La ragione del cuore il blog di Giovanni Fighera
"La Madonna dell'Arco, crocevia tra fede e miracoli" di Margherita del Castillo PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per Santuario della Madonna dellarco comune di SantAnastasiaUno dei centri di devozione mariana più importanti di tutta la Campania è il Santuario della Madonna dell’Arco, situato nel comune di Sant’Anastasia in provincia di Napoli, la cui storia ebbe inizio da eventi prodigiosi accaduti molto tempo fa. Nel XV secolo, in questo stesso luogo, sorgeva una semplice edicola votiva raffigurante la Madonna col Suo Bambino che, situata accanto all’acquedotto romano, era nota a tutti come la Madonna dell’Arco.

Il lunedì di Pasqua del 1450 un giovane, preso dall’ira per avere perso al gioco, bestemmiando, colpì l’immagine sacra che cominciò a sanguinare dalla guancia sinistra. L’uomo fu giustiziato e impiccato ad un albero di tiglio li vicino, che il giorno dopo rinsecchì.

Circa un secolo più tardi, lo stesso giorno, la Madonna dell’Arco fu al centro di un altro episodio miracoloso. Protagonista, in questo caso, fu una donna che accompagnava il marito che recava un ex voto essendo stato guarito, per intercessione della Vergine, da una malattia agli occhi. Indispettitasi la donna per un incidente verificatosi lungo il percorso, bestemmiando calpestò l’ex voto del marito. L’anno seguente fu colpita da un grave morbo che le comportò il distacco dei piedi, tuttora visibili in una gabbietta di ferro, all’interno del santuario.

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AL CUORE DI LEOPARDI 13. La domanda: unico atteggiamento davvero ragionevole PDF Stampa E-mail

altDopo un’esamina particolareggiata della situazione esistenziale umana, così come ce la presenta Leopardi,  potremmo essere presi da scoramento e chiederci allora che cosa si debba fare, che senso abbia tanto faticare, se non convenga porsi alla stregua del gregge leopardiano. Abbiamo visto che è lo stesso Leopardi ad affermare che non è umano concepire un atteggiamento di rinuncia, di resa contraddicendo la natura più vera dell’animo umano. L’unica posizione davvero dignitosa è quella di chi non smette di cercare, parte per il viaggio dell’esistenza, in maniera indefessa veleggia per il mare della vita con lo sguardo circospetto e attento a cogliere gli indizi.

Nella storia del pensiero il grande genio ha sempre colto questa necessità di rimanere spalancati di fronte al Mistero con un atteggiamento di ricerca del vero e del bello. Ad esempio, nel Fedone, Platone  fa affermare a Simmia a colloquio con Socrate, condannato a morte: «Non setacciare le teorie su questi temi (l’aldilà, il Destino dell’uomo) parola per parola, e arrendersi prima che uno, solo dopo una ricognizione completa, non abbia più nulla da dire, sarebbe da uomo proprio senza spina dorsale. In tali frangenti bisogna percorrere fino in fondo una di queste strade: o farsi dar lezione sull’argomento; o risolvere da soli il problema; o se è impossibile far questo, afferrarsi alla teoria umana più affidabile, meno vulnerabile alle critiche, e salitici sopra, come su una scialuppa, arrischiarsi, guadare la vita, se non si può fare la traversata in modo meno pericoloso, più tranquillo, su un’imbarcazione più robusta, quale sarebbe una rivelazione divina». Nel Medioevo  questo atteggiamento umano è documentato dal tema della queste, ovvero della ricerca, del viaggio orientato verso una meta, del pellegrinaggio presente in tanta produzione romanzesca e cavalleresca. Si pensi, a titolo di esempio, alla queste du Saint Graal, la ricerca del Santo Graal, che compie Perceval. La mendicanza è l’unico atteggiamento ragionevole dell’uomo che è conscio del proprio cuore (cioè della domanda di felicità che lo caratterizza) e della propria incapacità a darsi una risposta soddisfacente, a raggiungere la meta. Mendicanza è chiedere, domandare, ricercare con una passione inesausta per la meta e per il compimento del proprio destino.

