“Se questo è un uomo” è una grande testimonianza di Primo Levi sull’esperienza vissuta nel lager di Auschwitz tra il 1944 e il 1945. Il libro nasce dall’esigenza impellente di raccontare, così improcrastinabile che Levi percepì il bisogno di scrivere fin da quando fu imprigionato. «Era talmente forte in noi il bisogno di raccontare», scrive l’autore nella postfazione al documento autobiografico, «che il libro avevo incominciato a scriverlo là, in quel laboratorio tedesco pieno di gelo, di guerra e di sguardi indiscreti, benché sapessi che non avrei potuto in alcun modo conservare quegli appunti scarabocchiati alla meglio, che avrei dovuto buttarli via subito, perché se mi fossero stati trovati addosso mi sarebbero costati la vita».

Nato a Torino nel 1919 e laureatosi in chimica nel 1941, Levi partecipò nel 1943 alla lotta partigiana. Catturato, venne deportato ad Auschwitz. Così raccontò la fine del suo viaggio di trasferimento: «La portiera fu aperta con fragore, il buio echeggiò di ordini stranieri, e di quei barbarici latrati dei tedeschi quando comandano, che sembrano dar vento ad una rabbia vecchia di secoli. […] Qualcuno tradusse: bisognava scendere coi bagagli e depositare questi lungo il treno. In un momento la banchina fu brulicante di ombre […]. Una decina di SS stavano in disparte, l’aria indifferente, piantati a gambe larghe. A un certo momento penetrarono fra di noi e con voce sommessa, con visi di pietra, presero a interrogarci rapidamente, uno per uno, in cattivo italiano. “Quanti anni hai? Sano o malato?” e in base alla risposta ci indicavano due diverse direzioni».

La divisione in due demarcava chi veniva subito portato alla morte e chi sarebbe sopravvissuto, non si sa ancora per quanto tempo. Il trattamento riservato a chi era momentaneamente risparmiato era disumano e bestiale. Levi non accettava, però, di essere trattato come una bestia e in tutti i modi cercava di conservare ciò che l’uomo ha di suo peculiare: «Se mi avanzano dieci minuti tra la sveglia e il lavoro, voglio dedicarli ad altro, a chiudermi in me stesso, a tirare le somme, o magari a guardare il cielo e a pensare che lo vedo forse per l’ultima volta; o anche solo a lasciarmi vivere, a concedermi il lusso di un minuscolo ozio».

Levi si ribellava: «Il lager è una grande macchina per ridurci a bestie, noi bestie non dobbiamo diventare […]. Siamo schiavi, privi di ogni diritto, esposti ad ogni offesa, ma […] una facoltà ci è rimasta, e dobbiamo difenderla con ogni vigore perché è l’ultima: la facoltà di negare il nostro assenso». Quotidianamente avveniva la selezione, quando suonava la campana durante la giornata: «Questa campana suona sempre all’alba, e allora è la sveglia, ma quando suona a metà giornata vuol dire “Blocksperre”, clausura in baracca, e questo avviene quando c’è selezione, perché nessuno vi si sottragga […]. La SS, nella frazione di secondo fra due passaggi successivi, con uno sguardo di faccia e di schiena giudica della sorte di ognuno, e consegna a sua volta la scheda all’uomo alla sua destra o all’uomo alla sua sinistra, e questo è la vita o la morte di ciascuno di noi».

Perché sopravvisse il chimico e scrittore Levi? «Il fatto che io sia sopravvissuto e sia ritornato indenne» fu sua ferma convinzione «è dovuto principalmente alla fortuna. Solo in piccola misura hanno giocato fattori preesistenti, quali il mio allenamento alla vita di montagna, ed il mio mestiere di chimico, che mi ha concesso qualche privilegio negli ultimi mesi di prigionia. Forse mi ha aiutato anche il mio interesse, mai venuto meno, per l’animo umano, e la volontà non soltanto di sopravvivere […], ma di sopravvivere allo scopo preciso di raccontare le cose a cui avevamo assistito […]. E forse ha giocato infine anche la volontà, che ho tenacemente conservata, di riconoscere sempre, anche nei giorni più scuri, degli uomini e non delle cose».

Nella famosa poesia che apre il libro Levi provoca noi lettori che viviamo «sicuri nelle […] tiepide case», che troviamo «tornando a sera/ il cibo caldo e visi amici» a ricordare la condizione bestiale a cui milioni di persone sono state ridotte e a considerare «se questo è un uomo/ che lavora nel fango/ che non conosce pace/ che lotta per mezzo pane/ che muore per un sì o per un no», «se questa è una donna,/ senza capelli e senza nome/ senza più forza di ricordare/ vuoti gli occhi e freddi il grembo». Togliere all’uomo la memoria è l’atto più bestiale che si possa compiere, significa sradicarlo e, così, annichilirlo.

Che valore immenso hanno queste parole anche per l’uomo di oggi che sembra naufragare in mezzo al sistema, schiacciato dal potere totalitario, come ben ha evidenziato Pasolini negli “Scritti Corsari”: «L’adesione ai modelli imposti dal Centro è totale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la «tolleranza» dell’ideologia edonistica, voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana […]. Il Centro […] ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza».

Ma l’uomo conserva in qualsiasi situazione, nella crisi morale e di valori odierna come anche nel lager o nella prigione, il dono più grande che è la libertà. Per questo, anche nei campi di sterminio, gli uomini devono continuare a lavarsi il volto, a lustrare le scarpe, a camminare diritti «per restare vivi, per non cominciare a morire». L’altro che incontro, che sia del mio paese o straniero, è un uomo, una persona, con un valore sconfinato, da rispettare fino in fondo. Questo dato deriva dalla tradizione occidentale e cristiana, di cui Levi è debitore, anche se lo scrittore di origine ebraica, dopo l’esperienza del lager, si allontana in maniera decisa dalla fede tanto che in un’intervista afferma che se ci sono stati i lager Dio non può esistere.

Per Levi la testimonianza memoriale divenne un titanico tentativo di salvare quanto era accaduto, la memoria degli uomini, la brutalità di un male che non poteva essere redento, ma solo guardato nella sua atrocità. Ecco come Levi descrisse la sua necessità di trattenere e conservare la memoria dei fatti: «Il bisogno di raccontare agli altri, di fare gli altri partecipi, aveva assunto fra noi, prima della liberazione e dopo, il carattere di un impulso immediato e violento, tanto da rivaleggiare con gli altri bisogni elementari: il libro è stato scritto per soddisfare a questo bisogno; in primo luogo a scopo di liberazione interiore. Di qui il suo carattere frammentario: i capitoli sono stati scritti non in successione logica, ma per ordine di urgenza […]. Mi pare superfluo aggiungere che nessuno dei fatti è inventato».

Anche nelle altre opere Levi avrebbe continuato a rappresentare «la stessa lotta dell’uomo contro il grande nemico, la morte» sia che scriva del detenuto nel lager che «del chimico alle prese con problemi di vernici» o del «meccanico impegnato in un’ardua situazione di lavoro» (Elio Gioanola).

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