Sottoposto in guerra all’esperienza di una lancinante sofferenza, Ungaretti scorge la sua stessa fragilità e il suo stesso ardore di vita e di amore nel nemico, suo fratello. Scrive al riguardo il poeta: «Nella mia poesia non c’è traccia di odio per il nemico, né per nessuno; c’è la presa di coscienza della condizione umana, della fraternità degli uomini nella sofferenza, dell’estrema precarietà della loro condizione. C’è volontà di espressione, necessità d’espressione, c’è esaltazione, nel Porto sepolto, quell’esaltazione quasi selvaggia dello slancio vitale, dell’appetito di vivere, che è moltiplicato dalla prossimità e dalla quasi quotidiana frequentazione della morte. Il porto sepolto […] non è certamente un libro che esalta l’eroismo. È un libro di compassione del poeta verso di sé, verso i compagni suoi, verso la sorte umana; è un grido, un’offerta, un’invocazione di fraternità».

Leggiamo «Fratelli», scritta a Mariano il 15 luglio 1916: 

Di che reggimento siete
fratelli?
Parola tremante
nella notte
Foglia appena nata
Nell’aria spasimante
involontaria rivolta
dell’uomo presente alla sua
fragilità
Fratelli

Qual è la circostanza per cui Ungaretti compone la poesia? È reale o fittizia? Così potremmo interpretare i versi. Il poeta immagina di incontrare, di notte, nell’oscurità, un gruppo di soldati. Non sa di quale reggimento siano, non sa neppure se siano amici o nemici. Il buio gli ha tolto la possibilità di vedere, ha creato un muro alla sua vista, ma, nel contempo, ha fatto cadere ogni ostacolo allo sguardo del suo cuore creando un ponte con l’altro. Così, Ungaretti scopre la sostanziale fratellanza di tutti gli esseri umani, al di là di ogni distinzione di popolo o di schieramento militare.

La parola «fratelli» è pronunciata all’inizio in modo ancora quasi inconsapevole, con trepidazione, per la paura di trovarsi davanti ad un nemico. Questa incipiente consapevolezza è rappresentata dall’immagine della «foglia appena nata», simbolo di fragilità e caducità già presente nella poesia Soldati. L’esclamazione della parola è un gesto spontaneo, una reazione all’orrore della guerra e alla disumanità dell’assassinio di altri uomini.

Potremmo anche pensare ad un’interpretazione differente del contesto: sotto i colpi dell’artiglieria nemica soldati di reggimenti diversi, ma appartenenti allo stesso esercito, avvertendo la propria fragilità, si riconoscono nell’unica parola che li accomuna, quel termine «fratelli», che non a caso chiude la prima strofa e, ad un tempo, l’intero componimento.

La guerra porta una distruzione che coinvolge non solo i paesi e le abitazioni, ma anche il cuore di tutti quanti partecipano al conflitto. Nascono così i versi di «San Martino del Carso», scritti a Valloncello dell’Albero Isolato il 27 agosto 1916:

Di queste case
non è rimasto
che qualche brandello di muro
Di tanti
che mi corrispondevano
non m’è rimasto
neppure tanto
Ma nel mio cuore
nessuna croce manca
È il mio cuore
il paese più straziato

Il poeta aveva pubblicato una prima redazione più lunga del componimento nell’edizione de Il porto sepolto, poi asciugata e resa ancor più essenziale nella versione riprodotta qui che compare per la prima volta nell’Allegria del 1931.

L’occasione spinta della poesia è la vista di un paese desolato, distrutto dalla guerra e ridotto a «qualche brandello di muro». Il confronto tra il paesaggio e i compagni di Ungaretti è impari, perché di loro non è rimasto nulla: sono tutti morti sotto le armi. Nel cuore del poeta si conserva, però, la memoria di tutti i soldati scomparsi, da lui conosciuti in guerra, con cui si è creato in quei mesi in trincea un rapporto profondo di solidarietà, di condivisione, di compagnia (proprio nel senso etimologico del termine, cioè «rapporto che si crea tra chi mangia insieme il pane»).

Notiamo che il poeta ripete in pochi versi alcune espressioni per lui essenziali, che rappresentano il nucleo di quanto ci vuole comunicare: il verbo «non è rimasto», che testimonia la triste desolazione della distruzione, e il vocabolo «cuore», luogo che conserva ancora intatto il ricordo dei cari.

La guerra porta ad uccidere l’altro uomo. Se da un lato Ungaretti si ribella a questa violenza che distrugge i paesi e che ha trasformato il suo cuore in un cimitero, «il paese più straziato», dall’altro attraverso la memoria vuole conservare nel cuore i nomi di tutti quanti ha conosciuto nella tragica avventura della guerra. Con la forza della poesia lo scrittore desidera, così, protrarre il ricordo delle persone scomparse. La poesia ha una funzione eternatrice, perché rende immortali le persone o le gesta cantate nei versi.

Scrive al riguardo Giacomo Leopardi (1798-1837), forse il più grande genio poetico contemporaneo, nello Zibaldone: «Hanno questo di proprio le opere di genio, che quando anche rappresentino al vivo la nullità delle cose, quando anche dimostrino evidentemente e facciano sentire l’inevitabile infelicità della vita, quando anche esprimano le più terribili disperazioni, tuttavia ad un’anima grande che si trovi anche in uno stato di estremo abbattimento, disinganno, nullità, noia e scoraggimento della vita, o nelle più acerbe e mortifere disgrazie (sia che appartengano alle alte e forti passioni, sia a qualunque altra cosa); servono sempre di consolazione, raccendono l’entusiasmo». (La nuova bussola quotidiana del 3-12-2017)

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