 
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"Il Papa a Fatima "rilegge" la Madonna" di Lorenzo Bertocchi PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per papa a fatima 2017«Grande ingiustizia si commette contro Dio e la sua grazia, quando si afferma in primo luogo che i peccati sono puniti dal suo giudizio, senza anteporre – come manifesta il Vangelo - che sono perdonati dalla sua misericordia!». Forte il richiamo di Papa Francesco sulla spianata del Santuario di Fatima alla Cova da Iria, con una parola sul primato della misericordia che è risuonata davanti alla folla convenuta per la recita del Rosario in occasione del centenario delle apparizioni mariane che più hanno segnato la storia recente della Chiesa. 

Un viaggio breve quello di Papa Francesco a Fatima, è arrivato ieri pomeriggio alle 16,30 ora portoghese, e tornerà a Roma oggi, atterrando a Ciampino verso le 19 ora italiana. Un viaggio importante, a ricordo di quel 13 maggio 1917 in cui tre pastorelli, Lucia dos Santos e i suoi due cugini Francesco e Giacinta Marto, mentre pascolavano le pecore presso il terreno della Cova da Iria videro la Santa Vergine Maria. Fino al 13 ottobre di quello stesso anno, per sei volte, la Madonna apparve ai tre bambini, consegnando loro un messaggio per tutta l’umanità: l’urgenza di un ritorno a Dio degli uomini e delle nazioni, la preghiera e la penitenza.

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IL SECONDO OTTOCENTO DA CAPIRE 8 - Senza Cristo resta solo un pianto antico PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per carducci e il figlio DanteDelle raccolte carducciane (Juvenilia, Levia gravia, Giambi ed epodi, Rime nuove, Odi barbare, Rime e ritmi) quella che rivela maggiormente l’aspetto intimo e privato del poeta è indubbiamente Rime nuove. Vi campeggiano gli affetti, i dolori per la scomparsa delle persone care e i toni nostalgici nei confronti del luogo natio.

Il 9 novembre 1870 muore a soli tre anni il figlioletto Dante, colto da febbri forti. Il giorno successivo, Giosuè si rivolge al fratello Valfredo per raccontargli la tragedia: «Il mio povero bambino mi è morto; morto di un versamento al cervello. Gli presero alcune febbri violente, con assopimento». Per otto giorni il sonno e l’assopimento si alternano a orrende grida, lamenti, convulsioni e paralisi. Nel giugno del 1871 Carducci dedica al figlio la strofa anacreontica «Pianto antico».

L’occasione spinta dei versi è l’osservazione di un albero che il poeta vede nel suo giardino, un melograno che in primavera ha ripreso a fiorire. La primavera, celebrata nell’inno a Venere del De rerum natura di Lucrezio, ben noto al poeta, può ridar vita a tutta la natura. La madre natura, nel suo ciclo perenne che dal sonno invernale riporta alla rinascita primaverile, se può far rinascere e splendere per alcuni mesi la vita in terra, non è, però, capace di risuscitare i morti.

Il poeta non trova consolazione e può solo abbandonarsi ad un threnos (in greco «pianto») che accomuna la sua sofferenza a quella di tutti gli uomini che da sempre vedono morire i propri cari. Per questo il pianto di Carducci è «antico», ovvero universale. Innanzi alla morte, e ancor di più di fronte alla scomparsa di un figlio, lacerante e inconsolabile, solo la speranza di rivedere il volto dell’amato nell’aldilà potrebbe dar conforto.

Occorrerebbe la speranza cristiana, che non è un augurio, un’illusione o una chimera, ma è una certezza sul futuro fondata sull’assaporamento già nel presente di un centuplo e sulla credibilità dei testimoni incontrati, come scrive Dante nel Paradiso «Spene [...] è uno attender certo/ de la gloria futura, il qual produce/ grazia divina e precedente merto» cioè «la speranza è confidente aspettativa della gloria futura, prodotta dalla grazia divina e dai meriti accumulati».

