e quello spirituale, il campo economico, quello culturale e quello più prettamente artistico. La stessa concezione di sé che aveva l’uomo è mutata. Oggi giorno, è venuta meno la consapevolezza che la radice profonda dei valori, della ricchezza, dello splendore della nostra civiltà risiede nel cristianesimo, ovvero in Cristo, manca il sentimento di gratitudine per Colui che è il vero protagonista della storia. In Cristo la verità si è mostrata apertamente e si è rivelata come carità, «carità nella verità», come recita l’enciclica di Benedetto XVI. Questo evento ha spezzato in due la storia. Cristo ha fatto «nuove tutte le cose». Da allora niente è più lo stesso.

Come ha scritto Papa Francesco: «La ragione della nostra speranza è questa: Dio è con noi. Ma c’è qualcosa di ancora più sorprendente. La presenza di Dio in mezzo all’umanità non si è attuata in un mondo ideale, idilliaco, ma in questo mondo reale. Egli ha scelto di abitare la nostra storia così com’è, con tutto il peso dei suoi limiti e dei suoi drammi, per risollevarci dalla polvere delle nostre miserie, delle nostre difficoltà» (Papa Francesco, Udienza generale, 18 dicembre 2013).

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La vera ragione della nostra speranza a Natale PDF Stampa E-mail

altSi può snaturare un fatto storico?

Passo per le vie del paese insieme alla mia famiglia. Nella piazza è stata allestita un’esposizione di disegni dei bambini della scuola primaria in occasione del Natale. Mia figlia maggiore mi chiede: «Papà, che cos’è la festa della luce?». Osservo bene il titolo della mostra e le opere. Non c’è un disegno che rappresenti il presepe e la nascita di Gesù, tutti sono ispirati al tema della luce. Parlare di Gesù o rappresentarlo sembra essere diventato inammissibile in scuole in cui sono presenti ragazzi anche di altre religioni e quanti, anche se cristiani battezzati, ormai, in molti casi, non credono più o hanno perso le ragioni della propria fede. Così, il Natale come celebrazione di Gesù che nasce ed è tra noi è scomparso ed è ammesso solo come festa snaturata, sostituita da valori come la pace, la solidarietà o altro.

Nel Liceo dove insegno ogni classe prepara lo spettacolo teatrale per l’Accademia di Natale che si terrà dinanzi a tutte le famiglie l’ultima settimana di scuola prima delle vacanze natalizie. Ogni classe deve preparare una rappresentazione che metta a tema il messaggio del Natale. Assisto alle prove. Un gruppo rappresenta una famiglia in cui non si crede più alla magia di Babbo Natale e dei regali. Allora chiedo ai ragazzi quale sia il messaggio della festa. Mi arrivano tante risposte: la bellezza di trovarsi insieme, i regali che vengono fatti, la famiglia riunita attorno ad una tavola. Qualcuno mi chiede se vada bene il messaggio comunicato. Allora replico: «Perché dovete ricorrere a metafore o a riduzioni? È così semplice raccontare la buona notizia, quella di un Dio che si è fatto bambino per condividere la condizione umana, si è fatto dono e compagnia. Lui è il dono più grande del Natale». Un dono, poi, che si comprende meglio nel mistero della croce e della resurrezione. Esclama Anna Vercors nel celebre Annuncio a Maria di Paul Claudel:

Non vivere, ma morire, e non digrossar la croce ma salirvi, e dare in letizia ciò che abbiamo […]. Che vale il mondo rispetto alla vita? E che vale la vita se non per essere data? E perché tormentarsi quando è più semplice obbedire?.

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Facciamo scoprire l’avvenimento del Natale attraverso la bellezza della poesia PDF Stampa E-mail

altUn’antologia sulla letteratura relativa al Natale

L’anno scorso, proprio nell’imminenza del Natale, riflettevamo come di solito non si studino al liceo o all’università neppure una poesia dedicata alla nascita di Gesù e non si racconti più la sua storia. La cultura contemporanea tende a mistificare la realtà tanto da trasformare il Natale nella festa della luce o in altre feste come accade in molti complessi scolastici. Le mostre di disegni dei bambini mostrano il sole o la luce, raramente il presepe. In linea con questa deriva culturale le antologie scolastiche escludono qualsiasi testo che racconti la storia di Gesù scritto dai letterati. In realtà, quasi tutti i grandi scrittori, malgrado la smemoratezza della critica letteraria, si sono cimentati con questo fatto.

