Nella quarta balza sono puniti gli accidiosi che corrono senza sosta gridando esempi di sollecitudine premiata oppure esempi di accidia punita. Nella balza successiva si trovano, invece, gli avari e i prodighi. Distesi bocconi a terra, con sospiri pronunciano le parole del salmo biblico CXIX: «Adhaesit pavimento anima mea» ovvero «Io sono prostrato nella polvere».

Ad un certo punto, la terra è scossa da un terremoto e sale una voce al Cielo che canta: «Gloria in excelsis Deo». Virgilio chiede ragioni del terremoto ad un’anima che li ha apostrofati con affabilità e gentilezza. Il Purgatorio, scopre Dante, è del tutto immune da agenti atmosferici e dai conseguenti terremoti che ne derivano (secondo la visione medioevale). Il sommovimento della Terra appena avvenuto è stato provocato dalla purificazione totale di un’anima che è pronta a salire in Paradiso.

L’anima, poi, si presenta riferendo notizie relative alla sua persona e alla sua vita sulla Terra.

All’epoca della distruzione del tempio di Gerusalemme da parte di Tito, era poeta («il nome che più dura ed onora»), già molto famoso, ma non ancora convertito. Nativo di Tolosa, venne chiamato a Roma per le sue grandi capacità poetiche. Nella grande Urbs venne incoronato poeta. All’epoca di Dante è ancora conosciuto con il nome di Stazio, autore del grande poema epico della Tebaide (la storia dei sette contro Tebe) e dell’incompiuta Achilleide (il poema dedicato all’antico eroe greco). La passione per la poesia gli derivò dall’amore provato per l’Eneide che fu per lui come una madre e una nutrice. L’anima purificata arriva ad affermare che sarebbe disposto a rimanere un anno in più in Purgatorio pur di conoscere Virgilio. Stazio ha fornito tutti i tasselli per ricomporre il puzzle della sua figura storica. La sua presentazione graduale che permette il riconoscimento (agnitio o agnizione) richiama molto da vicino la descrizione che Virgilio diede di sé nel primo canto dell’Inferno quando incontrò Dante. Senz’altro l’estrema sintesi del ritratto e la grande raffinatezza dell’espressione rendono questa autopresentazione una delle più belle di tutta la Commedia. Poco importa se Dante sovrapponga alla memoria del poeta latino P. Papinio Stazio, nativo di Napoli, quella del contemporaneo retore L. Stazio Ursulo, proveniente da Tolosa. Poco importa, ancora, se il poeta fiorentino non ricordi un’altra opera di Stazio, ovvero le Silvae, a lui ignote, perché scoperte solo in età umanistica.

Ora assistiamo ad una piccola scena teatrale.

L’affetto che l’anima purificata ha appena manifestato a Virgilio produce il sorriso repentino di Dante, che vorrebbe rivelare a Stazio l’identità della sua guida. Il maestro, però, lo frena «con viso che, tacendo, disseTaci». Solo quando Stazio provoca Dante chiedendo ragioni del suo sorriso, Virgilio, finalmente, lo libera dall’impaccio e lo sprona a parlare. Stazio scopre così di aver di fronte proprio quel Virgilio che lui ha sempre ammirato come maestro di vita e di poesia. Gli si getta ai piedi per abbracciarli, scordandosi dell’impalpabilità delle anime. Tra i due antichi poeti nasce ora un dialogo aperto ed estremamente umano.

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