Considerato da E. Gioanola «il maggiore scrittore italiano di pieno Novecento, quello in cui la lacerata condizione esistenziale dell’uomo contemporaneo ha trovato la più originale forma di espressione stilistica» e da G. Contini il più importante letterato che Milano ci abbia dato insieme a Manzoni e Porta, Carlo Emilio Gadda (1893—1973) compie un percorso di studi non di tipo umanistico, analogamente a molti scrittori del Novecento.

Dopo aver partecipato alla Grande guerra, Gadda si laurea in Ingegneria e pratica la professione per una decina d’anni, finché non decide di dedicarsi alla scrittura, la sua vera passione. Per tutta la vita si sentirà fallito come ingegnere e come scrittore e, forse, percepirà «la sua vita già finita, e fallita, con la Grande guerra, dove era andato con lo stato d’animo del colpevole e dell’inetto che cerca un riscatto attraverso un atto eroico, e magari attraverso la sua morte, mentre chi era morto davvero era il fratello» (Gioanola).

Il nazionalismo di Gadda affonda le sue radici nella sua passione per la storia antica e, in particolar modo, romana, nella conoscenza delle grandi battaglie del passato (come ad esempio quella del Metauro) alle quali lo scrittore accennerà talvolta nelle opere, come Il castello di Udine. Cesare diventa emblema del militarismo dell’autore e di una «vivente patria», «perché Cesare è “certo” che le Gallie devono esser di Roma e non di Ariovisto».

Allo scoppio del conflitto Gadda è un acceso interventista, affascinato dalla figura di D’Annunzio, di cui ammira le opere e il fuoco che lo sprona ad accendere l’animo degli Italiani perché partecipino in armi alla contesa. Il 21 maggio 1915 Gadda, studente universitario, deve ancora finire di sostenere la sessione degli esami e scrive a D’Annunzio perché interceda per la sua partenza al fronte prima che gli esami finiscano: «Una prescrizione ministeriale ci vuol trattenere agli studi durante il mese di giugno che vedrà l’inizio fervoroso della lotta: ora, è impossibile che la nostra anima possa venire costretta dagli interessi non generosi d’un bilancio di convenienze future, mentre altri ha posto d’onore e di gloria nella linea di combattimento. A colui che ha raccolto e affinato nella Sua tutte le nobili voci, tutti i voti più puri e più fervidi della nazione, chiediamo aiuto […]. Luogo d’onore e non d’ignominia ci deve essere assegnato».

Partito volontario tra gli Alpini, opera sull’Adamello e sulle alture vicentine. Fatto prigioniero dopo la disfatta di Caporetto del 1917, Gadda viene deportato in Germania.

Dal 24 agosto 1915 fino al 31 dicembre 1919 Gadda annota puntualmente su un diario e su taccuini le sue considerazioni da soldato e da prigioniero che raccoglierà più tardi nel Giornale di guerra e di prigionia, pubblicato per la prima volta nel 1955, poi, nel 1965. Solo postuma (del 1991) è la pubblicazione delle molte pagine dedicate a Caporetto in cui Gadda denuncia le cause della disfatta e la dura condizione di vita dei soldati.

Gadda sogna di combattere in imprese degne di nota. Scrive il 23 settembre 1915: «Sono inquieto: il mio spirito è entrato in una fase di tumulto e di incertezza, conseguenza dell’inazione». E il 24 luglio 1916 desidera ardentemente essere trasferito al fronte: «A voi, italiani […] difettano uomini italiani che vogliono andare al fronte, mentre per me andare al fronte è solo un piacere». Lo stesso giorno Gadda mostra tutto il suo disprezzo per i soldati che, presi dalla paura, non palesano coraggio ed entusiasmo per la patria, per la guerra e le armi: «Quand’è che questa razza di maiali, di porci, di esseri capaci soltanto di imbruttire il mondo con il disordine e con la prolissità dei loro atti sconclusionati, provvederà alle attitudini dell’ideatore e del costruttore, sarà capace di dare al seguito delle proprie azioni un legame logico?  […] Combattere tra soldati che hanno paura d’una fucilata, che ingialliscono al rumore del cannone nemico, che se la fanno addosso al pensiero di un pericolo lontano e non perché hanno moglie e figli […], ma solo per paura personale […], l’uomo deve essere uomo e non coniglio: la paura della prima fucilata, della prima cannonata, del primo sangue, del primo morto, è una paura da tutti, ma la paura continua  […] che fa stare […] rintanati nel buco come delle troje incinte, è roba che mi fa schifo».

