Ne la Banalità del male di Hannah Arendt, Eichmann non appare al processo come una bestia di fronte al giudice: è un uomo che semplicemente acconsente al sistema, annichilendo la propria coscienza, senza esprimere più un giudizio che parta dalla coscienza, totalmente addomesticato al sistema.

Nel 1961 Hannah Arendt, storica e filosofa ebraica, seguì le centoventi sedute del processo Eichmann a Gerusalemme come corrispondente del settimanale NewYorker. Scrisse il racconto tra l’estate e l’autunno del 1962, pubblicandolo prima sulle colonne del giornale nel 1963 e, poi, nello stesso anno come libro.

Chi era Adolf Eichmann? Eichmann non era mai andato oltre il grado di tenente-colonnello, ma, per l’ufficio ricoperto, aveva svolto una funzione importante su scala europea nella politica del regime nazista: aveva coordinato l’organizzazione dei trasferimenti degli Ebrei verso i vari campi di concentramento e di sterminio. Era stato solo il normalissimo, ma indispensabile organizzatore della Shoah.

Catturato dai servizi segreti israeliani l’11 maggio 1960 in Argentina, paese in cui si era rifugiato dal 1945 e aveva ottenuto rifugio politico, trasportato in modo clandestino in Israele, Eichmann venne processato e dovette rispondere di quindici imputazioni, tra cui crimini contro il popolo ebraico, crimini contro l’umanità e crimini di guerra sotto il regime nazista, in particolare durante la Seconda Guerra Mondiale. Eichmann si dichiarò «non colpevole nel senso dell’atto d’accusa». Nessuno, né i giudici, né la difesa, né l’accusa, gli chiesero in che senso si ritenesse colpevole. Eichmann sostenne che con «la liquidazione degli Ebrei» non aveva mai avuto a che fare, poiché non aveva mai ucciso un ebreo. Poteva essere accusato di «aver aiutato e favorito lo sterminio degli Ebrei». Sostenne di essere sempre stato un cittadino ligio alla legge, perché gli ordini di Hitler all’epoca del regime possedevano forza di legge, come affermò il giurista tedesco Theodor Maunz nel 1942: «Il comando del Führer […] è il centro assoluto dell’attuale ordinamento giuridico». Per questo Eichmann affermò al processo: «Chi dunque gli veniva a dire che avrebbe dovuto comportarsi diversamente, ignorava o aveva dimenticato come stessero le cose a quell’epoca».

Durante il processo Eichmann si mostrò convinto «di non essere nel fondo dell’anima un individuo sordido e indegno». Non si sarebbe sentito con la coscienza a posto se non avesse obbedito agli ordini «con grande zelo e cronometrica precisione». Gli psichiatri trovarono Eichmann del tutto normale, mentre il cappellano confermò che Eichmann aveva «idee quanto mai positive». Oltre a tutto Eichmann non odiava gli Ebrei, al contrario aveva da sempre ragioni private «per non odiarli».

Ci fu un momento di svolta per Eichmann durante la Seconda Guerra Mondiale ovvero ci fu un fatto che rassicurò totalmente l’imputato sulle azioni che stava compiendo? Nel gennaio del 1942 Eichmann partecipò alla conferenza di Wannsee e poté vedere con i propri occhi e sentire con le proprie orecchie che «non soltanto Hitler, non soltanto Heydrich o la “sfinge” di Muller, non soltanto le SS o il partito, ma i più qualificati esponenti dei buoni servizi segreti si disputarono l’onore di dirigere questa “crudele” operazione». Affermò allora Eichmann: «In quel momento mi sentii una specie di Ponzio Pilato, mi sentii liberato da ogni colpa».

«Quando io parlo della banalità del male» scrive la Arendt «lo faccio su un piano quanto mai concreto. Eichmann non era né uno Iago né un Macbeth, e nulla sarebbe stato più lontano dalla sua mentalità che “fare il cattivo”- come Riccardo III – per fredda determinazione. Eccezione fatta per la sua eccezionale diligenza nel pensare alla sua carriera, egli non aveva motivi per essere crudele, e anche quella diligenza non era, in sé, criminosa; è certo che non avrebbe mai ucciso un suo superiore per ereditarne il posto. Per dirla in parole povere, egli non capì mai che cosa stava facendo. […] Non era uno stupido; era semplicemente senza idee (una cosa molto diversa dalla stupidità), e tale mancanza d’idee ne faceva un individuo predisposto a divenire uno dei più grandi criminali di quel periodo».

Conclude la Arendt che la «lontananza dalla realtà» e la «mancanza d’idee possono essere molto più pericolose di tutti gli istinti malvagi che forse sono innati nell’uomo. Questa fu la lezione di Gerusalemme».

Che cos’è questa mancanza di idee di cui parla la Arendt? Un uomo può non soccombere al male quando tiene desta la voce della coscienza, che gli permette di giudicare, di esprimere un’opinione, di accondiscendere o di dissentire a quanto gli viene imposto. La coscienza è il sacrario di Dio, il luogo in cui Dio fa sentire la sua voce, perché l’uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio, il luogo dove c’è il riverbero del vero, quello che Dante chiama «lume a bene e a male» (Purgatorio XVI). Manzoni ha descritto ne I promessi sposi la massa inferocita costituita da uomini che hanno annichilito la voce personale della coscienza e come bestie uccidono il proprio simile. Si leggano i mirabili episodi dell’assalto al forno delle grucce o alla casa del vicario di provvigione. Allo stesso modo Verga ha rappresentato contadini che si trasformano in assassini, descritti con similitudini ferine durante i fatti di Bronte del 1860 nella novella «Libertà».

Eichmann non appare al processo come una bestia di fronte al giudice, alla giuria e alla giornalista Arendt: è un uomo che semplicemente acconsente al sistema, al comando, al potere, annichilendo la propria coscienza, senza esprimere più un giudizio che parta dalla coscienza, totalmente addomesticato al sistema. (La nuova bussola quotidiana del 4-3-2018)

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