            In questi mesi nella nostra scuola abbiamo preparato un’antologia comprendente testi sul Natale in un percorso cronologico dall’antichità alla contemporaneità, divisi nei generi della poesia, della narrativa e del teatro. Curare quest’opera è stata una grande occasione per riscoprire un patrimonio vastissimo e interessante. Ho deciso di proporre ai lettori alcune poesie divise per secoli. Sarà un’opportunità di avvicinarci all’avvenimento della nascita del Signore attraverso la bellezza poetica.

            Possiamo accompagnare i nostri doni con una poesia che testimoni il più bel regalo che sia stato fatto all’uomo, quello di un Dio che si fa bambino e compagno nel nostro cammino.

 

I PRIMI SECOLI

Efrem il Siro

(Nisibis 306- Edessa373)

«Dialogo tra i Magi e Maria»

I magi: «Una stella ci ha annunciato
che Colui che è nato è il re dei cieli.

Tuo figlio comanda gli astri,
che sorgono solo al suo ordine».

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IL PARADISO RITROVATO 5- Nel Cielo della Luna, ancora una donna PDF Stampa E-mail

altIl Paradiso si apre inequivocabilmente nel segno della donna. Nel I canto campeggia Beatrice, così come nel I Cielo la prima anima che Dante incontra è ancora una donna: Piccarda Donati. Anche l’Inferno, quello vero, non il Limbo, quello che presenta grandi sofferenze, pianti e lamenti, si apre con l’affascinante figura femminile di Francesca da Polenta. Dopo di che le donne escono di scena per ritornare nel canto V del Purgatorio con l’immortale personaggio di Pia de Tolomei. Non saranno questi elementi secondari. Beatrice sta accompagnando Dante in Paradiso così come Francesca ha portato Paolo all’Inferno. Ricordiamo, poi, come il Purgatorio si chiuda completamente nel segno femminile con la ricomparsa della figura di Beatrice e con l’apparizione di Matelda che permette la purificazione di Dante con l’immersione prima nel fiume Leté e, poi, nell’Eunoé.

Del secondo personaggio femminile del Paradiso abbiamo avuto chiare anticipazioni già nel Purgatorio, quando Dante ha incontrato l’amico poeta Forese Donati, con il quale in vita si era aperta una tenzone poetica che ancor oggi possiamo apprezzare per la vivezza del linguaggio e la forza dell’espressività comica. Morto da pochi anni e pentitosi in punto di morte, Forese è, in realtà, già in Purgatorio grazie alle preghiere della moglie Nella. Forese anticiperà a Dante che la sorella Piccarda Donati si trova nel coro dei beati: «La mia sorella, che tra bella e buona/ non so qual fosse più, triunfa lieta/ ne l’alto Olimpo già di sua corona».       

Entrata nel convento delle Clarisse, Piccarda era stata strappata al chiostro dal famigerato fratello Corso Donati, personaggio violento e capo dei Guelfi neri, che aveva voluto darla in sposa a Rossellino della Tosa (in una data imprecisata tra il 1283 e il 1293) probabilmente per ragioni e strategie politiche. Poco tempo dopo, per quanto raccontano le tradizioni orali, anche se non abbiamo alcuna prova accreditata di attendibilità storica, Piccarda si ammalò e morì prima che fossero consumate le nozze. Pietro di Dante annota: «Si dice […] che sia morta vergine, non toccata dal suddetto marito, essendo sopravvenuta una febbre mortale nel giorno stesso delle nozze».

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IL PARADISO RITROVATO 4- La bellezza, la via che porta l'uomo verso il Cielo PDF Stampa E-mail

altDante sta facendo un’esperienza nuova, quella di «transumanar», ovvero di andare oltre la condizione umana, di sentirsi più pienamente uomo o, meglio, senza i vincoli e i limiti della corporeità. Inizia a vedere una luce intensa come se un Sole si fosse aggiunto ad un altro Sole e ode un’armonia musicale bellissima, mai udita in Terra. Come abbiamo visto, Beatrice previene il dubbio di Dante anticipando la sua possibile domanda e chiarendogli che lui non si trova più in Terra, ma si sta muovendo verso il Cielo con una repentinità maggiore di quella di un fulmine che scende dall’alto verso il basso.

