La ragione del cuore il blog di Giovanni Fighera
"La spina della Croce e le 179 reliquie dei santi" di Margherita Del Castillo PDF Stampa E-mail

altSanctae Mariae Reginae Sardorum, a Maria Regina dei Sardi, all’Assunta, è intitolata la Cattedrale di Cagliari. Lo ricorda l’iscrizione che campeggia sul prospetto principale, che un restauro condotto nel corso della prima metà del Novecento ricostruì in stile neoromanico sul modello della facciata del Duomo di Pisa. Sulla superficie di pietra calcarea, dal profilo a salienti, vennero aperti tre livelli di logge, formate da archetti sostenuti da colonnine. 

Nel registro inferiore tre portali sono sormontati da altrettante lunette mosaicate con le immagini, in posizione centrale, della Madre di Dio e laterali di San Saturnino martire, protettore di Cagliari, e di Santa Cecilia, contitolare del tempio cittadino e, in quanto patrona di musici e cantanti, qui raffigurata con l’organo.

Il titolo alla nobile martire romana fu aggiunto nel 1258, quando la chiesa fu elevata al rango di Cattedrale. L’impianto originario è ancora più antico e risale ai primi decenni del XIII secolo. Le fondamenta, infatti, furono poste dai Pisani sotto il dominio dei quali si trovava allora la città. La semplice planimetria romanica a tre navate fu modificata nel corso del Trecento, quando fu aggiunto il transetto, con le rispettive porte laterali, e la prima cappella in stile gotico. Successivamente, con gli aragonesi, la chiesa fu trasformata seguendo il gusto barocco. 

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IL PARADISO RITROVATO 21- Dio è «l’amor che move il sole e l’altre stelle» PDF Stampa E-mail

altQuello che l’uomo può cogliere con la sua intelligenza riguardo a quanto Dio ha operato e opera nel creato è solo un pallido riflesso di quanto è effettivamente, come scrive san Paolo quando afferma che ora «noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia».

Dante nell’ultimo canto del Paradiso racconta di vedere sotto una prospettiva divina e di sorprendere come tutto è comprensibile solo in Dio. Dopo la preghiera alla Vergine pronunciata da san Bernardo, Dante ha la grazia di vedere Dio. Con queste parole descrive la prima parte della visione: «Nel suo profondo vidi che s'interna,/ legato con amore in un volume,/ ciò che per l'universo si squaderna:/ sustanze e accidenti e lor costume/ quasi conflati insieme, per tal modo/ che ciò ch’i’ dico è un semplice lume./ La forma universal di questo nodo/ credo ch’i’ vidi, perché più di largo,/ dicendo questo, mi sento ch’i’ godo». Ovvero «nell’abisso del Dio-luce vidi annidarsi compattato, rilegato dall’amore divino in un unico libro, quel che appare insomma nel disordine di fascicoli scollati, forme sostanziali, accidentali e i modi delle loro congiunzioni, quasi compressi e amalgamati insieme, per tal modo che dir così non fornisce che un pallido barlume del vero. Il principio di questa amalgama sono certo di aver visto, perché nel dirlo sento la mia felicità dilatarsi» (V. Sermonti). In questi versi Dante ci testimonia che in Dio trova un’unità tutto quello che nell’universo è, invece, separato, incomprensibile, senza legame e senso, come i fogli sparpagliati di un quaderno. Dante percepisce che Dio/carità sa legare assieme gli esseri. Non a caso Gesù Cristo, che è Dio, ammonì gli Apostoli di essere una sola cosa, perché da questo tutti avrebbero saputo che erano suoi discepoli. Non c’è nulla che può tenere assieme le persone se non Cristo, non c’è nulla che può attirare a sé quanto Dio. Tutto, infatti, tende a Lui, come Beatrice ha spiegato a Dante alla fine del primo canto del Paradiso.

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IL PARADISO RITROVATO 20- Una delle più belle preghiere mariane PDF Stampa E-mail

altSalito all’Empireo, Dante vede la Candida Rosa, ove risiedono le anime dei santi (ciascuna seduta sul proprio scanno) che il poeta ha già in parte incontrato per grazia lungo la salita per i Cieli. Voltatosi verso Beatrice per porle domande sulla visione, il poeta trova al posto di lei san Bernardo. Leggiamo nel canto XXXI del Paradiso: «Credea veder Beatrice e vidi un sene/ vestito con le genti gloriose./ Diffuso era per li occhi e per le gene/ di benigna letizia, in atto pio/ quale a tenero padre si convene».