Gadda ricerca una dimensione eroica nella guerra, un riscatto personale e nazionale. Racconta Gadda nel Castello di Udine: «In guerra ho passato alcune ore delle migliori della mia vita, di quelle che mi hanno dato oblio e completa immedesimazione del mio essere con la mia idea: questa […] si chiama felicità». Ricorda il Contini che un giorno Gadda lo accompagnò a visitare l’altopiano di Asiago che era stato «testimone di quella sua felicità».

Gadda si sente tradito dalla vigliaccheria altrui dopo la disfatta di Caporetto tanto che se lui fosse un dittatore li manderebbe «al patibolo», come scrive il 31 agosto 1918. Impavido, Gadda non teme la morte, perché di fronte al nemico esiste solo «la via dell’onore, quella che porta alla vittoria od alla morte sulle linee avversarie». In prigionia, Gadda arriva finanche ad esprimere parole di odio nei confronti dei soldati italiani «vili»: «Mi cresce l’odio livido, immoderato, senza fine in eterno, contro i cani assassini che hanno consegnato al nemico tanta parte della patria, tanti dei loro, tanti anni della nostra vita» (31 luglio 1918).

Anche la notizia della morte in guerra del fratello Enrico (aprile 1918) non scalfisce la sua idealizzazione della guerra, giusta e necessaria: il dolore è tanto, ma Gadda non lo attribuisce al conflitto, all’inutile spargimento di tanto sangue. Gadda avrebbe voluto prender parte lui a combattimenti eroici, sarebbe volentieri morto al posto del fratello.

Quali sono le cause della sconfitta dell’Italia? L’incapacità organizzativa, l’inerzia, la discordia, la mancanza di disciplina delle milizie, le cattive condizioni dei soldati ridotti a gelare e ad ammalarsi senza mai potersi lamentare («Scarpe pessime, scucite, rotte: abiti di tela e di pezza discreti, biancheria leggera, di tela»).

La guerra degli Italiani è stata espressione del disordine. Anche in altre opere di Gadda domina il disordine: «Il disordine c’è: quello c’è, sempre, dovunque, presso tutti: oh! Se c’è, e quale orrendo, logorante, disordine!» (Giornale di guerra e di prigionia). Il Contini considera Gadda molto simile al Manzoni per la nevrosi anche se «della sua nevrosi Gadda non fa che discorrere. […] Della sua, Manzoni parlava il minimo indispensabile».

Gadda concluderà il suo diario con queste parole: «La mia vita è inutile, è quella d’un automa sopravvissuto a se stesso, che fa per inerzia alcune cose materiali, senza amore né fede. Lavorerò mediocremente e farò alcune altre bestialità. Sarò ancora cattivo per debolezza, ancora egoista per stanchezza e bruto per abulia, e finirò la mia torbida vita nell’antica e odiosa palude dell’indolenza che ha avvelenato il mio crescere mutando la possibilità dell’azione in vani, sterili sogni. – Non noterò più nulla, poiché nulla di me è degno di ricordo anche davanti a me solo. Finisco così questo libro di note. – Milano, 31 dicembre 1919. Ore 22. In casa».

Da quel momento in poi Gadda si dedicherà ai romanzi e ai racconti. La lingua di cui si avvarrà sarà, ad un tempo, testimonianza della conoscibilità e della inconoscibilità della realtà: conoscibilità quanto ad analisi, catalogazione, sforzo umano di vedere sempre meglio l’ambito specialistico, inconoscibilità quanto ad assenza di un’ipotesi positiva di interpretazione della realtà e del suo significato. E Gadda è, a sua volta, interprete e figlio di un’epoca che ha accresciuto a dismisura le conoscenze rispetto al passato, ma ha smarrito la possibilità di un senso del tutto. Così l’espressionismo gaddiano assume le forme della deformazione della realtà attraverso la quale lo scrittore sembra quasi vendicarsi della realtà stessa.

(La Nuova bussola quotidiana del 4-2-2018)

Commenta questo Articolo