A questo punto al primo dubbio se ne sostituisce uno nuovo ancor più irretente e imprigionante: come è possibile che un essere umano, ancor dotato di corpo, possa salire con il suo peso attraverso l’atmosfera che è più leggera? Ammiriamo la bellezza del nuovo linguaggio dantesco del Paradiso, caratterizzato dalla sintesi e da una forte materialità, inaspettata. Il poeta così descrive la nuova e sorprendente condizione di sospensione: «S'io fui del primo dubbio disvestito/ per le sorrise parolette brevi,/ dentro ad un nuovo più fu' inretito». «Disvestito» (ovvero è stato tolto il vestito del primo dubbio) e «irretito» (ossia catturato nella rete di un altro dubbio) sono verbi fortemente icastici, mentre l’espressione  «sorrise parolette brevi» ci descrive l’essenzialità della facondia di Beatrice, connotata dalla letizia e dal sorriso che trabocca dal suo sguardo. La bellezza di Beatrice proviene dal fatto che è bella e anche buona. La bontà straripante che c'è nel suo animo la rende ancor più bella. Beatrice diventa qui il compimento di quanto Dante aveva già anticipato vent’anni prima nella Vita nova quando scriveva: «Tanto gentile e tanto onesta pare/ la donna mia». C'è un legame molto profondo tra la bellezza e la bontà. La bellezza non è slegata dalla bontà. Nel bambino questa coincidenza tra bellezza e bontà è chiarissima. Non siamo noi adulti ad avere insinuato in lui la nozione di una identità tra bontà e bellezza. Per un bambino la mamma è bella sempre, perché è buona, è il suo punto di riferimento. Quindi la mamma è bella e buona.

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"Il dipinto della Madonna in cambio della libertà" di Margherita Del Castillo PDF Stampa E-mail

altUna volta giunti a Siena intorno al 1250, ai monaci Serviti venne affidata dal vescovo la chiesa di San Clemente, situata sul poggio di Castel Montorio all’interno delle mura. Anche il Comune, nonostante la sua inclinazione ghibellina, donò materiali e laterizi per l’erigendo edificio e nel 1300 fu addirittura proclamata un’indulgenza per chi avesse contribuito alla costruzione. 

I lavori del convento, che proseguendo a rilento durarono quasi tre secoli, inglobarono la primitiva parrocchia che venne trasformata in una grande basilica intitolata alla Vergine, come tutte le chiese dell’ordine mendicante. La congregazione dei Servi di Maria era, infatti, nata in seguito ad un’apparizione della Madonna a sette uomini, tutti successivamente canonizzati, che vennero da Lei invitati a vivere la fede cristiana dediti alla penitenza e alla preghiera, nutrendo una particolare devozione nei confronti della Madre di Gesù.  

L’esterno della chiesa, privo di decorazioni, risponde a un principio di sobrietà che la facciata, grezza perché rimasta incompiuta, sembra evidenziare. Il campanile trecentesco, sul lato destro, in stile romanico, venne restaurato nel secolo scorso quando gli furono aggiunte le cuspidi centrale e angolari.  Lo spazio interno, in cui domina il contrasto tra il bianco dell’intonaco e la pietra serena grigia, tipico del gusto rinascimentale fiorentino, è organizzato in tre navate suddivise in campate sormontate da volte a botte, e il transetto, su cui si aprono cappelle alle due estremità e lungo il muro di fondo della chiesa.  

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IL PARADISO RITROVATO 3- Ama davvero chi spalanca all'eterno. Come Beatrice PDF Stampa E-mail

altNel canto I del Paradiso Dante si trova ancora nell’Eden, di fronte all’amata Beatrice, la quale sta guardando il Sole, come nessuna creatura è in grado di fare. Neppure un’aquila riesce a sostenere la vista della luce del Sole così a lungo. A questo punto il poeta fiorentino descrive in maniera geniale e sintetica la sua concezione dell’educazione: «E sì come secondo raggio suole/ uscir del primo e risalire in suso,/ pur come pelegrin che tornar vuole,/ così de l’atto suo, per li occhi infuso/ ne l’imagine mia, il mio si fece,/ e fissi li occhi al sole oltre nostr’uso». Ovvero Dante, guardando negli occhi Beatrice, a sua volta inizia a guardare il Sole come per processo osmotico. 