Grande mistico (1090-1153), san Bernardo, abate di Clairvaux (italianizzato Chiaravalle), è autore di una delle più belle preghiere mariane, quel Memorare che rappresenta il vertice della fiducia nella Madonna come corredentrice e soccorritrice dell’umanità sofferente. Tradotto dal latino, il testo suona così: «Ricordati, o piissima Vergine Maria, che non si è mai inteso al mondo che qualcuno sia ricorso alla tua protezione, abbia implorato il tuo aiuto, chiesto il tuo patrocinio e sia stato da te abbandonato. Animato da tale confidenza, a te ricorro, o Madre, Vergine delle vergini, a te vengo, e, peccatore come sono, mi prostro ai tuoi piedi a domandare pietà. Non volere, o Madre del divin Verbo, disprezzare le mie preghiere, ma benigna ascoltale ed esaudiscile. Amen». Il Memorare ci insegna la virtù della mendicanza e della preghiera. 

Così come in vita Bernardo ha declamato la bellezza della Madonna, ora, santo in Paradiso, prega l’avvocata nostra, Colei che è «bellezza, che letizia/ era ne li occhi a tutti li altri santi», perché Dante possa finalmente vedere Dio, dopo la fatica di quel lungo viaggio che dalla selva oscura di Gerusalemme lo ha portato fino all’Empireo. Nell’ultimo canto del Paradiso san Bernardo rivolge un’invocazione alla Vergine Maria che è una delle preghiere più belle che Le siano state mai dedicate: «Vergine madre, figlia del tuo figlio,/ umile e alta più che creatura,/ termine fisso d’etterno consiglio,/ tu se’ colei che l’umana natura/ nobilitasti sì, che ’l suo fattore/ non disdegnò di farsi sua fattura./ Nel ventre tuo si raccese l’amore,/ per lo cui caldo ne l’etterna pace/ così è germinato questo fiore./ Qui se’ a noi meridiana face/ di caritate, e giuso, intra ’ mortali,/ se’ di speranza fontana vivace./ Donna, se’ tanto grande e tanto vali,/ che qual vuol grazia e a te non ricorre/sua disianza vuol volar sanz’ali./ La tua benignità non pur soccorre/ a chi domanda, ma molte fiate/ liberamente al dimandar precorre./ In te misericordia, in te pietate,/ in te magnificenza, in te s’aduna/ quantunque in creatura è di bontate».

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"A due anni dalla scomparsa, la Francia rende omaggio a Eugenio Corti" di Emanuele Boffi PDF Stampa E-mail

altA soli due anni dalla scomparsa, e a cavallo tra la data di nascita e di morte (21 gennaio 1921 – 4 febbraio 2014), il 29-30 gennaio si terrà a Parigi un prestigioso convegno sulla figura dello scrittore Eugenio Corti.
Il contesto (l’università Sorbona) e i relatori (Francois Livi, Gerard Genot, Elena Landoni, Cesare Cavalleri per citarne solo alcuni) rendono l’idea di quanto l’appuntamento sia prestigioso e, a suo modo, “insolito”, come fa notare a tempi.it Paola Scaglione, studiosa ed esperta della produzione di Corti: «Non è affatto usuale che, a così pochi anni dalla scomparsa, già si celebrino questi tipi di convegni su autori contemporanei».

IL SUCCESSO IN FRANCIA. Corti è stato conosciuto in Francia proprio grazie all’opera di Livi, oggi professore emerito di Lingua e Letteratura italiana alla Sorbona, che già nel 1984, cioè a un solo anno dall’uscita del capolavoro cortiano Il cavallo rosso, s’era accorto che quel romanzo «sem­bra avere tutte le carte in regola per reggere all’usura del tempo. L’ampiezza e la profondità dei temi trattati, l’impressionante realtà dei personaggi e delle situazioni dovreb­bero fa­re di questo libro un sicuro punto di riferimento nel­la nar­rativa del secondo Novecento».