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L'AVVENTURA DEL VIAGGIO 2. Che cosa sappiamo davvero di Dante? PDF Stampa E-mail

altIl destino ha voluto che Dante morisse subito dopo aver terminato la Divina Commedia, ma cosa è noto della sua vita? Del Fiorentino non sappiamo molto di certo e le poche menzioni che fa di sè nella Commedia sono i punti fermi per ricostruirne la biografia.

 

La Vita nova si conclude con una profezia di Dante: «Apresso questo sonetto apparve a me una mirabile visione, nella quale io vidi cose che mi fecero proporre di non dire più di questa benedetta infino a tanto che io potesse più degnamente trattare di lei. E di venire acciò io studio quanto posso, sì com’ella sae, veracemente. Sì che, se piacere sarà di Colui a cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per alquanti anni, io spero di dire di lei quello che mai non fue detto d’alcuna» (capitolo XLII). L’ipotetica data di conclusione dell’opera è il 1294. Dante si ripromette di studiare ed esercitarsi fino a quando non sarà capace di scrivere quanto nessuno ha scritto di una donna. Dante conclude la Vita nova così: «E poi piaccia a colui che è sire de la cortesia, che la mia anima se ne possa gire a vedere la gloria de la sua donna, cioè di quella benedetta Beatrice, la quale gloriosamente mira ne la faccia di colui qui est per omnia secula benedictus».

 

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AL CUORE DI LEOPARDI 12. Come spiegare il pessimismo storico e cosmico a scuola? PDF Stampa E-mail
altL'uomo primitivo, a contatto con la natura, è buono ed è la civiltà a corromperlo. Questo pensava Jean Jacques Rousseau e così credeva anche Giacomo Leopardi, nella sua prima fase di "pessimismo storico". Poi maturò e la rinnegò.
 
 
 

La tentazione di attribuire la causa dell’infelicità umana alle condizioni contingenti e storiche in cui si è costretti a vivere, al progresso, all’incivilimento è una delle tentazioni maggiori per l’uomo. Attraversa, infatti, tutta la storia del pensiero  e della cultura da tempi immemori. Un tempo l’uomo, vivendo a contatto con la natura, non corrotto e non inquinato dagli elementi artificiosi del progresso e della civiltà, sapeva vivere; oggi non più. Una simile analisi, che individua chiaramente le cause del problema, fornisce indubbiamente una soluzione categorica e indefettibile, quella di rimuovere le ragioni che ci hanno allontanato dallo stato incorrotto e primigenio originario ritornando ad un rapporto diretto e spontaneo con la natura, sorgente della nostra realizzazione, «madre benevola»,  quasi idolatrata e, quindi, Natura. Secondo tale linea di pensiero l’uomo allo stato di natura è buono. Si noti bene «buono»: non si pone tanto la questione della felicità, ma della bontà. Si rimanda ad una autosufficienza dell’uomo, ad una autonomia di un essere che basta a se stesso: se siamo buoni per natura, che bisogno c’è di qualcuno che ci redima, che ci salvi, che redima il nostro male? L’uomo egocentrico, autonomo, sostituisce il proprio cuore con il proprio progetto, con la propria ideologia, con il proprio pensiero di essere buono ed evade così la domanda di felicità. Alla situazione reale viene sostituito uno schema del pensiero, un’ideologia. Non occorre più essere felice.

 

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L'AVVENTURA DEL VIAGGIO 1 - Istruzioni per l'uso PDF Stampa E-mail

altDue sono gli  obiettivi della vita umana, scrive Dante nel De monarchia, la felicità in questa vita e la beatitudine nell’altra vita. Dante ha scritto la Commedia proprio per accompagnare l’uomo di ogni tempo su questa strada. Inizia oggi l’avventura del viaggio attraverso le tre cantiche.

