GRAN TORINO
Regista e attore protagonista: Clint Eastwood.
Anno: 2009


Trama.
Ambientato nella Detroit che patisce la scomparsa delle case automobilistiche, Gran Torino inizia col funerale di una donna, la moglie di Walt Kowalski. Lui ha lavorato per una vita alla Ford, ha combattuto in Corea e non vuole lasciare la sua villetta con la bandiera che sventola sulla facciata, in un quartiere abbandonato dagli americani e ora popolato di asiatici. Walt è un uomo “tutto di un pezzo”, che non ha bisogno di niente e di nessuno e di certo non cerca di essere accondiscendente: disprezza i due figli maschi, per come hanno educato i loro figli e perché sa che lo vorrebbero in un ricovero, rinfaccia al prete che lo viene a trovare la sua inesperienza di fronte alle tragedie della vita, sembra odiare cordialmente i vicini asiatici, che chiama senza timore “musi gialli”.

Quando poi il ragazzo di questi, Thao, cerca di rubargli l’unica cosa di cui sembra realmente orgoglioso, la splendente Ford Gran Torino che conserva con cura maniacale, Walt sembra pronto a imbracciare il fucile usato in guerra e farsi giustizia da solo. Ma la vendetta di una gang di asiatici sul ragazzino (il furto doveva essere un prova di coraggio per essere ammesso) sposta la canna del fucile di Walt, e la direzione della storia. Il rude Kowalski si alza dalla sua veranda dove è solito tracannare birra e fa la conoscenza coi vicini; impara che non sono coreani ma hmong (che vivono tra Cambogia, Laos e Vietnam), fa la conoscenza con Sue, sorella di Thao. Soprattutto inizia a sviluppare un particolare sentimento nei confronti di Thao, facendosi carico dei problemi materiali del giovane, ma anche introducendolo al mondo dei grandi, dandogli delle prospettive, comportandosi insomma come un padre. Ci sono momenti veramente toccanti e delicati nel film su questo argomento, ma la tragedia incombe. Kowalski non vive nel migliore dei mondi possibili e la ricerca della pace interiore, ben evidenziata nei dialoghi con l’insistente pretino, deve fare i conti con una realtà violenta e disumana, davanti alla quale il protagonista sarà chiamato a scelte che non lasceranno scampo.

Spunti di riflessione.
Il protagonista prima dell’incontro con il ragazzo e con il gruppo di Hmong si concepisce da solo, senza alcun rapporto, sicuro e convinto di aver capito la vita, la morte, gli esseri umani, la verità. Ma la verità che lui è convinto di aver trovato è del tutto priva di carità, di umanità, di comprensione. Kowallski è diventato ben presto cinico nella vita, vecchio dentro, nel cuore, vive in realtà l’Inferno in Terra, secondo quanto scrisse Bernanos: “Ogni uomo conserva la facoltà di amare. L’Inferno è non amare più”.
Altre persone, pur se più giovani, sono in realtà bestiali, vivono in maniera animalesca, nel branco, del tutto privi di una propria capacità critica, di una propria personalità, dediti solo alla violenza e al crimine. Thao non vuole appartenere a questo gruppo, ha una capacità di giudizio, una ragione ancora desta che gli permettono di prendere le distanze da questo modo di vivere. Però, è solo e non sa cosa fare nella e della propria vita.