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"Le meraviglie della fede sulla porta della Misericordia" di Margherita Del Castillo PDF Stampa E-mail

altLa porta della Misericordia della Cattedrale di Udine si è aperta lo scorso 13 dicembre per celebrare l’inizio dell’Anno Santo. É un portale prezioso, quello della Redenzione, così chiamato perché nella lunetta sono rappresentati temi fondanti la dottrina cristiana, seppur accostati in maniera inusuale. Sopra una mensola un’Adorazione dei Magi sta a significare l’Incarnazione; distribuite sulla superficie sono le scene della Crocifissione, della Resurrezione dal sepolcro e l’Agnus Dei, ovvero il Cristo Salvatore dell’umanità. 

I rilievi, incorniciati da una cuspide affiancata da pinnacoli, sono della prima metà del XIV secolo e sono opera di un anonimo scultore tedesco. Come lo sono quelli del portale che si apre sul lato nord dell’edificio, poco più tardo, dedicato all’Incoronazione della Vergine rappresentata al centro del timpano, sotto un grande padiglione sorretto da angeli. Nell’architrave si susseguono senza soluzione di continuità episodi della vita di Gesù Bambino.

Il Duomo ha origini più antiche. Il patriarca Bertoldo di Andechs lo fece erigere a metà del XIII secolo, intitolandolo a Sant’Odorico, al posto di una chiesa già esistente dedicata a San Girolamo. L’originale impianto cistercense della costruzione fu successivamente modificato, ampliato e impreziosito da campagne decorative. Fino a che, nel 1335, la Cattedrale venne nuovamente riconsacrata a Santa Maria Maggiore. 

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Perchè non si studia più la Storia? La memoria c'è solo quando esiste una storia da ricordare PDF Stampa E-mail
altLa memoria è la sorgente dell’identità di una persona e di un popolo, l’unica cosa che, a detta di Foscolo, non può essere strappata all’Italia (così ne I sepolcri del 1807). In effetti, ogni persona e ciascun popolo è responsabile della perdita della memoria. La memoria ha a che fare con una storia. Si ha memoria se si ha una storia da raccontare. Conoscere il passato è un atto morale, nel senso che la stessa ignoranza è colpevole, come afferma Traudl Junge che diviene segretaria di Hitler a ventidue anni nel 1942. Finita la guerra, scopre che una sua coetanea, Sophie Scholl, ha dato la vita per diffondere la verità dello sterminio, mentre lei è rimasta ignara di tutto. Allora scrive: «Il fatto che fossimo giovani non ci giustifica dal non aver saputo». Allora vorrei fare qualche riflessione perché la celebrazione della giornata della memoria non avvenga in maniera retorica e falsa.

Ritorniamo a studiare la nostra storia e a far memoria del passato non solo un  giorno all’anno. Auspico il ritorno al sistema scolastico in vigore fino a un po’ di anni fa per cui l’intera storia veniva affrontata nel ciclo della scuola primaria, poi nella scuola secondaria di primo grado e poi in quella di secondo grado, per tre volte, secondo livelli di comprensione differenti. La verità (oppure la ricerca della verità storica) si incontrava, e la si approfondiva nel tempo. I bambini si aprivano, così, alla categoria della storia che oggi hanno in gran parte perso. Arrivano a conoscere il Novecento solo a 13 anni. Chi insegna nelle scuole superiori sa quale disastro culturale abbia provocato questo cambiamento nello studio di questa disciplina. I ragazzi sembrano in gran parte non aver aperto la categoria temporale/storica, un secolo equivale ad un altro, sembra per molti esistere solo il presente, non sono capaci talvolta di collocare le guerre mondiali nel secolo giusto (sembra una battuta, ma è la tremenda realtà di studenti di 14 anni). Ebbene, una rapida verifica consente di attestare che questa riforma dello studio della Storia è stata negativa e nefasta anche per le altre discipline. La Storia è, infatti, l’impalcatura che permette la comprensione e lo studio dell’Arte, della Letteratura, della Filosofia, …

 

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IL PARADISO RITROVATO 19/ Einstein e il Big bang nella Divina Commedia PDF Stampa E-mail

altDante ha superato gli esami sulle tre virtù teologali dinanzi alle figure autorevoli degli apostoli san Pietro, san Giacomo e san Giovanni. Potrà ben presto accedere alla visione di Dio, anche se solo dopo la mediazione di san Bernardo che chiederà l’intercessione della Madonna nell’inno «Vergine madre, figlia del tuo figlio». Le sorprese non sono, però, finite, prima dell’ultimo spettacolare canto. Superati tutti i cieli, Dante è, infatti, arrivato al Primo mobile, poi lo ha varcato in un punto qualunque ed è passato nell’Empireo da cui può vedere gli angeli e la candida rosa. Il sommo poeta ci riserva una descrizione dell’universo sorprendente e sbalorditiva. 

