L’impostazione morale che presiede il Purgatorio è mutuata dal sistema morale tomista per cui l’amore può sbagliare per «malo obbietto» (amore per il male del prossimo), «per poco vigore» (insufficiente intensità dell’amore verso Dio) o «per troppo vigore» (amore per i beni terreni oltre il giusto limite). Il vizio è il peccato riasserito e diventato abitudine per cui la persona perde anche la consapevolezza della colpa per l’abitudine acquisita. Ciascun lettore può incorrere nei vizi capitali ed è bene che, come Dante, si purifichi finché è in vita. La lettura della seconda cantica è, dunque, l’avventura della lotta quotidiana dell’uomo contro il proprio male nell’affermazione dell’amore a Cristo. Ogniqualvolta Dante supererà una balza, l’angelo che la custodisce gli cancellerà la lettera dalla fronte. Così accadrà finché il poeta non giungerà nel Paradiso terrestre, quell’Eden che si trova sulla sommità della montagna.

All’apertura della porta del Purgatorio si sente il Te Deum, inno di ringraziamento a Dio. Ci ritroviamo così finalmente nella prima balza, quella dei superbi. Le anime purganti sono sottoposte ad una pena del contrappasso per analogia o per contrasto. In questo caso i superbi sono costretti a portare un macigno che grava sulle loro spalle e sul loro collo obbligandoli a tenere la testa rivolta in basso, verso Terra, in contrasto con quanto fecero in vita. La pena del Purgatorio, a differenza di quella infernale, ha, però, anche un valore espiatorio e riabilitativo. Alla dimensione fisica si aggiunge anche la meditazione di esempi del peccato punito e dell’opposta virtù premiata (in questo caso l’umiltà), istoriati sulle pareti, che hanno un valore esemplare per chi procede sotto il peso del macigno. Infine, le anime pregano all’unisono mentre camminano. In questo caso, la preghiera dei superbi è il Padre nostro, che mostra gli uomini come tutti fratelli, perché figli dello stesso Padre.

La preghiera, che ci ha insegnato il nostro stesso Signore, viene declamata per intero dalle anime in una parafrasi esplicativa. Anche l’ultima parte («Nostra virtù che di legger s’adona/ non spermentar con l’antico avversaro/, ma libera da lui che sì la sprona») viene pronunciata, non già per le anime purganti, ma per chi è ancora in vita. Viene qui espresso in maniera stupenda il legame che unisce quanti sono già in Cielo (chiesa trionfante), le anime purganti (chiesa purgante) certe di salire in Paradiso e i credenti sulla Terra (chiesa militante): le tre chiese costituiscono la comunità dei santi, unita in maniera misteriosa nella preghiera. Dante auctor constata che anche noi dobbiamo ricordarci di pregare per i defunti per «atar (aiutare) lavar le note (i peccati)/ che portar quinci (dalla Terra)».

Se la superbia può essere definita nelle sue diverse forme come amor excellentiae (desiderio di primeggiare e di essere il primo misconoscendo il valore e la eventuale supremazia dell’avversario) secondo la definizione di san Tommaso, Dante vuole sottolineare attraverso i personaggi descritti nel canto XI tre diversi tipi di superbia: per nobiltà di sangue, per l’arte e per la politica. Emblematico della prima è Omberto degli Aldobrandeschi, della seconda il miniaturista Oderisi da Gubbio, della terza il politico senese Provenzan Salvani. Solo dopo aver risposto alla domanda di Virgilio sul cammino e aver mosso a misericordia i due pellegrini per ottenere preghiere, Omberto presenta la sua identità mostrando di essere ancora all’inizio della purificazione. Sentiamo la forza e la pregnanza di questa terzina: «Io fui latino e nato d’un gran Tosco:/ Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;/ non so se ‘l nome suo già mai fu vosco».

L’espressione «nato d’un gran Tosco» è emblematica. L’anima si è sempre vantata di appartenere ad un’antica famiglia nobiliare e ha sempre pensato di contare per quello. Le parole e l’allusione («Tosco») tradiscono la stretta familiarità con una figura superba e altezzosa dell’Inferno, quel Farinata che in maniera impertinente e indiscreta aveva apostrofato Dante dicendogli: «O Tosco che per la città del foco/ vivo ten vai così parlando onesto,/ piacciati di restare in questo loco». Ora, pur se Omberto si è reso conto del peccato e se ne è pentito («e non pur a me danno/ superbia fa, ché tutti miei consorti/ ha ella tratti seco nel malanno»), la purificazione è solo iniziata come si avverte dalle sue parole («qui convien ch’io questo peso porti/ per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia, / poi ch’io nol fe’ tra ‘ vivi, qui tra ‘ morti»). Soltanto dopo aver presentato «l’antico sangue e l’opere leggiadre» dei suoi antenati, l’anima rivela il suo nome: «Io sono Omberto».

Ricordiamo come all’Inferno un personaggio grande come Pier della Vigna si identificasse con il compito e la mansione che ricopriva alla corte di Federico II come segretario? In maniera analoga molti non scoprono la dimensione unica della propria persona e si riconoscono nella posizione sociale che occupano e nel prestigio della famiglia. Omberto fu ucciso per la sua arroganza che provocò in maniera accesa le ire del governo senese come tutti sapevano a Campagnatico, all’epoca di Dante perfino i bambini («e sallo in Campagnatico ogne fante»). Dopo sette secoli, noi abbiamo perso la memoria di questi fatti e dobbiamo ricorrere alle cronache e agli antichi commentatori. Due sono le versioni per la morte di Omberto: soffocato durante il sonno da sicari prezzolati dai Senesi o combattendo contro i Senesi nel 1259. Il pentimento, però, gli valse la salvezza e la vita eterna.

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