In questi mesi gli studenti dell’ultimo anno della scuola superiore partecipano ad open days universitari, incontrano esperti del mondo delle facoltà per conoscere i corsi di studio offerti dopo la scuola superiore e il mercato del lavoro. Questa attività frenetica prende il nome di «orientamento universitario».

Ho l’impressione che, spesso, in queste proposte fatte dalle università e dalle scuole superiori, gli studenti vengano considerati come clienti e non vengano provocati sulle domande fondamentali: io chi sono? Che cosa desidero davvero dalla vita? Che passioni ho? Che talenti ho scoperto in me? Mi sembra che essi scelgano il corso di studi, evitando tutte queste domande, come se l’unico criterio sia quanto la società propone o si aspetta da loro. Se discuto con i ragazzi di scelta universitaria o lavorativa, talvolta chiedono: «Ma lei come ha fatto a sapere cosa avrebbe fatto nella vita? Come ha fatto a capire la sua vocazione?».
Allora racconto loro alcuni aneddoti della mia storia. Finito il percorso del Liceo, mi confrontai con la professoressa di Italiano che mi ripropose la domanda sui miei desideri più profondi e sui miei talenti. Alla fine mi iscrissi a Lettere. Durante il percorso universitario mi cimentai nell’insegnamento. Laureatomi, decisi di fare dei colloqui di lavoro presso alcune aziende. Telefonai ad un’associazione di volontariato che orienta e mette in comunicazione le domande con le offerte di lavoro. Mi rispose un amico che svolgeva il servizio civile presso quella struttura offrendomi un posto di insegnamento nelle materie umanistiche in un centro di formazione professionale. Avrei dovuto accettare o rifiutare subito, senza aver la possibilità di riflettere più di tanto. Accettai.

Ricordo che era appena morta Madre Teresa di Calcutta e spesso nelle preghiere ricordavo questa donna chiedendole che mi aiutasse a capire meglio la strada e a comprendere come scegliere. Mi fu offerto un posto di lavoro, proprio mentre stavo cercando di fuggire dalla mia strada, non nelle scuole più illustri, ma in una di quelle da cui gli insegnanti spesso rifuggono. Fu un segno chiaro. La chiamata veniva dalla realtà, veniva dal mistero dell’Essere. Avevo pregato colei che aveva scelto di offrire tutto per gli ultimi. Ero stato chiamato, proprio nel senso letterale del termine, ad insegnare in una realtà difficile, non nelle scuole più rinomate. Fu una sfida continua. Ero invitato ogni giorno a sfrondare ogni pregiudizio sull’insegnamento e sugli studenti per imparare dalla realtà stessa, guardando i giovani che avevo di fronte, le loro urgenze e i loro bisogni, il loro cuore e il mio cuore. Ma la questione non era chiusa.

La domanda sulla chiamata/vocazione deve rimanere sempre desta. Dieci anni dopo accadde un altro fatto. Il Liceo paritario in cui insegnavo ormai da otto anni venne chiuso in maniera repentina. Mia moglie fu presa da grande sconforto. Avevamo appena avuto la notizia dell’attesa di un altro figlio e veniva a mancare uno stipendio. Mia moglie mi chiese di prendere in considerazione l’ipotesi di iniziare un altro percorso lavorativo. Feci dei colloqui. Sapevo che se avessi intrapreso un’altra strada, difficilmente avrei ripreso ad insegnare. Furono dei giorni difficili. Mandai pochi curricula in alcune scuole. Avevo pochissimo tempo a disposizione. Dopo tre giorni venni chiamato in un Liceo vicino a casa per una proposta di insegnamento. Capii che questa era stata una nuova provocazione per me per capire quanto mi interessasse l’insegnamento e riconfermarmi nella strada che avevo intrapreso. Una volta, in un progetto di orientamento nel Liceo di Milano, avevo deciso di avviare il percorso con i ragazzi affrontando il tema della passione e del talento.

