Per l’Antico Testamento l’unico essere creato a immagine di Yahweh è l’uomo. Il cuore è segno e sigillo di questa nostra somiglianza  con il Creatore.  «Per noi occidentali, il termine «cuore» evoca soprattutto la vita affettiva. […] Per la Bibbia, invece,  il cuore è una realtà più ampia, che include tutte le forme della vita intellettiva, tutto il mondo degli affetti e delle emozioni, nonché la sfera dell’inconscio in cui affondano le radici tutte le attività dello spirito» (Ravasi).

In altre parole, il cuore è l’intimità più profonda dell’uomo, «sede della volontà, delle decisioni, dell’etica», ma è anche da lì, a causa del peccato originale, che provengono «i cattivi pensieri, le fornicazioni, i furti, le uccisioni, gli adulteri».  Nel Nuovo Testamento Gesù sottolineerà la necessità di purificare il cuore, cioè di renderlo puro, perché aspiri alla giustizia, all’amore, al bene, all’amore di Dio e del prossimo. Infatti, proprio in questa aspirazione dell’uomo all’amore e al bene, in questa esigenza di felicità e di compimento risiedono la somiglianza dell’uomo con Dio e la sua aspirazione inesausta al Creatore.

Nella cultura ebraica l’uomo è composto da una condizione caduca e precaria (basar), da uno spirito vitale (ruah) e da uno spirito divino ricevuto da Dio (nefesh). «La ruah è un principio vitale, un’indispensabile energia vitale  che sostiene la nefesh». Il termine basar non indica il corpo in senso stretto, ma la condizione di caducità cui è destinato ogni essere vivente.

«Secondo il pensiero ebraico l’anima non è altro che la persona umana in quanto vivente nella sua carne. Anima e carne non sono fra di loro inseparabili, ma questa è la manifestazione esterna e visibile dell’altra. Non c’è pertanto nel mondo ebraico alcuna idea dell’anima che possa vivere indipendentemente dal corpo» (Ravasi).

 

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