Vede un punto così luminoso che gli occhi non sono in grado di sopportarne la luce. Attorno ad esso girano i nove cieli con una velocità inversamente proporzionale alla distanza dal punto. Beatrice spiega: «Da quel punto/ depende il cielo e tutta la natura./ Mira quel cerchio che più li è congiunto;/ e sappi che ‘l suo muovere è sì tosto/ per l’affocato amore ond’elli è punto». Siamo nel canto XXVIII. Forse potrebbe essere proprio questa descrizione, unita ad altri versi degli ultimi canti del Paradiso, la prova inconfutabile che Dante ha davvero visto qualcosa di straordinario, è davvero stato abbacinato da una visione. Autorevoli scienziati sostengono che questo e altri passaggi del testo dantesco possono, infatti, essere compresi solamente se si prendono in considerazione le acquisizioni scientifiche del ventesimo secolo relative all’espansione dell’universo, alla relatività e al big bang. Hanno sottolineato le somiglianze tra le attuali teorie sull’universo e la rappresentazione del cosmo dantesco che emergerebbe da una rilettura attenta del poema secondo le acquisizioni cosmologiche del ventesimo secolo.

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IL PARADISO RITROVATO 18/ L’ultimo esame per Dante: che cos’è la carità? PDF Stampa E-mail

altL’ultima prova cui sarà sottoposto Dante (è ormai scontato) riguarderà la terza virtù teologale, la carità che scaturisce dalla fede e dalla speranza. Incaricato di interrogare Dante al riguardo è san Giovanni evangelista, «colui che giacque sopra ‘l petto/ del nostro pellicano» e che «fue/ di su la croce al grande officio eletto». Nel Vangelo di san Giovanni si racconta che nell’ultima cena sul petto di Gesù era reclinato il discepolo che il Signore prediligeva. Ancora san Giovanni ricorda: «E avendo Gesù visto la madre e, con lei, il discepolo che prediligeva, dice a sua madre: Madre, ecco tuo figlio. Poi dice al discepolo: Ecco tua madre». Nei bestiari medioevali Gesù eucarestia è associato al pellicano che, secondo una leggenda, si cava il sangue dal petto per nutrire i figli. 

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A SEGRATE LA MOSTRA "MOSSI DA UNO SGUARDO" dal 23 al 30 gennaio 2016 PDF Stampa E-mail

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A SEGRATE

LA MOSTRA

"MOSSI DA UNO SGUARDO"

dal 23 al 30 gennaio 2016.

Domenica 24 gennaio alle ore 21

presso l'auditorium

Centro civico Giuseppe Verdi

in via XXV aprile a Segrate

ci sarà l'incontro

con l'architetto Josè Manuel Almuzara

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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"Il prete amico dell'uomo" di Enrico Cattaneo PDF Stampa E-mail

altIl notevole successo della fiction televisiva Don Matteo, interpretato da Terence Hill, oltre che all’intreccio di elementi drammatici e comici, è dovuto senza dubbio alla figura del protagonista, questo “prete detective”, che ha più fiuto di tutti e arriva sul posto giusto sempre prima dei carabinieri. Ma, ci chiediamo, è possibile fare un’indagine più approfondita di questa figura di prete? Io penso che ne valga la pena, perché essa può dire la sua parola nella attuale evoluzione della figura del sacerdote cattolico, che a volte stenta a trovare modelli di riferimento.

Anzitutto don Matteo si presenta come il misterioso personaggio biblico di Melchisedek «senza padre né madre»: non è circondato da genitori, fratelli, sorelle, nipoti. Non ha legami di sangue con nessuno nel paese, e già questo può essere caratterizzato come un tratto che richiama, anche se lontanamente, il Vangelo. Gesù non ha invitato i suoi apostoli a lasciare tutto, padre, madre, fratelli, sorelle, campi? Tuttavia don Matteo, a differenza del celebre Don Camillo, non vive solo, come un eremita, ma si è formato una sua famiglia del tutto particolare: egli, infatti, vive nella sua casa canonica con due persone diversamente abili, Natalina (che fa da operatrice domestica) e Pippo. In più accoglie in affido temporaneo dei ragazzi in difficoltà: prima Camilla e poi Tommaso e altri... 

