Nel dibattito odierno sull’educazione si continua a porre giustamente l’accento sulla figura dell’adulto, sulla sua immaturità e sul suo desiderio di rimanere sempre “giovane”, nel senso di adolescente. E’ la cosiddetta “sindrome di Peter Pan”.

Vorrei partire da una vicenda che mi ha colpito molto l’anno scorso. Una mia ex-studentessa mi telefonò per comunicarmi che avevano ritrovato morta in un parco di Milano una sua compagna. L’autopsia avrebbe dato il responso più prevedibile: fatale per lei il cocktail di alcool e droga. Si può morire a soli ventiquattro anni di tristezza, di solitudine nel tentativo di far tacere in ogni modo quell’«abisso di vita» che sentiamo in noi, quell’esigenza di amore, di affetto, di felicità che è quasi insostenibile quando ci si sente da soli!

Qualche mese più tardi un altro ex-studente della scuola di Milano dove insegnavo anni or sono muore in un incidente in moto. Ricordo ancora quando mi disse: «Sa professore, ho visto un film, “Notte prima degli esami“, che mi ha fatto capire perché valga la pena vivere. Un personaggio del film sostiene che nella vita è importante non quanto troviamo alla fine della strada, cioè il Destino, ma l’emozione che abbiamo provato lungo la strada». Morire a vent’anni di troppo desiderio di vita o, forse, morire a vent’anni perché nessuno ci ha mai detto perché valga la pena davvero faticare, alzarsi al mattino, prendersi le proprie responsabilità, far famiglia, …

Il messaggio di quel film, che ha avuto molto successo presso i giovani, ma soprattutto presso quella generazione di trentenni e quarantenni che con nostalgia vivono il presente rimpiangendo l’adolescenza perduta o forse mai finita, testimonia la cultura imperante oggi. Non sono tanto importanti la strada e la meta cui essa conduce, quanto l’emotività, la suggestione del momento, l’intensità dell’istante slegato completamente dal Destino, dal bene, dalla realizzazione, dal compimento.

Vivi l’istante per l’istante, sembra essere l’imperativo categorico di oggi, in un becero e superficialecarpe diem, che sprona in realtà a considerare come momenti forti solo il sabato sera, le feste, la notte, e a considerare di poco conto tutto quanto è quotidianità e normalità. La maggior parte tra gli adulti si chiedono che cosa sia successo ai giovani, così cambiati, così irresponsabili, così poco capaci di sopportare la fatica. Vi dirò con tutta onestà che io non mi sento parte di questo gruppo di adulti sempre pronti ad accusare i giovani.

La mia esperienza di insegnante mi ha portato in questi anni a verificare come i giovani, nella maggior parte dei casi, si coinvolgano quando viene fatta loro una proposta forte, decisa, vera. Non dobbiamo chiederci che cosa sia successo ai giovani di oggi, ma cosa sia successo a noi adulti. Non abbiamo più il coraggio del pensiero forte, così presi dal pensiero debole, non facciamo più proposte in cui davvero crediamo. Le proposte che facciamo sono spesso per gli altri, non per noi stessi, siamo noi i primi a non crederci. Scriveva s. Ignazio di Antiochia che «si educa bene con quel che si dice, si educa meglio con quel che si fa, si educa ancor meglio con quel che si è».

L’azione educativa mette in moto un educatore che in primo luogo deve educare se stesso. Nell’azione educativa ci sono in gioco un maestro, un giovane, una proposta o ipotesi di interpretazione del reale che il giovane deve poter verificare. Solo attraverso la verifica la persona cresce nell’esperienza. Come può fare esperienza? Confrontando quello che vive, che incontra con il proprio cuore, ovvero con la propria esperienza di felicità, di bellezza, di amore. Da questo confronto costante con il proprio cuore nasce il giudizio, senza il quale non c’è esperienza, non c’è crescita.

Il mondo degli adulti di oggi non è più capace di fare proposte forti, non è più capace di educare il mondo dei giovani ad una verifica. C’è da chiedersi se sia stato mai educato a sua volta a questo impegno serio e affascinante con la realtà. Varrebbe la pena per noi adulti leggere quel testo geniale che è Il rischio educativo da Don Luigi Giussani. In quel testo il prete scriveva: «La vera educazione deve essere un’educazione alla critica. Fino a dieci anni (adesso forse anche prima), il bambino può ripetere ancora: “L’ha detto la signora maestra, l’ha detto la mamma”. Perché? Perché, per natura, chi ama il bambino mette nel suo sacco, sulle spalle, quello che di meglio ha vissuto nella vita, quello che di meglio ha scelto nella vita. Ma, ad un certo punto, la natura dà al bambino […] l’istinto di prendere il sacco e di metterselo davanti agli occhi […]. Portato il sacco davanti agli occhi, ci si rovista dentro. Dunque, il giovane rovista dentro il sacco e con questa critica paragona quello che vede dentro, cioè quel che gli ha messo sulle spalle la tradizione, con i desideri del suo cuore: il criterio ultimo del giudizio, infatti, è in noi, altrimenti siamo alienati. Ed il criterio ultimo, che è in ciascuno di noi, è identico: è esigenza di vero, di bello, di buono».

Noi adulti dobbiamo riappropriarci del nostro cuore, della nostra capacità di giudizio prima di poter insegnare ai nostri giovani che la vita vale davvero la pena di essere vissuta, prima di poter dire loro di confrontare sempre quanto vivono con la propria esigenza vera di felicità e di bene. Questa è una sfida che riguarda noi tutti! (pubblicato su La bussola quotidiana)

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