Quando ritorna dalla Terrasanta, Anna Vercors trova la situazione molto cambiata. Infatti, la moglie Elisabetta è morta e così pure la figlia Violaine. Non per questo viene meno la sua salda fede.  Riflette sulla sua esperienza: «Ho voluto abbracciare il Sepolcro vuoto, e metter mano nella buca della Croce. Ma la mia piccola Violaine è stata più saggia. Forse che fine della vita è vivere? Forse che i figli di Dio resteranno con fermi piedi su questa miserabile terra? Non vivere, ma morire, e non digrossar la croce ma salirvi, e dare in letizia ciò che abbiamo. Qui sta la gioia, la libertà, la grazia, la giovinezza eterna… Che vale il mondo rispetto alla vita? E che vale la vita se non per esser data? E perché tormentarsi quando è così semplice obbedire?».

Si rivolge allora alla figlia morta: «Non t’ho perduta, Violaine! Bella sei, piccola mia! Bella la fidanzata il giorno delle nozze quando al padre si mostra nella magnifica veste, con deliziosa confusione. Vai innanzi, Violaine, bambina mia; io ti seguirò. Ma volgi ogni tanto il tuo viso, perché io veda i tuoi occhi. Violaine! Elisabetta! presto sarò ancora con voi!». Il padre guarda la vita e la realtà dalla prospettiva dell’eterno e arriva a benedire la morte nella quale «tutte le domande del Pater si compiono». Anna Vercors obbedisce al Mistero che lo chiama e risponde «sì» come Maria ha risposto affermativamente all’Angelo: questa capacità di positività scaturisce dalla gratitudine per il Mistero buono. Non è un caso che nell’opera compaiono più volte le preghiere rivolte alla Vergine Maria che la tradizione cristiana ci ha insegnato.

Un esempio emblematico è la presenza del “Salve Regina” in apertura del secondo atto, come inno che s’innalza al Cielo dal convento di Montevergine. La moglie Elisabetta, invece, non si percepisce dipendente dal Mistero. Quando non si dipende da Dio, si finisce per dipendere dagli altri uomini: così Elisabetta appare totalmente subordinata al progetto della figlia Mara che vuole sposare Giacomo.  Siamo così giunti alla scena conclusiva del dramma. Conscio del suo peccato, Pietro di Craon rivolge tutto il suo cuore non al proprio limite, ma al Signore che «fa tutte le cose». Bellissima è la benedizione finale: «Benedetto sia il Signore, che ha fatto di me un padre di chiese. E mi ha dato il discernimento e il senso delle tre dimensioni, e come lebbroso mi ha interdetto e liberato da ogni cura temporale, perché dalla terra di Francia suscitassi i templi della preghiera».

Egli sa vedere l’azione benefica di Dio anche nella malattia e nella sofferenza: anzi, proprio lì, nella circostanza, anche in quella apparentemente negativa, perché difficile da portare e da sopportare, Pietro ha scoperto e seguito la sua vocazione, comprendendo il compito a cui il Mistero l’ha chiamato. Nella quotidianità Pietro ha compreso il proprio rapporto con la totalità. Che bella la vita quando si offre il proprio lavoro al bene di tutti! Che bella la vita quando diventa «compito necessario» e lieto, assunzione di responsabilità, cura e dedizione per l’altro. Pietro allora esclama: «Ah, se tutti gli uomini come me capissero l’architettura, chi vorrebbe mancare al compito necessario, al posto sacro che il Tempio gli assegna?». La metafora dell’architettura testimonia in maniera potente ed efficace la nostra presenza e il nostro compito all’interno del mondo: noi tutti possiamo essere, infatti, pietre utilizzate per la costruzione oppure inutili.

«La strada di Violaine è la più semplice, accanto a quella dolorosa di Pietro di Craon e a quella eccezionale di Anna Vercors. Queste pagine contengono l’ideale di tutto. Il loro tema è l’amore, cioè la concezione del proprio essere in funzione del disegno totale. Il disegno ha un nome, è un uomo, Cristo, di cui essere funzione, attraverso il dolore bruciante, l’eccezionale impeto di generosità, la normalità dell’obbedienza quotidiana (rappresentati dai tre protagonisti dell’opera). L’alternativa è la meschinità. Dobbiamo scegliere tutti i giorni tra le due radici: o la radice di Anna Vercors o la radice di Elisabetta» (don Luigi Giussani). L’amore strappa dalla limitatezza della propria misura, libera dalle catene e ci immette gradualmente nella profondità dell’Essere.

Solo uniformandoci all’amore, che è la legge del realtà, possiamo “respirare” nelle circostanze ed essere lieti. Noi siamo creati, infatti, a immagine e somiglianza di Dio, perché la legge dell’Essere è uguale a quella del nostro cuore. Così, l’etica coincide con l’estetica, ovvero il principio morale è aderire alla bellezza  della vita. L’amore vero è offerta totale di sé che è possibile solo nel rapporto con Cristo che ha dato la sua vita per noi tutti. Offerta totale e commossa di sé fino al sacrificio della propria vita per l’Ideale! «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv. 15, 13). (La Nuova bussola quotidiana del 5-6-2016)

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