Una delle poesie più note dell’Allegria viene scritta il giorno seguente alla festa dell’Assunzione, probabilmente dopo che il poeta ha avuto una pausa dalla guerra in occasione della festività. S’intitola I fiumi. Ungaretti racconta l’esperienza vissuta in un paesaggio che risente della guerra, «mutilato» come i soldati che partecipano al conflitto. In un momento di tranquillità s’immerge nell’Isonzo come per un bagno lustrale. L’immersione ha una funzione purificatoria e quasi battesimale.

Il fiume da sempre è metafora della vita: l’esistenza, come un corso d’acqua, ha un suo principio e una sua conclusione. La storia di Ungaretti può essere sintetizzata fino a quel momento in quattro fiumi, che rappresentano quattro differenti tappe della vita. Lo stesso fatto che non ci sia un solo ed unico fiume a rappresentare il poeta documenta il carattere esule e peregrino di Ungaretti, poeta che sta cercando di riappropriarsi della propria identità esistenziale e culturale attraverso la memoria delle radici autobiografiche. Scriverà al riguardo Ungaretti: «Questa è la poesia dove so finalmente e in un modo preciso che sono un lucchese, e che sono anche un uomo sorto ai limiti del deserto e dentro il Nilo. E so anche che se non ci fosse stata Parigi, non avrei avuto Parola; e so anche che se non ci fosse stato l’Isonzo, non avrei avuto parola originale».

L’immagine circense torna più volte nei versi. Dapprima la dolina, ovvero la depressione carsica, appare nel languore tipico del circo «prima o dopo la spettacolo». A quale spettacolo alluderà il poeta? Evidentemente a quello della guerra: in un momento di sospensione dagli scontri si vive un contesto surreale, di silenzio e di solitudine, quando gli spettatori e gli interpreti dello rappresentazione sono usciti momentaneamente di scena e vi devono rientrare. Più tardi compare l’immagine del poeta che si sente come «un acrobata sull’acqua». Il circo appare allora come metafora più generale del grande spettacolo della vita.

Il secondo aspetto che da subito emerge è quello della religiosità, che riporta alla sacralità della vita. L’aggettivo «sacro» in latino significa intoccabile. Ungaretti scopre che la vita, così fragile e transeunte, è come un filo d’erba che facilmente si può strappare. Allora il fiume in cui il poeta si distende appare come «un’urna d’acqua» e Ungaretti si percepisce come «una reliquia», da custodire, da conservare, qualcosa che è rimasto ancora illeso per il momento e che in tutti i modi deve essere conservato a imperitura memoria. Nei versi seguenti troveremo un Ungaretti che s’inchina come un beduino a ricevere il sole, dopo aver deposto i suoi panni «sudici di guerra»: lo sporco dei vestiti ha un’evidenza fisica, ma anche una valenza morale e simbolica. Ecco allora la prima parte della poesia.

I fiumi
Cotici il 16 agosto 1916

Mi tengo a quest’albero mutilato
Abbandonato in questa dolina
Che ha il languore
Di un circo
Prima o dopo lo spettacolo
E guardo
Il passaggio quieto
Delle nuvole sulla luna

Stamani mi sono disteso
In un’urna d’acqua
E come una reliquia
Ho riposato

L’Isonzo scorrendo
Mi levigava
Come un suo sasso
Ho tirato su
Le mie quattro ossa
E me ne sono andato
Come un acrobata
Sull’acqua

Mi sono accoccolato
Vicino ai miei panni
Sudici di guerra
E come un beduino
Mi sono chinato a ricevere
Il sole

Il poeta si distende nel fiume Isonzo, il fiume del Carso, quello in cui ha conosciuto la guerra e la fragilità dell’essere umano, e nel quale, al contempo, può percepire di nuovo l’esperienza di «una rara felicità». Disteso nell’acqua Ungaretti può ripensare alla sua vita, raccontata attraverso i fiumi. Ogni età ha un corso d’acqua, immagine simbolica del fluire del tempo. Il Serchio a Lucca rappresenta gli antenati che per secoli hanno attinto acqua. I genitori di Ungaretti erano lucchesi. Il poeta nasce, però, ad Alessandria d’Egitto e lì, alla vista del Nilo, trascorre i primi ventiquattro anni di vita, inconsapevoli, non ancora intrisi della maturità (consapevolezza che la morte ci strappa quanto di più caro abbiamo) e non ancora sporcati dalla mondanità e dalla vita frenetica della metropoli parigina. La Senna, fiume di Parigi, caratterizza la maturità in cui Ungaretti conosce la capitale culturale e mondana del mondo, gran teatro della Belle Époque, in cui incontra i grandi letterati e artisti. Qui, però, conosce anche la perdita di una persona cara: l’amico Moammed Sceab, partito con lui dall’Egitto, si suicida poco tempo dopo essere giunto a Parigi. Ecco allora i fiumi di Ungaretti, contati nell’Isonzo:

Questo è l’Isonzo
E qui meglio
Mi sono riconosciuto
Una docile fibra
Dell’universo

Il mio supplizio
È quando
Non mi credo
In armonia

Ma quelle occulte
Mani
Che m’intridono
Mi regalano
La rara
Felicità

Ho ripassato
Le epoche
Della mia vita

Questi sono
I miei fiumi

Questo è il Serchio
Al quale hanno attinto
Duemil’anni forse
Di gente mia campagnola
E mio padre e mia madre.

Questo è il Nilo
Che mi ha visto
Nascere e crescere
E ardere d’inconsapevolezza
Nelle distese pianure

Questa è la Senna
E in quel suo torbido
Mi sono rimescolato
E mi sono conosciuto

Questi sono i miei fiumi
Contati nell’Isonzo

La conclusione della poesia si distende in toni nostalgici e lirici in cui il poeta non smette mai di pensare alla bellezza della vita, non cessa mai di sperare, nonostante il senso di precarietà che lo avvolge. La vita è come «una corolla di tenebre»: ha la consistenza di un fiore, destinato a cadere; di lui ha anche la bellezza; nel contempo, l’oscurità tende a prevalere nelle fasi del conflitto quando lo scoramento rischia di prevalere. Leggiamo gli ultimi versi:

Questa è la mia nostalgia
Che in ognuno
Mi traspare
Ora ch’è notte
Che la mia vita mi pare
Una corolla
Di tenebre

Qualche decennio più tardi Ungaretti aggiungerà un altro fiume alla teoria dei fiumi già contati nell’Isonzo. Scriverà la poesia Mio fiume anche tu. L’orrore della Seconda Guerra Mondiale è ora vissuto a Roma, in compagnia del Tevere. La consapevolezza del poeta, maturata alla luce della conversione avvenuta nel 1928, lo porta a riconoscere che la guerra è responsabilità delle scelte umane e che l’unica salvezza risiede nella passione di Cristo che redime il peccato. Nella parte finale del componimento leggiamo:

Vedo ora nella notte triste, imparo,
So che l’inferno s’apre sulla terra
Su misura di quanto
L’uomo si sottrae, folle,
Alla purezza della Tua passione.

(pubblicato su La Nuova bussola quotidiana del 17/12/2017)

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