L’uomo impara sempre imitando un altro che ha già imparato, guardando un altro che sta camminando nella vita. Lo scrittore si avvale di una doppia immagine per spiegare il processo di imitazione: come un raggio riflesso che esce da un raggio incidente, come un pellegrino che è arrivato alla meta e poi torna indietro. Sono due immagini tratte dalla fisica e dalla storia medioevale. L’uomo medioevale si percepisce come homo viator, un uomo che è in viaggio, sempre in movimento verso la vera patria. Dante inizia a guardare in alto perché sta guardando Beatrice, ma Beatrice, pur se non vede il poeta da dieci anni, non vuole trattenerlo su di sé, ma desidera indirizzarlo verso il Cielo, il bene, la verità, l’assoluto. Una persona che davvero ama non trattiene l’altro su di sé, ma gli indica la strada buona, la verità, la bellezza, la bontà. Questa è la vera educazione. La Beatrice del Paradiso non si comporta come donna amata, ma come maestra che spalanca il cuore di Dante. Spalancare il cuore vuole dire indirizzare al desiderio dell’assoluto. Scrive A. De Saint Exupery nella Cittadella: «Se vuoi costruire una barca, non radunare uomini per tagliare legna, dividere i compiti e impartire ordini. Ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto e infinito». Nella stessa opera compare la figura del capo che istruisce i generali spronandoli a essere pienamente uomini mantenendo vivo il desiderio. Confessa loro: «Voi non vincerete perché cercate la perfezione. [...] La torre, la roccaforte o l’impero crescono come l’albero. Esse sono manifestazioni della vita in quanto è necessario che ci sia l’uomo perché nascano. E l’uomo crede di calcolare. Crede che la ragione governi la costruzione delle sue pietre, quando invece la costruzione con quelle pietre è nata dapprima dal suo desiderio. [...] I suoi calcoli non fanno altro che dare forma al suo desiderio e illustrarlo. [...] Voi perderete la guerra se non desiderate nulla».

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IL PARADISO RITROVATO 2/ La terza cantica scritta in latino? Inizierebbe così PDF Stampa E-mail

altComposta tra il 1316 e l’anno della morte, la terza cantica è dedicata a Cangrande della Scala. Nell’epistola in latino che invia al Signore di Verona il Sommo poeta indica il fine per cui ha composto l’opera: «removere viventes in hac vita de statu miserie et perducere ad statum felicitatis»ovvero «rimuovere gli uomini finché sono ancora in vita dalla condizione di infelicità e accompagnarli allo stato della beatitudine». Il termine latino «miseria», nella sua duplice accezione, ben chiarisce la coincidenza tra la selva oscura del peccato e la condizione di infelicità. Nella stessa epistola Dante spiega i quattro livelli di lettura della Commedia: quello letterale, quello allegorico (attraverso l’interpretazione delle allegorie e dei simboli), quello morale (che mira a cogliere l’insegnamento che i versi vogliono impartire al lettore per la sua vita e la sua felicità) e, infine, quello anagogico (o religioso che riguarda la vita ultraterrena e la salvezza dell’anima). Solo una lettura attenta che miri a cogliere questi quattro sensi permette di intraprendere con Dante il viaggio esistenziale di redenzione per la propria felicità terrena e la salvezza eterna: i due fini della vita umana. Nella lettera il Fiorentino espone anche i contenuti della terza cantica: «gloria primi Motoris, qui Deus est, in omnibus partibus universi resplendet, sed ita ut in aliqua parte magis, et in aliqua minus». Questo sarebbe stato l’inizio del Paradiso in latino se Dante avesse composto l’opera nella lingua classica come gli aveva consigliato Giovanni del Virgilio. Il Fiorentino volle dimostrare a Giovanni del Virgilio la sua competenza di scrittura in latino inviandogli delle bucoliche. La scelta di scrivere in volgare l’alto poema non era certo motivata da incompetenza, ma aveva l’alta finalità pedagogica di voler comunicare a tutti la verità.

