copertina Il piacereCentocinquanta anni fa nasceva Gabriele d’Annunzio, antesignano di quell’esasperata ricerca edonistica che è propria dell’uomo contemporaneo, ma anche della sua illusione di bastare a se stesso. Forse per questo oggi non piace ed è pure trascurato nelle scuole: perché sarebbe uno specchio fastidioso.

 

 

Il 12 marzo del 1863, centocinquanta anni fa, nasceva Gabriele Rapagnetta, che si sarebbe fatto chiamare più tardi D’Annunzio o, con scrittura aristocratica, d’Annunzio. È uno degli autori più importanti della Belle Époque, che ha segnato e rappresentato un’epoca, piaccia o non piaccia, divenendo il modello di tutta quella borghesia che non voleva sentirsi borghese, ma desiderava assumere modi aristocratici. Ebbene, proprio quel d’Annunzio che aspirava a distinguersi in modo elitario sarebbe diventato l’emblema dell’omologazione borghese.

Eppure è pressoché dimenticato. Stranamente, perché rappresenta l’esasperata ricerca edonistica contemporanea, ha anticipato il desiderio di fama e di gloria dell’uomo di oggi, disposto a tutto pur di comparire sui giornali, purché di lui di parli, nel bene e nel male. Forse, però, questo non è un paradosso. Sospetto che la censura e il disinteresse nei suoi confronti rappresentino la paura di un’epoca come la nostra che non vuole vedersi allo specchio correndo il rischio di non piacersi. L’uomo di oggi raramente vuole fermarsi, riflettere in silenzio e prendere coscienza della propria incapacità di sostenere le responsabilità e di andare nella profondità della realtà. Oggi, ripeto, paradossalmente, d’Annunzio non piace, raramente viene letto da adulti o giovani, non piace molto agli insegnanti delle scuole (che poche volte assegnano suoi libri da leggere), non piace a chi predispone le prime prove per l’Esame di Stato. Ungaretti, Montale, Saba sono stati proposti per l’analisi di testo due, perfino tre volte in quindici anni, Primo Levi, Quasimodo, Pavese e altri una volta, d’Annunzio mai. Perché Saba sì, d’Annunzio no? Non certo ragioni artistiche possono motivare questa illustre esclusione, casomai motivazioni moralistiche o ideologiche. Per caso, il peso di Saba nella nostra storia letteraria e della cultura può essere paragonato a quello di d’Annunzio?

D’Annunzio, quindi, non piace, ma intendiamoci, non per la scrittura che è palesemente raffinata, anche se compiaciuta, rara e pregiata, anche se, talvolta, esito di un culto esasperato della forma fine a se stesso. Dal punto di vista degli esiti formali tutti riconoscono la sua personalità e il suo valore. Dal punto di vista morale, però, la sua vita e la sua opera destano in quasi tutti un rigetto o un giudizio negativo.

D’Annunzio va, invece, studiato bene per capire la sua e la nostra epoca, va «attraversato» per usare l’espressione di Montale che lo riprendeva ancor non trentenne negli Ossi di seppia (1925) e, poi, ormai anziano, in Satura (1971) nella poesia Piove ancora tutta intrisa di echi dannunziani, chiaramente espressi in forma parodistica.

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