Nato a Modica nel ragusano nel 1901, due anni dopo Carlo Betocchi (che appartiene alla generazione dei ragazzi del ’99), Salvatore Quasimodo non partecipa alla Grande guerra. Rappresenta un poeta atipico. Se il suo percorso scolastico è di natura tecnica, la sua formazione umanistica da autodidatta è tale che il poeta consegue una cultura classica di ampio respiro ed è in grado di tradurre i lirici greci con grande perizia e sensibilità linguistica e ancor giovane, nel 1929, entra negli ambienti letterari fiorentini. La sua traduzione Lirici greci (1940) ottiene, poi, un notevole successo che gli permette di essere nominato professore di Letteratura italiana al conservatorio di Milano (1941). Ai primi riconoscimenti segue il conseguimento del premio Nobel nel 1959. Colpito da un ictus, Quasimodo muore nel 1968.

La sua prima fase poetica può essere ascritta all’Ermetismo, movimento letterario che si sviluppa negli anni Trenta a Firenze, incline ad una deliberata oscurità, all’uso frequente dell’analogia, all’espressione criptica e non sempre chiara che tradisce un rifiuto e una fuga dalla contingenza storica percepita come negativa (siamo negli anni del regime fascista in Italia).

Segue, poi, una seconda fase della produzione poetica, più impegnata, legata alle vicende della guerra. In tal senso spicca la raccolta Giorno dopo giorno (1947), composta da venti poesie. Quasimodo non rinuncia alla sua «sapienza stilistica: anzi, pur non riuscendo a trattenere l’ansia emotiva» che lo sconvolge, “uomo fra gli uomini, la usa, quella stessa sapienza, dosandola con rinnovata abilità» (Gilberto Finzi). Persiste, com’è inevitabile, un fondo di eloquenza nei versi, fortemente animato, però, dal grido universale di tutti coloro che sono coinvolti nel conflitto.

In maniera significativa, è la poesia «Alle fronde dei salici» che apre la raccolta. Se di fronte alla morte Ungaretti grida il desiderio di vita e di amore (in «Veglia» scrive «versi pieni di amore», perché non è mai stato così «attaccato alla vita»), Quasimodo decide di non cantare più. Il poeta si richiama al salmo 137 della Bibbia in cui si descrive la situazione di schiavitù degli Ebrei in terra straniera:

E come potevano noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

Le immagini sono forti, plastiche, quasi da film neorealista. Quella madre che corre verso il figlio crocefisso richiama alla nostra memoria l’Anna Magnani di «Roma città aperta» (1945). L’agnello e il telegrafo (trasformato in croce) da un lato ci testimoniano una morte innocente come quella di Cristo, dall’altra documentano il male che scaturisce dal cuore dell’uomo, nonostante tutte le conquiste tecnologiche. Sembra mancare la speranza per riprendere a vivere.

Segue nella raccolta il componimento «Lettera», dominato dal «silenzio fermo nelle strade», dal «vento indolente che ora scivola/ basso tra le foglie morte», dall’ansia di dire una parola prima che si chiuda il giorno, dall’«inerzia/ il nostro male più vile». Anche in questi versi prevale la disperazione, perché non si vedono più pietà ed amore, ma trionfano il «gioco del sangue» e la morte che è «in fiore». Emblema da sempre della vita, il fiore rappresenta in maniera emblematica anche la precarietà dell’esistenza e la transitorietà della bellezza, che svanisce anche solo perché un bimbo incauto lo strappa.

Segue nella raccolta il componimento «19 gennaio 1944». Come spesso in Quasimodo, il titolo richiama la forma del diario, anche se è bene ricordare che il poeta non scrive mai in medias res, durante gli accadimenti, come, invece, accade per Ungaretti. Si vede la distanza tra l’impressione diretta, rappresentata in forma scabra, lapidaria, non retorica da parte di Ungaretti, e la scrittura post rem che, pur se icastica ed essenziale, è rielaborata nel tempo attraverso il filtro letterario e culturale da parte di Quasimodo. Anche i cani in modo malinconico «urlano dagli orti/ ai colpi di moschetto delle ronde/ per le vie deserte. Qualcuno vive. Forse qualcuno vive». Che cosa cerca il poeta lì, in mezzo alle macerie, alla morte, alla desolazione? Quasimodo desidera vedere «un segno che superi la vita», un luogo «dove anche […] l’erba maligna solleva il suo fiore».

In tanti componimenti si stagliano le immagini dell’inverno, stagione fortemente simbolica, come in «Neve». Ne «La notte d’inverno» scrive Quasimodo: «O compagno/ hai perduto il tuo cuore: la pianura/ non ha più senso per noi». Le immagini sono forti: «Non svegliare il fanciullo che ti dorme accanto/ coi piedi nudi chiusi in una buca». Anche la memoria diventa una ferita aperta: «Nessuno ci ricordi della madre, nessuno/ ci racconti un sogno della casa».

In «Giorno dopo giorno», poesia da cui è mutuato il titolo dell’intera raccolta, non si può più tornare nei Campi Elisi in cui si viveva prima, nell’illusione della pace e della tranquillità: «Alzeremo tombe in riva al mare, sui campi dilaniati». La reazione inerte e pessimistica del poeta compare anche in «Milano agosto 1943»:

Invano cerchi tra la polvere,
povera mano, la città è morta.
È morta: s’è udito l’ultimo rombo
sul cuore del Naviglio. E l’usignolo
è caduto dall’antenna, alta sul convento,
dove cantava prima del tramonto.
Non scavate pozzi nei cortili:
i vivi non hanno più sete.
Non toccate i morti, così rossi, così gonfi:
lasciateli nella terra delle loro case:
la città è morta, è morta.

Anche in questi versi ritornano la fine del canto (in questo caso dell’usignolo che è stato ucciso) e le immagini dalla forte religiosità (il convento). Ancora una volta sembra essere spento ogni desiderio per i vivi.

Nella raccolta Giorno dopo giorno potente e lucido è il giudizio su una contemporaneità che ha fatto del connubio tra scienza e tecnica l’idolo incontestabile, che ha creduto di poter conservare i valori portati dalla novità del cristianesimo e, nel contempo, eliminare Cristo ed è, così, ritornata all’epoca primitiva, al livello dell’uomo delle caverne, anche se può usufruire di ogni tecnologia. In maniera icastica lo afferma Quasimodo in «Uomo del mio tempo»:

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte
–  t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo.

Qui, i richiami sono ancora, come spesso accade nel poeta, all’Antico Testamento, in particolar modo alla Genesi e all’episodio di Caino ed Abele:

Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.

«L’epica della guerra» trascina «le forme ermetiche verso la chiarezza del grido, dell’esclamazione e del rifiuto della violenza […] mentre le rovine dell’Italia e dell’Europa ancora fumano» (Gilberto Finzi).

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