            In volgare così appare l’incipit della terza cantica: «La gloria di colui che tutto move/ per l'universo penetra, e risplende/ in una parte più e meno altrove./ Nel ciel che più de la sua luce prende/ fu' io». La materia è, quindi, completamente diversa da quella del’Inferno e da quella del Purgatorio. Ora il tema indicato come assiale in tutta l’opera è la gloria di Dio che muove tutto che sarà ripresa in maniera circolare nell’ultimo verso della Commedia «Amor che move il sole e l’altre stelle». Dio crea, fa nascere, fa crescere, ha la capacità di muovere il Creato. Il diavolo non può nulla, neppure creare il proprio regno, come sta scritto nell’epigrafe che sta in alto alla porta dell’Inferno: «Giustizia mosse il mio alto fattore/ fecemi la divina potestate/ la somma sapienza e ‘l primo amore». La gloria e la bellezza di Dio sono presenti ovunque, ma non si può sostenere che siano presenti e visibili allo stesso modo nell’universo: vi sono dei luoghi e dei punti in cui la grandezza di Dio sembra più evidente ed altri in cui la sua bellezza sembra oscurata e non palesemente chiara, magari per l’azione malvagia perpetrata dall’uomo. Pensiamo ai luoghi in cui imperversa l’atrocità della guerra e a quante volte chi soffre elevi verso l’alto il grido a Dio di intervenire, di mostrarsi, di far vedere il suo potere. Vi è, però, un luogo privilegiato della presenza di Dio, scrive Dante, ed è il Paradiso. Dov’è collocato il Paradiso dantesco, come è strutturato?

           

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IL PARADISO RITROVATO 1- La morte di Beatrice e l'ultima cantica della Commedia PDF Stampa E-mail

altL’8 giugno del 1290 moriva Beatrice, Bice di Folco Portinari. Non aveva ancora compiuto venticinque anni, era di pochi mesi più giovane di Dante. La sua morte improvvisa lasciò un segno indelebile nel poeta fiorentino che, entrato in una crisi esistenziale e spirituale, avrebbe negli anni successivi seguito corsi di filosofia dai domenicani di Santa Maria Novella e dai francescani di Santa Croce. Questi anni di studio e di ripensamento avrebbero portato Dante a comporre la Vita Nova tra il 1292 e il 1294, una sorta di romanzo dove l’anima si confessa e rilegge la propria storia proprio a partire dal primo incontro con quella donna a nove anni. L’opera, pur se apprezzabile esito giovanile di un Dante non ancora trentenne che si era tra l’altro cimentato finora solo in rime, non deve aver pienamente soddisfatto il Fiorentino, se nell’ultimo capitolo della Vita Nova, il quarantaduesimo, il poeta promette di non scrivere più per quella donna finché non abbia raggiunto la capacità di comporre versi così belli che nessuno ha mai composto per il proprio amore: «Appresso questo sonetto apparve a me una mirabile visione, ne la quale io vidi cose che mi fecero proporre di non dire più di questa benedetta infino a tanto che io potesse più degnamente trattare di lei.E di venire a ciò io studio quanto posso, sì com’ella sae veracemente. Sì che, se piacere sarà di colui a cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per alquanti anni, io spero di dicer di lei quello che mai non fue detto d’alcuna. E poi piaccia a colui che è sire de la cortesia, che la mia anima se ne possa gire a vedere la gloria de la sua donna, cioè di quella benedetta Beatrice, la quale gloriosamente mira ne la faccia di colui qui est per omnia secula benedictus» (Vita nova, XLII).

Siamo solo nel 1294, probabilmente dieci anni prima dell’inizio della stesura dell’Inferno, ma Dante ha –così almeno io credo- già concepito il progetto della Commedia. Non solo. Con tono profetico il Fiorentino scrive che, quando concluderà quel testo, potrà finalmente morire e andare in Cielo e rivedere Beatrice che è dinanzi a Dio. Beatrice non è protagonista dell’Inferno ove compare solo nel canto II come una delle tre donne benedette che nel Cielo si sono mosse per salvare Dante.

 

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