I giovani sentono, spesso, parlare di passioni, ma raramente qualcuno li sprona a scoprire i propri talenti personali. Anzi, per loro è strano sentirsi dire che li possiedono, immersi come sono in una società in cui sembra che pochi li abbiano, di solito quelli che sono osannati, idolatrati e cosparsi di oro e di denaro. Tutti gli altri che, invece, non possiedono quei «talenti» che piacciono ai mass-media, tutti coloro che non sono calciatori, veline, presentatori televisivi, attori, cantanti, dovranno adottare un criterio di scelta dell’università o del lavoro differente, non strettamente legato alle proprie doti. Ho allora deciso di far vedere agli studenti il film del regista Pupi Avati «Quando arrivano le ragazze?» che mette a tema proprio la questione del talento, della passione e della vocazione. Ciascuno di noi ha almeno un talento. Possederne anche uno solo, ma scoprirlo e farlo fruttare «produce molto di più» che averne tanti, ma tenerli nascosti. Il talento è la nostra passione più profonda in quanto è connaturata a noi stessi. Alla fine di quel percorso di orientamento ho organizzato una tavola rotonda con figure professionali appartenenti ad ambiti lavorativi differenti sul tema «Passione e talento sul lavoro». Questi hanno raccontato agli studenti dell’ultimo anno di Liceo di aver frequentato una facoltà e di aver scoperto, una volta laureati, che i loro interessi erano rivolti ad altro. Così, si sono messi in discussione e ora sono felici dell’attività che svolgono. Ecco la conclusione della tavola rotonda.

La strada che dobbiamo percorrere è dentro la realtà che, spesso, consente di orientarci nuovamente e di riportarci sulla giusta via, se manteniamo viva la domanda su quali siano le nostre passioni e soprattutto i nostri talenti. È chiaramente preferibile per sé imparare a leggere prima i segnali che ci permettono di capire meglio la nostra persona. In quel percorso con liceali alle prese con la scelta universitaria era emerso in maniera evidente il fatto che i ragazzi raramente partivano da una domanda su di sé, quasi sempre, invece, avevano come riferimento le aspettative di carriera, di guadagno, di successo, insinuate nel loro animo da un contesto culturale che spesso veicola la riuscita lavorativa (in termini economici) come unica possibilità di compimento personale. In poche parole, i giovani raramente sanno quali domande porsi per capire la propria strada, di rado si chiedono cosa davvero piaccia loro, quasi mai quali siano i loro talenti.

Scegliere partendo da una domanda su di sé, sulla propria felicità, sul proprio destino è un’altra cosa, spalanca nella vita attese e prospettive insospettate. Non si può mentire a se stessi, al proprio cuore. Non si può mentire sulla propria felicità. Una sincera e aperta domanda che diventa continua mendicanza e preghiera, sguardo puro sulla realtà, sulle provocazioni (cioè chiamate) e sui segni che arrivano dalla realtà in cui il Mistero opera e ci chiama ad aderire: questa è la condizione per non inseguire un sogno, ma per concepire se stessi al servizio degli altri, il proprio talento come dono per tutti. Il compimento di sé sta in questa cura per l’altro, più in particolare in questa disponibilità ad offrire sé a quell’Altro, Cristo, che è la strada.

Ecco perché mi piace concludere questa breve parentesi sulla strada vocazionale ritornando con la memoria a Madre Teresa di Calcutta, a cui io sento di dovere molto. Quando le venne chiesto se non avesse mai avuto alcuna intenzione di farsi suora fino a diciott’anni, rispose: «Ero ancora giovane, avevo dodici anni, quando nella cerchia familiare per la prima volta desiderai di appartenere completamente a Dio. Ci pensai pregando per sei anni. […] Mi aiutò molto la Madonna […] di Montenegro». Per capire meglio si confrontò con padre Franjo. Alla domanda su come si manifestasse la vocazione personale, questi rispose: «Lo saprai dalla tua felicità interiore. […] La profonda letizia del cuore è la bussola che indica il sentiero da seguire. Dobbiamo farlo, anche quando la strada non è chiara e il cammino disseminato di difficoltà». (pubblicato su La bussola quotidiana del 18-4-2012)

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