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DESENZANO DEL GARDA. IL MATRIMONIO DI RENZO E LUCIA PDF Stampa E-mail

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Giovanni Fighera

a Desenzano del Garda

presenta

 

IL MATRIMONIO DI RENZO E LUCIA.

AMORE, PERDONO E MISERICORDIA.

 

Martedì 26 gennaio 2016 alle ore 20.45

presso il teatro Paolo VI,
vicolo oratorio 19 - Desenzano del Garda (BS).
 
Il Titolo: Il matrimonio di Renzo e Lucia. Amore, perdono e misericordia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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IL PARADISO RITROVATO 17-Di fronte a san Giacomo Dante sostiene il secondo esame sulla speranza PDF Stampa E-mail

altSuperata la prima prova, nel canto XXV Dante si appresta a rispondere alle domande che gli porrà san Giacomo. Siamo sempre nel Cielo delle stelle fisse ove Dante si trova allietato dalla compagnia della guida e maestra Beatrice che lo esorta a mirare «il barone» (san Giacomo) a causa del quale sulla Terra si va in pellegrinaggio in Galizia.

Figlio di Iacopo di Zebedeo, soprannominato il Maggiore, mentre il figlio di Alfeo era chiamato il Minore, morì martire nel 62 per disposizione di Erode Agrippa. Si racconta che il suo corpo fosse trasferito in Galizia ove fu costruito il santuario di san Giacomo o san Iacopo o Santiago di Compostella. Nel Medioevo divenne una delle mete preferite di pellegrinaggio. Nella Vita nova Dante racconta che erano detti palmieri quanti ritornavano dal pellegrinaggio a Gerusalemme, romei chi andava a Roma e pellegrini in senso stretto chi si recava a Santiago. I toscani contemporanei a Dante avevano una particolare predilezione per questo nome tanto che era il più diffuso nella regione: Dante stesso chiamò così il terzogenito.

L’apostolo, che più volte fu scelto da Gesù insieme al fratello Giovanni e a Simone detto Pietro (nella trasfigurazione sul Tabor, nella resurrezione della figlia di Giairo, nella preghiera dell’orto degli Ulivi), è il campione della speranza, mentre Pietro della fede e Giovanni della carità. Così almeno nell’esegesi medioevale.

Proprio per questo ora san Giacomo ha il compito di interrogare Dante sulla speranza. La prova è strutturata in tre parti. Il poeta dovrà rispondere quale sia la natura della speranza, se ne abbia e da dove gli provenga.

 

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«L'unità è possibile se si fonda sul Battesimo» di Massimo Introvigne PDF Stampa E-mail

altAll'udienza generale del 20 gennaio 2016, interrompendo il nuovo ciclo appena iniziato sulla misericordia, papa Francesco ha proposto una riflessione sulla Settimana di Preghiera per l'unità dei cristiani, in corso dal 18 gennaio e che si concluderà il 25 gennaio. Il Papa ha ricordato che il Consiglio ecumenico delle Chiese di Ginevra e il Pontificio Consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani, insieme, hanno scelto quest'anno un gruppo ecumenico della Lettonia per preparare le letture degli incontri di preghiera. E i lettoni hanno scelto di mettere al centro di questi incontri la Prima Lettera di San Pietro.

Francesco ha evocato la bella cattedrale luterana di Riga, la capitale della Lettonia. Al suo centro ha detto, «vi è un fonte battesimale che risale al XII secolo, al tempo in cui la Lettonia fu evangelizzata da san Mainardo. Quel fonte è segno eloquente di una origine di fede riconosciuta da tutti i cristiani della Lettonia, cattolici, luterani e ortodossi. Tale origine è il nostro comune Battesimo». Il Papa ha citato il decreto sull'ecumenismo «Unitatis redintegratio» del Concilio Vaticano II, dove si legge che «il Battesimo costituisce il vincolo sacramentale dell’unità che vige tra tutti quelli che per mezzo di esso sono stati rigenerati». Questo messaggio, ha detto, richiama proprio la Prima Lettera di Pietro, «rivolta alla prima generazione di cristiani per renderli consapevoli del dono ricevuto col Battesimo e delle esigenze che esso comporta». 

