Gozzano Quell’uomo che era convinto fino ad un secolo prima di creare una civiltà nuova ha verificato l’inconsistenza delle proprie pretese e vive negli anni di fin de siècle il miraggio della Belle Époque, ultima illusione di spensieratezza foriera della imminente guerra. È un’epoca solo apparentemente solare, in realtà profondamente contraddittoria, ambivalente, dai forti contrasti tra i deliri superom istici dannunziani e la percezione dell’inettitudine dei personaggi sveviani, due facce della stessa medaglia su cui è impressa l’effigie dell’uomo, della sua presunzione e, ad un tempo, della sua precarietà.

 

Rappresentante di quest’epoca è Guido Gozzano (1883-1916), autore, tra le altre opere, de La via del rifugio (1907) e de I colloqui (1911). Nella sua poesia domina la forte componente demistificatrice da intendersi anche e soprattutto come aperta polemica con il poeta vate dell’epoca, ovvero Gabriele d’Annunzio, con la sua prosopopea e la sua retorica. Nella scrittura di Gozzano sono chiari i segni dell’attraversamento di d’Annunzio, ma evidente è anche l’inclinazione del poeta verso l’intimismo, il tono languido, l’autoironia, quasi un compiacimento nell’osservare la propria inadeguatezza alla vita e l’inettitudine. La vocazione polemica antidannunziana denuncia anche la complicità con i toni da fanciullino pascoliano, amati dal Crepuscolarismo a cui peraltro Gozzano può essere ascritto.
 
 

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