 

Incipit Comedìa Dantis Alagherii, Florentini natione, non moribus. Questo è, in realtà, il titolo di una delle opere più grandi celebrate nella storia della letteratura, di quella che Charles Moeller considera  l’opera più bella che ci sia in Terra, superata soltanto dalla bellezza del volto dei santi. «Comedìa» (o «commedia» nel linguaggio odierno) allude al genere letterario del capolavoro, caratterizzato sia dall’inizio difficile e dalla conclusione felice che dalla commistione di linguaggi e di toni eterogenei. Questo almeno spiega Dante nella Epistola che invia a Cangrande della Scala. L’aggettivo «divina» viene aggiunto più tardi da un’altra Corona fiorentina, quel Giovanni Boccaccio che intende così distinguere la sua commedia «umana», il Decameron, da quella ben più alta e celestiale dantesca, che oltre a rappresentare il Cielo dalla Terra riesce a descrivere la terra sub specie aeternitatis, cioè dal punto di vista dell’eterno.

Nella stessa lettera indirizzata a Cangrande della Scala, insieme al Paradiso, Dante indica il fine per cui ha scritto l’opera: quello di rimuovere i viventi, cioè noi finché siamo in vita, dalla condizione di miseria, di peccato, di tristezza, e accompagnarli alla felicità e alla beatitudine. La Divina Commedia è stata scritta perché tutti noi potessimo intraprendere il viaggio verso la felicità e la salvezza eterna. Dante ha pensato a sé e a coloro che avrebbero chiamato il suo tempo antico, cioè i posteri. Inoltre, il poeta mette subito in collegamento la questione della bellezza con la felicità e addirittura con la salvezza eterna. Per questo conviene ancora oggi affrontare l’avventura del viaggio con Dante.

Vogliamo offrire solo un’avvertenza per la lettura. Non bastano l’apparato critico, le note, la parafrasi. Dante ci ha avvisato nel Convivio che un’opera di carattere sacro deve essere letta su quattro livelli: il letterale, l’allegorico, il morale e l’anagogico. Troppo spesso ci si limita nelle scuole a capire la lettera del testo dantesco e l’allegoria (il significato nascosto), senza la preoccupazione di intendere quello che Dante scrive per la nostra felicità (significato morale) e per la nostra salvezza (livello anagogico). Per ritornare a leggere la Commedia occorre un io che sia risvegliato e assetato di domanda di vita e di significato, che sia desideroso di «divenire del mondo esperto/ e de li vizi umani e del valore», che riscopra che la natura umana non è fatta come quella delle bestie, ma «per seguir virtute e canoscenza».

 

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GRANDI CAPOLAVORI CRISTIANI 4- Calvino, quando nella vita accade l'imprevisto PDF Stampa E-mail

altPotrà sorprendere molti il fatto che affronteremo oggi un’opera di Calvino tra i grandi  capolavori cristiani. Nessuno considera Calvino come autore cristiano, lui che è stato intellettuale engagé, iscritto al Partito comunista. Questo dimostra, però, che la grande letteratura rifugge da schemi e facili classificazioni e rivela sempre lo spirito di un autore aperto e spalancato sulla realtà. Questo dimostra altresì che, purtroppo, il canone letterario del Novecento ha spesso selezionato autori e opere secondo un certo tipo di interpretazione ideologica, tralasciando altri testi che fuoriescono dagli schemi.

Italo Calvino (1923-1985) è senz’altro uno degli scrittori italiani del Novecento più letti nelle scuole e più venduti nelle librerie. Però, nel ciclo della primaria di lui si propongono spesso le novelle (chi non ricorda la raccolta Marcovaldo) mentre alle superiori si sottopongono all’attenzione dei ragazzi la trilogia degli antenati (Il cavaliere inesistente, Il visconte dimezzato o Il barone rampante) e i romanzi dedicati alla Seconda guerra mondiale e alla lotta partigiana (Il sentiero dei nidi di ragno e Ultimo viene il corvo). Non accade mai, o assai di rado, che di lui si proponga la lettura de La giornata di uno scrutatore.