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IL PARADISO RITROVATO 16-San Pietro fa l'esame della fede a Dante PDF Stampa E-mail

altLa fatica non è a nessuno in alcun modo risparmiata. Così, se nell’Inferno Dante ha rischiato di morire dinanzi alle mura della città di Dite, ora in Paradiso corre il pericolo di non vedere Dio. È stato investito della missione di raccontare tutto quanto ha visto dal trisavolo Cacciaguida e gli è stato profetizzato l’esilio (canto XVII), ha visto i santi che gli sono venuti incontro nei diversi cieli. Tutto questo, però, non è ancora sufficiente. Per poter vedere Dio Dante dovrà sostenere una prova, un vero e proprio esame di baccelliere, che nel Medioevo si affrontava proprio a trentacinque anni (l’età che ha Dante nella finzione letteraria della Commedia, ambientata nel 1300) per conseguire la facoltà di insegnare ovunque. Il superamento dell’esame sarà per il poeta un’ulteriore comprova del valore del cammino compiuto e dell’insegnamento appreso. 

L’esame è complesso. Consta di tre parti ognuna delle quali è costituita da una quaestio. Di prassi, solo alla fine dell’argomentazione del discepolo, il maestro interveniva per integrarne eventualmente il discorso. Tanto più brevi erano gli interventi finali quanto più valida era da considerarsi la prova sostenuta dal baccelliere. Il primo maestro che interroga Dante è san Pietro. Il tema è la fede. Non a caso è proprio l'apostolo a proporre quest’argomento, colui che ha camminato sulle acque sprofondando poi per il dubbio, che ha promesso a Gesù che non l’avrebbe mai rinnegato, ma che l’ha, in seguito, tradito per tre volte e per altrettante ha attestato di amarlo. Il Maestro gli affiderà, così, la sua Chiesa. San Pietro che non è, certo, un esempio di perfezione, testimonia, però, un indefesso amore e un’instancabile ripresa, dopo il peccato e le difficoltà, che lo porteranno al martirio in croce. Le sue lacrime sono il segno di quell’amore che lo ha condotto a seguire Gesù per capire chi fosse. Ricordiamoci che quando Gesù chiese ai suoi discepoli chi pensassero che Lui fosse, solo Pietro arrivò a dire: «Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente». San Pietro nella sua sequela iniziata per lo stupore di fronte a quell’uomo è giunto fino a riconoscere la straordinarietà di Gesù, la sua divinità. 

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IL PARADISO RITROVATO 15/Ritorno alle origini del monachesimo occidentale PDF Stampa E-mail

altNel suo percorso in Paradiso Dante ha già incontrato grandi santi, come san Francesco e san Domenico. Nel cerchio settimo di Saturno, ove si trovano le anime contemplative, il poeta può parlare con un altro gigante dell’Occidente, nominato patrono dell’Europa nel 1964 da papa Paolo VI, uno dei santi che hanno maggiormente contribuito alla realizzazione di un’unità culturale in un momento in cui l’Impero romano d’Occidente era crollato e le orde barbariche invadevano le province latinizzate: san Benedetto da Norcia, vissuto all’incirca tra il 490 e il 560.

Disgustato dai costumi corrotti dei romani incontrati negli anni di studio, Benedetto si ritira in una spelonca presso Subiaco per condurre una vita eremitica. Nel tempo molti rimangono affascinati dalla sua figura e dal suo modo di vivere. Il numero dei discepoli cresce. Benedetto fonda un’abbazia nei pressi di Montecassino e redige una regola che più tardi, sotto l’Impero carolingio, sarebbe stata estesa a quasi tutti i monasteri dell’Europa. Leggiamo nella Regola: «L’abate non deve insegnare o stabilire o comandare nulla che sia fuori della legge del Signore, ma il suo comando e il suo insegnamento siano infusi nella mente dei discepoli come lievito di giustizia. […] Odi i vizi, ami i fratelli, ma anche nel correggere proceda con prudenza e senza eccessi, per evitare che, volendo raschiare troppo la ruggine, finisca spezzato il vaso. […] Il primo gradino dell’umiltà è l’obbedienza senza indugio». La vita dei monaci è improntata alla preghiera, al lavoro, alla lettura.

Come abbiamo notato in precedenza, la collocazione di questo santo è particolare: ci troviamo nel canto ventiduesimo, che conclude il secondo terzo della cantica. Ci stiamo avvicinando in un cammino temporale retrogrado (dai santi contemporanei a Dante a quelli coevi a Cristo) all’incontro dapprima con gli apostoli e poi con Cristo e la Madonna fino alla visione finale del Dio uno e trino.

 

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