I personaggi dannunziani inseguono disperatamente la riuscita nella vita, in qualsiasi ambito, dall’arte alla conquista sentimentale fino all’impresa sportiva, ma non hanno più un fondamento su cui consistere, un ubi consistam, la loro stima scaturisce solo dall’esito delle loro azioni. Dopo la lettura in traduzione di Nietzsche, avvenuta dal 1892, l’universo romanzesco di D’Annunzio si popola di superuomini che interpretano le passioni di quel poeta che è stato anche romanziere, pilota, soldato, politico, conquistatore di donne.

Nelle Vergini delle rocce (1895) il poeta soldato Claudio Cantelmo vorrebbe il ritorno ad un’élite intellettuale e politica contro la plebaglia democratica e incolta e deve scegliere una delle tre figlie del principe Capece Mantega che concepirà il superuomo, colui che ridarà lustro ai fasti antichi dell’Italia. Nel Fuoco (1900) Stelio Effrena è l’esteta che vuole generare un nuovo genere artistico dalla commistione di musica, danza e poesia. Morto il grande musicista tedesco Richard Wagner, durante il funerale aiuterà a portare la sua bara ereditandone in maniera simbolica il testimone. Entrambi non raggiungono l’obiettivo prefissato e falliscono. Anche Paolo Tarsis, protagonista di Forse che sì forse che no, evidente parodia di san Paolo di Tarso, l’unico personaggio dannunziano che riesce nell’impresa progettata (la traversata del Mar Tirreno), appare come una reviviscenza dell’homo divus rinascimentale che si deve affermare in un ambito piuttosto che un’attualizzazione del superuomo nietzscheano. Non c’è nulla di nuovo nelle figure dannunziane che poco hanno in comune, è bene dirlo, con il superuomo teorizzato dal filosofo tedesco. Annichilimento di tutti i valori del passato, annullamento della tradizione, volontà di potenza e creazione di nuovi valori sono per Nietzsche gli aspetti salienti del superuomo, che, in maniera simile al bambino, non conosce passato e futuro, ma vive solo per il presente. Proprio al bambino, quindi, si dovrebbe rivolgere l’uomo nuovo nietzscheano.

Oltre alla mania di protagonismo e al desiderio di far parlare di sé, nel bene e nel male, al di là di un giudizio di bene e di male compiuto, un altro aspetto dell’opera e della vita di D’Annunzio sembra profetizzare la contemporaneità, ovvero l’assolutizzazione del piacere in cui l’uomo si convince che il proprio compimento sia nella soddisfazione dei propri bisogni materiali o, meglio, nella riduzione dei bisogni umani ai piaceri. Nel romanzo Il piacere (1889) d’Annunzio ci descrive con queste parole l’educazione del protagonista Andrea Sperelli: «Bisogna fare la propria vita, come si fa un’opera d’arte. Bisogna che la vita d’un uomo d’intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui». Anche, il padre ammoniva: «Bisogna conservare ad ogni costo intiera la libertà, fin nell’ebbrezza. La regola dell’uomo d’intelletto, eccola: Habere, non haberi». Anche, diceva: «Il rimpianto è il vano pascolo d’uno spirito disoccupato. Bisogna sopra tutto evitare il rimpianto occupando sempre lo spirito con nuove sensazioni e con nuove immaginazioni ». […] Forse, la scienza della vita sta nell’oscurare la verità. La parola è una cosa profonda, in cui per l’uomo d’intelletto son nascoste inesauribili ricchezze».

Emblema di una visione edonistica della vita, raffinato e alla ricerca di nuove sensazioni, il protagonista crede che si debbano assaporare i piaceri della vita, senza alcuna responsabilità e vincolo relazionale. Si inganna, come lui stesso comprenderà presto, quando si renderà conto di essere catturato proprio dalla donna con cui è terminata la relazione. Il romanzo si apre con il tentativo di Sperelli di riprendere il rapporto con la sensuale Elena. Il fallimento di questo tentativo porterà Sperelli ad allacciare una relazione con Maria Ferres, di una bellezza più spirituale rispetto ad Elena. Il suo cuore è ancora preso dal primo amore e lui pronuncerà il nome di lei dopo un rapporto con la Ferres, che decide così di lasciare l’amante. La stessa trama del romanzo rivela il fallimento dell’etica del piacere.

Se amore e piacere coincidono, ha ragione d’Annunzio a scrivere in una delle sue poesie più note, La pioggia nel pineto, dedicata all’amata Eleonora Duse: «Piove […]/ su la favola bella/ che ieri/ m’illuse, che oggi t’illude,/ o Ermione». Anche le storie più importanti sono favole belle, illusioni che possono persistere solo per il tempo in cui perdura la soddisfazione del piacere. D’Annunzio sembra quasi cosciente di questa conclusione, anche se ne Il piacere si diverte a vilipendere e dissacrare la figura di colei che, casta e immacolata, ha partorito Gesù. Sul lenzuolo dove si compie l’adulterio tra la sposata Ferres e Sperelli è raffigurata l’annunciazione. Se d’Annunzio avrà modo di scrivere che il suo personaggio è un mostro, la sua vita sembra essere in realtà lo spunto da cui è nata la storia. All’amico architetto che gli porge gli auguri di buona Pasqua, d’Annunzio risponde: «Non augurarmi buona Pasqua, perché da Cristo è stato menomato il mondo». È un giudizio che nasce dalla convinzione che Gesù abbia tolto all’uomo il piacere e la vitalità. D’Annunzio, che non ha creduto in Lui, nel centuplo quaggiù e nell’eternità, conclude gli ultimi anni nella solitudine e nella tristezza.

Quando muore l’homo religiosus, quando si dimentica il desiderio dell’uomo, muore in realtà l’uomo stesso, che viene trattato come ingranaggio di un meccanismo che deve efficientemente funzionare. L’uomo perde così di vista il proprio fine e collabora inconsapevolmente ad un fine diverso. Questa è la radice dell’alienazione.

Per questo d’Annunzio oggi, a centocinquant’anni dalla nascita, dovrebbe essere riscoperto. Non solo, perché emblema e protagonista della sua epoca, non solo perché bisogna attraversarlo in ogni caso per capire il Novecento (come ha detto Montale), ma perché rappresenta, anche se con una patina edulcorata e raffinata, la nostra epoca e l’esito e il destino cui l’uomo si avvia quando mette sé e il proprio arbitrio sul piedistallo. In nome della fama, del successo, del potere e dei soldi si può vendere una parte di sé. Il mito di Faust si è compiuto, ma alla parola felicità è stato sostituito l’idolo in cui si ripone ogni speranza.(pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 10-3-2013)

Commenta questo Articolo