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I PROMESSI SPOSI 8. Lucia, quando l'affetto sostiene la persona PDF Stampa E-mail

alt«La vita dell'uomo consiste nell'affetto che principalmente lo sostiene e nel quale trova la sua più grande soddisfazione» afferma san Tommaso d'Aquino. E, ancora, sant’Agostino scrive: «Siamo quello che amiamo». La vita è un rapporto, una relazione. Ne I promessi sposi esempio emblematico dell’importanza dell’affettività è la figura di Lucia, ragazza pudica e discreta, ben conscia delle tre figure che sono per lei determinanti nella vita. I volti fondamentali sono la madre Agnese, il fidanzato Renzo e il confessore fra Cristoforo. Altrettanto concreti sono per lei la Madonna e Gesù. Nei momenti di difficoltà, ad esempio quando sarà prima rapita dal Nibbio e dagli altri bravi e, poi, incarcerata nel castello dell’Innominato, invocherà il nome di Maria, chiederà il suo conforto e il suo intervento, finanche facendo voto di non sposarsi più e di consacrarsi solo a Lei se fosse liberata dalle mani di quei violenti. L’atteggiamento morale consiste proprio in questa memoria delle persone care e determinanti nella propria vita.

Ne I promessi sposi Lucia appare per la prima volta alla fine del secondo capitolo, quando Renzo si reca da lei per comunicarle la dilazione del matrimonio. È la mattina stessa delle nozze. Lucia è descritta tutta «attillata dalle mani della madre […] con quella modestia un po’ guerriera delle contadine». Porta «neri e giovanili capelli, spartiti sopra la fronte, con una bianca e sottile dirizzatura» che si ravvolgono «dietro il capo, in cerchi moltiplici di trecce, trapassate da lunghi spilli d'argento, che si dividevano all'intorno, quasi a guisa de' raggi d'un'aureola, come ancora usano le contadine nel Milanese». «Intorno al collo» ha «un vezzo di granati alternati con bottoni d'oro a filigrana». Indossa poi «un bel busto di broccato a fiori, con le maniche separate e allacciate da bei nastri: una corta gonnella di filaticcio di seta, a pieghe fitte e minute, due calze vermiglie, due pianelle, di seta anch'esse, a ricami». Si mescolano nella sua figura la grazia acquisita in questi preparativi nuziali e «una modesta bellezza, rilevata allora e accresciuta dalle varie affezioni che le si dipingevan sul viso: una gioia temperata da un turbamento leggiero, quel placido accoramento che si mostra di quand'in quando sul volto delle spose, e, senza scompor la bellezza, le dà un carattere particolare».

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AL CUORE DI LEOPARDI 11 - La quiete dopo la tempesta non è vera gioia PDF Stampa E-mail

altIl problema umano è, quindi, riconducibile a questa situazione: il cuore anela ad una felicità infinita, i beni e i piaceri di cui noi possiamo godere sono finiti e limitati, per quanto grandi, l’uomo non riesce a creare un bene infinito che lo soddisfi, l’unica possibilità è che un bene infinito si renda, Lui, presente, si manifesti, si faccia incontrare. Sarebbe  un’epifania.

L’uomo, però, non riesce a  sostenere da solo e a lungo il senso di sproporzione, di vertigine che prova  di fronte al Mistero, all’Infinito, quel rapporto di fronte all’assoluto che fa riconoscere la propria piccolezza e desiderare che il Mistero si riveli, che si traduce in  domanda, in preghiera. Solo davanti ad una presenza e a un grande amore, infatti, l’uomo abbandona i propri progetti e abbraccia quello che ha incontrato. Altrimenti, quando domina il senso dell’assenza, prevale una desolazione sconsolata o magari una gaia disperazione che ricorre a rimedi illusori per la felicità. Leopardi sottolinea in tutta la sua produzione le risposte illusorie che gli uomini o la natura forniscono alla domanda di felicità: l’ideologia, il divertissement, la moltitudine dei piaceri, l’immaginazione, la memoria, l’attesa, il piacere «figlio d’affanno» (di cui parleremo in questo articolo) e il ritorno allo stato di natura (di cui ci occuperemo la prossima volta).

È esperienza comune quella di assaporare una sensazione di particolare piacevolezza una volta che sono finite le angustie di una malattia, di un periodo faticoso dal punto di vista lavorativo o particolarmente drammatico per casi che ci sono occorsi. Trascorsi mesi di studio per un esame, una volta superato, siamo invasi da una sensazione  di piacere che non deriva solo dall’aver compiuto un passo verso la realizzazione del nostro obiettivo, ma dall’aver superato momenti in cui magari si è faticato e si son sostenuti sacrifici. Dopo una malattia, dopo giorni o settimane a letto senza aver la possibilità di muoversi o compiere altre attività, si gode dell’avvenuta guarigione e della ripresa delle normali attività che magari prima si deprezzavano perché si era ormai adusi ad esse. I casi e le circostanze che ci possono occorrere sono tanti.

