Nella genesi del romanzo La giornata di uno scrutatore di Italo Calvino appaiono chiari gli spunti autobiografici dell’opera, così come è encomiabile la libertà con cui l’autore si confronta con la realtà in cui si imbatte, scevro di pregiudizi ideologici o, sarebbe più corretto dire, liberandosi gradualmente di essi. La stessa libertà è richiesta al lettore che si accinga alla scoperta che ha fatto lo scrittore. Rare volte come in quest’opera l’avventura della lettura si traduce nella scoperta dell’incommensurabilità del reale e dell’umano.

Nel romanzo lo scrittore si cela sotto le vesti del protagonista Amerigo Ormea, intellettuale, pessimista e un poco cinico che si sente adulto, come chi sa e conosce già e non ha, quindi, tempo per lasciarsi sorprendere: «Nella politica come in tutto il resto della vita, per chi non è un balordo, contano quei due principi lì: non farsi mai troppe illusioni e non smettere di credere che ogni cosa che fai potrà servire».  Iscritto al Partito comunista, considerato «elemento preparato e di buon senso», ora viene fatto scrutatore proprio in un seggio di un grande istituto religioso, il Cottolengo, chiamato anche la piccola casa della Divina Misericordia, un enorme ospizio, una città nella città, fondata tra il 1832 e il 1842 da un prete per accogliere i minorati e i deformi, quelle creature nascoste «che non si permette a nessuno di vedere».

Amerigo si reca al Cottolengo quasi investito di un compito «nella parte di un ultimo anonimo erede del razionalismo settecentesco», quello di verificare le truffe, scoprire i brogli e le prevaricazioni che avvengono in quell’istituzione a vantaggio del Partito democristiano. Ebbene, al seggio Amerigo si sorprende nel vedere insieme i credenti dell’ordine divino e i compagni suoi «ben coscienti dell’inganno borghese di tutta la baracca». In quel seggio elettorale lo scrutatore vede sfilare un’Italia nascosta, il segreto di tante famiglie. Quei corpi deformi sono «il rischio d’uno sbaglio che la materia di cui è fatta la specie umana corre ogni volta che si riproduce».

Così, di fronte a quei poveretti, Amerigo si sorprende antidemocratico. La sua certezza di essere cresciuto con valori incrollabili comincia a vacillare: come può il suo voto di uomo intelligente e cosciente valere come quello di persone lontane dal mondo, dalla democrazia, dal sistema? Il credo illuministico ha posto l’uomo come protagonista unico ed esclusivo della storia, chiamato a sostituire Dio, quel Dio che è fatto soltanto per gli indifesi, per i deboli, per i poveri, per chi non può che appellarsi a Lui. Nel Cottolengo è, invece, evidente come l’idea di perfezione dell’uomo sia ben lungi dal possedere un benché minimo attestato di attendibilità, perché la carne di Adamo appare «misera e infetta».

Amerigo intuisce che lì, pur sempre, Dio può salvare con la grazia quella carne limitata e la storia sembra essere restituita nelle mani di Dio. Per caso il comunismo ha restituito la vista ai ciechi o fatto camminare gli zoppi? Lì, in qualche modo, ciò avviene! Queste domande, queste intuizioni non scansano del tutto l’uomo vecchio, ossia l’Amerigo che ha studiato, l’uomo di partito, l’intellettuale cinico. Eppure l’inizio di qualche cosa di sorprendentemente nuovo si fa strada nel suo animo.

Ad un certo punto accade qualcosa. Osservando le carte d’identità delle monache Amerigo si rende conto di una diversità del loro sguardo. «Le monache […] posavano di fronte all’obiettivo, come se il volto non appartenesse più a loro, e a quel modo riuscivano perfette […]. La fotografia registrava quest’immediatezza e pace interiore e beatitudine. È segno che una beatitudine esiste? […] E, se esiste, allora va perseguita? Va perseguita a scapito d’altre cose, d’altri valori,  per essere come loro, le monache?».

Ancora più sorprendente è il fatto che gli idioti completi nelle loro carte di identità appaiono felici. Amerigo inizia a prendere coscienza che in lui  Un uomo deformato del Cottolengo, orgoglioso delle proprie capacità e consapevole del proprio debito di gratitudine, attesta con gioia: «Io so fare tutti i lavori da me […]. Sono le suore che mi hanno insegnato. Qui al Cottolengo facciamo tutti i lavori da noi. Le officine e tutto. Siamo come una città. Io ho sempre vissuto dentro il Cottolengo. Non ci manca niente. Le suore non ci fanno mancare niente. Grazie alle suore sono riuscito a imparare. Io senza le suore che mi aiutavano sarei niente. Ora io posso fare tutto. Non si può dire niente contro le suore. Come le suore non c’è nessuno».

Allora Amerigo si chiede se questa città che ha moltiplicato le mani dell’uomo sia la città dell’uomo intero o se l’uomo in realtà valga quando non consideri mai abbastanza raggiunta la sua interezza. L’uomo vale nella consapevolezza della sua dipendenza e nella tensione del suo sguardo verso l’Ideale. Il Cottolengo diventa la prova e insieme la smentita dell’inutilità del fare, la conferma della vanità del tutto e insieme dell’importanza di ogni azione compiuta da ognuno, una potente testimonianza contro l’ambizione delle forze umane. In quel luogo, ad Amerigo appare chiaro come ogni forma dell’agire umano si modelli sulla preghiera, ogni opera che si compia abbia «solo il significato di variante dell’unica attitudine possibile: la preghiera, ossia il farsi parte di Dio, ossia […] l’accettare la pochezza umana, il rimettere la propria negatività nel conto di una totalità in cui tutte le perdite si annullano».

Di fronte alla realtà del Cottolengo Amerigo non pensa più al motivo per cui si trova lì (verificare la correttezza delle votazioni), ora gli interessa il confine dell’umano, si interroga quando un essere umano possa dirsi ancora tale. Di questo parleremo la prossima puntata. (Nuova Bussola quotidiana del 19-6-2016)

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