altCome consiglio di lettura per l’estate proponiamo questa volta la raccolta di poesie Il bianco delle vele (2012) di Franco Casadei. Medico di professione, ha già pubblicato in passato le sillogi liriche I giorni ruvidi vetri (2003), Se non si muore (2008).Nel 2013 a Cesena in compagnia di Gianfranco Lauretano, Stefano Maldini, Roberta Bertozzi Franco Casadei si è reso interprete dell’iniziativa La poesia nelle case. Nella primavera 2013, accolti presso case private, sedi di quartieri o di associazioni, aie e cortili e perfino nella cantina dei vinai sulle colline romagnole, fra le botti e le damigiane di sangiovese, i quattro poeti hanno letto le loro poesie e quelle dei loro maestri di riferimento. Il fatto documenta il valore che Casadei conferisce alla poesia quale testimonianza dell’esperienza umana, come diario di un’esistenza. Lungi dall’essere criptica, nascosta, solo per pochi adepti, la poesia di Casadei vuole comunicare con il suo destinatario, rifuggendo dal banale. «Si dice sempre fra noi» afferma il poeta «che la poesia non va spiegata, che occorre lasciare libero l’ascoltatore di interpretare a modo suo i testi proposti. Io credo che non bisogna essere ideologici e che non sia un vulnus alla poesia se in talune circostanze si dà un piccolo aiuto a chi ha il coraggio di venirci ad ascoltare».

            L’ultima raccolta di Casadei è Il bianco delle vele edita da Raffaelli. Leit motiv è senz’altro la morte, sia nella memoria autobiografica che come dato universale persistente. La scomparsa tragica dei due fratelli maggiori di 12 e 11 anni, annegati insieme nel 1949 in un torrente sulle colline romagnole, riemerge nella toccante «Bruno e Rosalba» e riempie di responsabilità il tempo di chi resta. Leggiamo per intero quello che è, credo, il componimento più bello: «Quella sera, dopo la fiumana, la riva/ sfaldata al gioco delle vostre corse/ ingenue, non siete tornati// e io, di tre anni, tre giorni/ sulle ginocchia di mia madre,/ abbracciato al suo dolore.// Adagiati su legni di porta, dalla bocca/ un rivolo sottile di bava, di melma,/ gente dai casali, dai vigneti e donne e vecchie/ – un mormorio sommesso per l’aia -/ chi si segnava, chi portava acqua, chi lenzuoli/ e fiori, due uomini in nero dagli sguardi lunghi/ e io, di tre anni, tre giorni// su quel grembo duro di singhiozzi/ in attesa di un risveglio/ come quando Rosalba e Bruno/ si fingevano, per gioco, morti// stagioni di silenzio, di respiri grandi/ come il vuoto, troppo lungo il gioco…/ non aspetto più i loro scherzi, i salti/ con la corda, mia sorella che mi spettinava// quel ventuno settembre piangevo/ per venire al fiume, avreste custodito/ i miei tre anni, vi avrei salvato, forse,/ forse avete salvato me».

 

 

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