 

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Che cosa è accaduto nella letteratura e nelle librerie negli ultimi vent'anni? PDF Stampa E-mail
altIl libro è oggi non più segno di cultura, ma oggetto di consumo; quasi, si potrebbe dire, di consumo di massa. Si è verificato quanto Leopardi profetizzava due secoli fa.

 

Il libro è oggi non più segno di cultura, ma oggetto di consumo, direi di consumo di massa. Si è verificato quanto Leopardi profetizzava nello Zibaldone due secoli fa quando affermava che nel futuro ci sarebbe stata una letteratura colta per pochi e un’altra produzione di consumo per tutti, che non si può considerare arte. Il Recanatese scriveva questo nei primi decenni dell’Ottocento.

Nel 1857 Uncle Tom’s Cabin di Harriet Beecher vendeva 300.000 copie in un solo anno e avrebbe raggiunto alcune milioni di copie nei decenni successivi risultando forse il libro più venduto nell’Ottocento.A fine secolo fu coniata la parola best seller quando la rivista Bookman cominciò a pubblicare gli elenchi dei libri più venduti. In I bestseller italiani 1861-1946 Michele Giocondi riesuma personaggi come Paolo Mantegazza, Gerolamo Rovetta, Salvatore Farina, Luciano Zuccoli, Umberto Notari, Mario Mariani, Virgilio Brocchi e Guido Milanesi meno famosi di Carlo Collodi, Emilio Salgari, Gabriele D'Annunzio, Edmondo De Amicis, Antonio Fogazzaro, eppure capaci di vendere centinaia di migliaia di copie a  libro.

 

 
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GRANDI CAPOLAVORI CRISTIANI 3- Che bella è la vita quando è cura e dedizione agli altri PDF Stampa E-mail

altQuando ritorna dalla Terrasanta, Anna Vercors trova la situazione molto cambiata. Infatti, la moglie Elisabetta è morta e così pure la figlia Violaine. Non per questo viene meno la sua salda fede.  Riflette sulla sua esperienza: «Ho voluto abbracciare il Sepolcro vuoto, e metter mano nella buca della Croce. Ma la mia piccola Violaine è stata più saggia. Forse che fine della vita è vivere? Forse che i figli di Dio resteranno con fermi piedi su questa miserabile terra? Non vivere, ma morire, e non digrossar la croce ma salirvi, e dare in letizia ciò che abbiamo. Qui sta la gioia, la libertà, la grazia, la giovinezza eterna... Che vale il mondo rispetto alla vita? E che vale la vita se non per esser data? E perché tormentarsi quando è così semplice obbedire?». 

Si rivolge allora alla figlia morta: «Non t’ho perduta, Violaine! Bella sei, piccola mia! Bella la fidanzata il giorno delle nozze quando al padre si mostra nella magnifica veste, con deliziosa confusione. Vai innanzi, Violaine, bambina mia; io ti seguirò. Ma volgi ogni tanto il tuo viso, perché io veda i tuoi occhi. Violaine! Elisabetta! presto sarò ancora con voi!». Il padre guarda la vita e la realtà dalla prospettiva dell’eterno e arriva a benedire la morte nella quale «tutte le domande del Pater si compiono». Anna Vercors obbedisce al Mistero che lo chiama e risponde «sì» come Maria ha risposto affermativamente all’Angelo: questa capacità di positività scaturisce dalla gratitudine per il Mistero buono. Non è un caso che nell’opera compaiono più volte le preghiere rivolte alla Vergine Maria che la tradizione cristiana ci ha insegnato. 

