Giovedì 26 settembre alle ore 10:30 ritorna su RADIO MARIA la trasmissione IN VIAGGIO CON DANTE VERSO LE STELLE. Parleremo di Giustiniano nel canto VI del Paradiso.

Chi era Giustiniano?

In realtà, all’anagrafe il suo nome era Flavio Anicio Giuliano.  Nacque nel 482 in Macedonia. Ricevette una buona educazione. Lo zio Giustino fece carriera a corte e divenne imperatore; associò il nipote al trono lasciandolo da solo al comando quando morì nel 527. Nel frattempo, Giustino aveva già assunto il nome di Giustiniano. Se confrontiamo le date, non sono passati ancora due secoli da quando la sede imperiale era stata trasferita da Roma a Costantinopoli (nel 330 d. C.): Dante fa riferimento, invece, a più di duecento anni. Probabilmente Dante attinge le informazioni sbagliate dal Tresor di Brunetto Latini.

Compagna nella gestione del potere fu la moglie Teodora. Nel 536 Agàpito I, papa tra il 535 e il 536, si recò a Costantinopoli. Non è vero, come racconta Dante, che il papa convertì l’imperatore dal monofisismo all’ortodossia, perché per quel che sappiamo l’imperatore non era monofisita. Il monofisismo sosteneva che in Cristo ci fosse solo la natura divina, non anche quella umana.

Altrettanto erronea è l’informazione che Giustiniano si sarebbe accinto alla stesura del Corpus soltanto dopo la conversione. Nel 536 d. C. l’opera di giurisprudenza era pressoché terminata, realizzata non certo dall’imperatore, ma da un collegio di giuristi presieduto da Triboniano. In pochi anni, dal 527 al 533, si raggiunse l’obiettivo di semplificare leggi, sentenze e commenti del millenario diritto romano tanto che tre milioni di proposizioni furono ridotte a centocinquantamila.

Il Corpus venne strutturato in quattro libri: le Istituzioni, il Codice giustinianeo, le Novelle e il Digesto.

L’attenzione prestata da Giustiniano all’opera legislativa sottolinea l’importanza che l’unità dell’Impero, non sia solo di carattere politico, ma anche giuridico.

Giustiniano promosse anche una campagna militare di riconquista dell’Africa settentrionale e dell’Italia nel 535. L’esercito venne guidato dal generale Belisario prima e da Narsete più tardi. Nei versi danteschi si ricorda solo la figura del primo.

Presentandosi con un efficace chiasmo («Cesare fui e son Iustinïano») l’Imperatore sottolinea che nell’eternità non contano le cariche che abbiamo ricoperto in vita. Onori, fama, ricchezze non possono in alcun modo influenzare il destino ultraterreno. Ricorderemo tutti che l’imperatore Federico II si trova nel VI cerchio degli eretici all’Inferno. Nell’aldilà arriveremo tutti solo con la nostra anima e con l’amore con il quale abbiamo risposto all’amore di Dio.

 

SESTO INFERNO

Nel sesto canto dell’Inferno Dante ha incontrato un fiorentino di nome Ciacco, nel sesto del Purgatorio un personaggio dell’Italia settentrionale (Marco Lombardo), nel sesto del Paradiso un santo nato fuori dall’Italia (in Macedonia). La diversa provenienza delle anime è funzionale alla dimensione politica che Dante affronta nelle tre cantiche in un climax ascendente che procede dalla dimensione municipalistica dell’Inferno a quella universale del Paradiso: il tema politico, comune oggetto dei tre canti, si spoglia gradualmente delle connotazioni particolaristiche e regionali per ampliarsi in una dimensione di comunione più ampia.

Dante aveva posto quattro domande a Ciacco: a che cosa sarebbero giunti i cittadini di Firenze, città divisa? C’erano dei giusti? Quali erano le faville che accendevano il cuore degli uomini? Dove erano coloro «ch’a ben far puoser li ‘ngegni» come Farinata, Arrigo, Mosca?

Nelle risposte Ciacco si avvalse di precisione e di estrema sintesi. Il futuro di Firenze avrebbe visto prima la supremazia dei Guelfi bianchi, poi avrebbero preso il potere i neri grazie all’appoggio del Papa Bonifacio VIII. Giusti erano due, ma non erano ascoltati. I tre gravi peccati che non permettevano agli uomini di vivere in pace, nel rispetto reciproco e nella prospettiva della realizzazione del bene comune, erano l’«amor excellentiae» (come san Tommaso definisce il desiderio di primeggiare non riconoscendo il valore altrui), l’invidia (ovvero il «guardare male, con ostilità qualcuno») e la brama di denaro. Infine, Ciacco rispose che Dante avrebbe potuto vedere quei politici di cui voleva avere notizie se fosse sceso più in profondità nell’Inferno, perché essi erano collocati nella parte più bassa.

Bellissima è la definizione del politico offerta da Dante, ovvero colui che ha usato la sua intelligenza e i suoi talenti per compiere il bene comune. Celebre è la definizione che Aristotele diede dell’uomo come «animale sociale», ovvero essere che per natura tende ad aggregarsi e a vivere associato, consapevole dei vantaggi e delle convenienze di quello che il filosofo J. J. Rousseau avrebbe poi chiamato il «patto sociale». L’affermazione di Aristotele sottolinea la naturalezza dell’impegno politico, nel senso ampio del termine. L’uomo è per natura portato a giocarsi nella rete dei rapporti con i propri simili per affrontare i problemi non da un punto di vista individualistico, ma comunitario.

SESTO PURGATORIO

Nel Purgatorio Dante aveva presentato i problemi che dilaniavano da tempo l’Italia, si era scagliato contro il suo Paese (ribadendo, però, anche come fosse la patria dell’Impero e del Papato) e contro Firenze. Il poeta aveva fatto riferimento anche all’opera legislativa di Giustiniano che riunì nel Corpus iuris civilis tutte le leggi emanate nello Stato romano in mille anni di storia, eliminando quelle superflue e ripetitive. Dante anticipava così il tema centrale del canto VI del Paradiso dove avrebbe incontrato proprio l’Imperatore.

 

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