Nel film cambiano sia Kowallski che Thao. Quando inizia questo cambiamento? Quando la loro vita assume un respiro più bello e umano? Quando Kowallski può dire di non conoscere soltanto la morte, ma anche un po’ della vita?
Reduce dalla guerra del Vietnam, Kowallski disprezza i figli irriconoscenti, i nipoti banali e irriflessivi, i musi gialli troppo diversi per lui che non li ha mai voluti conoscere. Nel contempo, disprezza anche quel pretino, così giovane e così convinto di poter sapere qualcosa della vita.  Solo quando incontra l’umanità di Thao e ei parenti, inizia a scoprire meglio la sua umanità, inizia a capire che la sua persona è desiderio di compimento così come la persona degli altri. A questo punto, nel rapporto con un TU, il suo IO inizia a giocarsi, a giocare la propria libertà. Accettando la provocazione della realtà, Kowallski inizia a farsi carico di chi incontra, di Thao, inizia a sentirsi padre e inizia a generare figli. Emerge l’io nuovo del protagonista che si rende conto di avere molto in comune con i musi gialli, proprio quel cuore che è in ogni uomo. Nell’incontro e in un rapporto Kowalski riscopre se stesso, comprende che la vita è fatta per amare e per donare. La sua vita diventa dono di sé all’altro, per la vita dell’altro. In questo rapporto, recupera anche il legame con la moglie, si confessa, riesce ad affrontare anche la morte. La vita e la morte, la gioia e il dolore, il dono di sé: tutto ciò è comprensibile solo nel rapporto, ci dice Clint Eastwood.

Thao ha bisogno di un padre, di un maestro, che gli indichi la strada e che lo metta sul cammino, che non lo faccia sentire solo nella strada. Solo se non si è soli, se si è in comunità,  se si è in rapporto con qualcuno che ti indica la strada e che ti accompagna, si può affrontare con baldanza la vita e non rinunciare a vivere, altrimenti diventa tutto più difficile. Prima di affidarsi a Kowallski, Thao non ha speranza o alternative: o cadere vittima del sistema e del branco oppure rimanere in una solitudine sterile che non fa crescere. In un affetto importante e grazie ad un rapporto importante inizia a rapportarsi anche con il resto del reale, il lavoro, la ragazza, …


Sintetizziamo, le questioni fondamentali riguardanti l’esperienza

1.    fondamentale è il CUORE (desiderio di felicità, di amore, di bellezza della vita, in sostanza di compimento pieno) come strumento di giudizio e di confronto con quello che vivi; Kowallski sembra aver messo da parte da tanto tempo la questione della felicità e del destino;
2.    ci vuole qualcuno che ti ricordi che sei fatto per un compimento, che ti educhi, che ti istradi, che ti faccia compagnia, che ti indichi la bellezza e la positività della vita, che ti ricordi che hai il cuore. Altrimenti si diventa tristi, cinici e ben presto cattivi. Quando si è tristi, più facilmente si cede alla cattiveria. Pensiamo che il termine latino “miser” significa sia triste che cattivo. UN AMICO, UN AFFETTO VERO, UN MAESTRO. UN MAESTRO TI INDICA LA STRADA, IL BENE, IL BELLO, MA NON SI SOSTITUISCE A TE, MA ESALTA LA TUA LIBERTÀ. DICE S.TOMMASO CHE LA VITA DI UN UOMO CONSISTE DELL’AFFETTO PRINCIPALE CHE LA SOSTIENE.
3.    L’AFFETTO PERMETTE DI CONOSCERE LA REALTÀ. KOWALLSKI CONOSCE MEGLIO LA VITA E CAPISCE CHE LA VITA È FATTA PER ESSERE DONATA. Nel Piccolo principe l’omonimo protagonista incontra una volpe. Da lei impara che «addomesticare» significa «creare dei legami».  Per questo occorrono tempo e pazienza. Ma è proprio il tempo che tu dedichi ad un altro che rende quella persona unica. Il principe comprende allora che la sua rosa che con fatica ha fatto crescere e che sembrava uguale a tante altre rose è in realtà unica. «Non si vede bene che con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi». Volendo essere addomesticata, la volpe dice al principe:

Se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo mi farà uscire dalla tana, come una musica. […] I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano che è dorato mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano.

La volpe svela allora al principe che si possono conoscere solo le cose che vengono addomesticate. In altre parole solo l’affetto permette una reale conoscenza. Ma

gli uomini non hanno più tempo per addomesticare nulla. Comprano dai mercanti le  cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici

Commenta questo Articolo