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"La Genesi sbuca "per caso" dal pavimento" di Margherita Del Castillo PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per “Abbiamo giudicato opportuno attribuire a Nostra Signora di Ceri, Patrona della Diocesi di Porto-Santa Rufina, il titolo di Madre della Misericordia, come Colei che ne è stata prima testimone ed annunciatrice proclamando anche a nome della Chiesa: «Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il Suo nome: di generazione in generazione la Sua misericordia si stende su quelli che Lo temono»”. (mons. Buoncristiani, 7 aprile 1999)

Ceri è una frazione del comune di Cerveteri, un piccolo e antichissimo borgo arroccato su un altopiano tufaceo. Nostra Signora di Ceri Madre di Misericordia è una venerata icona mariana, da sempre cuore della chiesa locale intitolata all’Immacolata Concezione e divenuta santuario nel 1986, qualche anno prima che la Madre di Misericordia fosse proclamata patrona della diocesi. Si tratta di una tavola lignea dipinta a tempera, databile verso la fine del Quattrocento, posta nella seconda cappella della navata di sinistra, ancora oggi oggetto di profonda devozione. 

La costruzione della chiesa risale al secolo XI: a quell’epoca si decise di dedicarla a San Felice II, papa vissuto intorno alla metà del 300 che, secondo la tradizione, morì martire in questi luoghi. L’impianto medievale dell’edificio fu modificato proprio per accogliere le reliquie del Santo Pontefice per custodire le quali si eresse un’edicola con colonne ioniche, addossata tra due campate. Trasformazioni strutturali e ampliamenti proseguirono lungo i secoli, fino al rifacimento in stile barocco della facciata, preceduta da una doppia rampa di scale, all’inizio del 1700. Ciò che resta di originale, databile al Millecento, è il bellissimo pavimento cosmatesco a motivi geometrici e gli affreschi nella navata centrale, rinvenuti casualmente e riportati alla luce durante interventi di restauro condotti nel secolo scorso. 

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VIDEO DI "PURGATORIO: RITORNO ALL'EDEN PERDUTO". CANTO XVI PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per marco lombardo purgatorio

VIDEO DI

"IL PURGATORIO: RITORNO ALL'EDEN PERDUTO" DI GIOVANNI FIGHERA.

CANTO XVI

LA BALZA DEGLI IRACONDI: MARCO LOMBARDO

IL CANTO CENTRALE DELL'INTERA COMMEDIA

 

CLICCA IL LINK PER VEDERE IL VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=fijp1Qrz8YI&index=5&list=PL7I5Z8xAJpYsWftUEqjyqI687bjJMbA9u

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"I Normanni e il ritorno di Cristo in Sicilia" di Margherita Del Castillo PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per abbazia di santo spirito caltanissettaUna fortificazione araba sorgeva, almeno dal 900 d.C., sul luogo in cui i Normanni eressero l’abbazia di Santo Spirito, la chiesa più antica di Caltanissetta. Probabilmente quest’ultima era stata già preceduta da un luogo di culto bizantino, ma il passato militare dell’edificio è ancora riscontrabile in alcuni dettagli architettonici, quali le possenti mura, le feritoie da cui si scagliavano le frecce e la torre quadrangolare. 

Il conte Ruggero e sua moglie Adelasia furono i patrocinatori della nuova costruzione di cui, però, s’ignora la data esatta di fondazione mentre è certo che la sua consacrazione avvenne nel 1153, come riportato dall’iscrizione sul pilastro sinistro dell’abside maggiore. Nel 1178 il complesso fu affidato ai Canonici Regolari Agostiniani, cui successero i padri cappuccini qui chiamati nel corso del XVIII secolo.  

La struttura dell’edificio è molto semplice: un parallelepipedo di pietra nuda, sormontato da un tetto a capanna, che si conclude in tre absidi di forma semi cilindrica. Gli corrisponde, all’interno, un ambiente a navata unica cui si accede tramite un portale sormontato da una lunetta affrescata con l’immagine di Cristo benedicente. Un altro Salvator Mundi campeggia nella calotta dell’abside centrale: Egli tiene nella mano sinistra un libro aperto su cui si legge, da un lato l’iscrizione “Ego sum lux mundi” e, dall’altro, “Qui sequitur me non ambulat in tenebris". 

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