altIl sonetto «Alla sera» apre l’edizione delle Poesie del 1803, ad indicare forse anche la particolare importanza che Foscolo gli assegna. In effetti, il componimento è una delle realizzazioni artistiche più compiute del poeta e riprende un tema a lui particolarmente caro: la riflessione sulla sera. Già nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis leggiamo pagine bellissime dedicate alla sera come quella del 13 maggio 1798 in cui il protagonista scrive a Lorenzo Alderani:«Jer sera appunto dopo più di due ore d’estatica contemplazione d’una bella sera di Maggio, io scendeva a passo a passo dal monte. Il mondo era in cura alla Notte, ed io non sentiva che il canto della villanella, e non vedeva che i fuochi de’ pastori. Scintillavano tutte le stelle, e mentr’io salutava ad una ad una le costellazioni, la mia mente contraeva un non so che di celeste, ed il mio cuore s’innalzava come se aspirasse ad una regione più sublime assai della terra. Mi sono trovato su la montagnuola presso la chiesa: suonava la campana de’ morti, e il presentimento della mia fine trasse i miei sguardi sul cimiterio dove ne’ loro cumuli coperti di erba dormono gli antichi padri della villa: – Abbiate pace, o nude reliquie: la materia è tornata alla materia; nulla scema, nulla cresce, nulla si perde quaggiù; tutto si trasforma e si riproduce – umana sorte! men felice degli altri chi men la teme». La sera con il cielo stellato comunica l’impressione dell’eterno che il protagonista riesce a sostenere per poco tempo. Basta il suono delle campane a morto perché la riflessione di Ortis torni alla precarietà della condizione umana e alla paura che l’uomo possa consistere in nulla più che polvere.

Commenta questo Articolo