Nel quinto quadro, passato un po’ di tempo, Don Miguel è entrato a far parte dell’ordine della Caritad, il suo cuore è lieto, tanto che, agli occhi di tutti, i suoi dolori sono per lui «un’ostia dolce alla saliva, un comodo inginocchiatoio» e la sua tenerezza abbraccia ogni aspetto del creato. Un religioso, che aspetta fuori dalla Chiesa della Caritad, rimane meravigliato del suo comportamento: «Non l’ho forse sorpreso, un giorno, prosternato in un campo, mentre parlava alla sorda creta come a sua madre? E (era una domenica del mese scorso), non l’ho visto correre verso il sasso che gli aveva scagliato un ubriaco, raccoglierlo e baciarlo, tenerissimamente? Ma eccolo che esce di chiesa, circondato da straccioni. Vedete come chiacchiera, tutto rosso e affannato, col reverendo abate che gli sorride. Non l’ho mai visto così gioioso, così bambino».

È una letizia che agli occhi di certuni che non conoscono la sua storia, l’amore che lo ha abbracciato, la profondità del suo dolore e del suo desiderio di amare, potrebbe apparire quasi pazzia, paradossale, contro ogni logica umana, ma è in realtà l’esito più naturale dell’incontro e dell’abbraccio di Cristo, di quell’«Amor che move il sole e l’altre stelle», un amore che è legge del cuore dell’uomo, perché l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio. Di fronte allo sguardo attonito di tutti, Don Miguel guarisce il vecchio ladro storpio Johannes Mendelez che ha chiesto perdono a Dio e ha riconosciuto che Dio è amore.

Nel sesto quadro, all’interno del cortile del Convento della Caritad, Don Miguel è ormai solo, ha visto morire negli anni i suoi amici, eccetto uno, il frate giardiniere. Vecchio e ormai prossimo alla morte, sintetizza in poche parole la sua storia e la sua persona: «Io sono Mañara, colui che mente quando dice: io amo. E perché ho detto all’Eterno che l’amavo, il mio cuore è gioioso e le mie mani sono desiderabili come pani. Che dice Paolo, il malvagio, e che dice Maria, la prostituta? Che quello che è stato rubato e perduto è stato rubato e perduto. Io sono Mañara. E colui che amo mi dice: queste cose non sono state. Se ha rubato, se ha ucciso: che queste cose non siano state! Lui solo è».

Don Miguel è ben cosciente del male che ha compiuto, ma si è arreso all’irresistibile attrattiva di Colui che solo è, l’amore e lo sguardo è ormai tutto solo per Lui. Così chiude gli occhi come se dormisse e spira. Il frate giardiniere che lo trova morto, rimasto solo, dice: «Adesso, sono in mezzo ai vivi come il ramo nudo il cui secco rumore fa paura al vento della sera. Ma il mio cuore è gioioso come il nido che ricorda e come la terra che spera sotto la neve. Perché so che tutto è dove deve essere e va dove deve andare: al luogo assegnato da una sapienza che (il Cielo ne sia lodato!) non è la nostra».

Il frate giardiniere ha assistito al più grande dei miracoli, quello del cambiamento del cuore, ha conosciuto la miseria e la dissolutezza di Miguel Mañara, il male che lui è stato in grado di compiere, ma ha visto anche i portenti e le meraviglie che dopo Dio ha compiuto operando in lui. Come l’Innominato ha operato grandi cose nel male e dopo l’incontro con il Cardinale Federigo Dio ha saputo trarre grandi cose da lui anche nel bene, allo stesso modo la Grazia ha operato anche in Miguel Mañara, il Don Giovanni di Siviglia.

Il 13 giugno 1993 a Siviglia Papa Giovanni Paolo II parlò di lui nell’omelia: «Don Miguel Mañara […] diede tutto il suo splendore all’ospedale de la Santa Caridad [… ]. Come descriveva bene Don Miguel l’atteggiamento cristiano di fronte al povero! Ordinò ai fratelli: quando incontrate un malato per la strada, ricordatevi che sotto quegli stracci c’è Cristo povero, il suo Dio e Signore». (La Nuova Bussola quotidiana del 21-8-2016)

Commenta questo Articolo