Lo vediamo nel giudizio su Napoleone per il quale Foscolo scrive prima un’ode celebrativa. Poi, invece, lo denigra nella terza edizione dell’Ortis associandolo alla figura del principe di Machiavelli. Composta a Bologna nei primi giorni del maggio del 1797, nella sua prima forma l’Ode a Napoleone liberatore celebra in Napoleone «l’eroe della guerra repubblicana, l’affrancatore dei popoli da servitù inveterate, il garante di un nuovo e libero assetto degli Stati» (Dizionario biografico degli Italiani). Negli stessi mesi Foscolo compone altre poesie a carattere politico: il sonetto A Venezia e l’ode Ai novelli repubblicani. Nel 1799 Foscolo ritornerà sull’ode indirizzata a Napoleone apponendo un’altra dedica ove mette in guardia l’eroe francese dal peccato di hybris, di tracotanza e di superbia. Infatti, «l’arroganza dittatoriale […] trasformerebbe la libertà offerta ai popoli in tirannide» (Palumbo). «Avrà il nostro secolo un Tacito, il quale commenterà la tua sentenza alla severa posterità» (Foscolo). Il progetto napoleonico è fallito e ha denunciato l’ambizione assolutistica del generale, i suoi finti propositi libertari che hanno pavoneggiato ideali e proclami di libertà per il raggiungimento del potere. Per questo Napoleone, come Foscolo scriverà più tardi nell’Ortis, è un leone dalla mente volpina, chiara allusione al principe di Machiavelli.  

Analoga ispirazione libertaria ha la tragedia Ajace (1812). Foscolo scriverà nella lettera a Pellico: «Ajace ama la gloria e vuol conseguirla per mezzo della virtù difendendo la indipendenza della patria; Agamennone ama la gloria ma la crede indivisa dal sommo potere». Evidente anche in questo caso il modello alfieriano nella lotta di uno spirito libero contro il tiranno. La censura austriaca impedisce la rappresentazione della tragedia, nonostante le modifiche apportate da Foscolo nella replica. Un’altra esemplificazione dell’atteggiamento di Foscolo di fronte all’ideologia è il giudizio che esprime riguardo all’Editto di Saint Cloud. In un primo tempo l’Editto napoleonico (1804), che prevedeva la collocazione dei sepolcri fuori della cinta muraria senza iscrizione funeraria sulla tomba, viene accolto con favore da Foscolo, perché considerato di ispirazione libertaria e igienico-sanitaria. Nel confronto con l’amico Ippolito Pindemonte, che sta componendo al riguardo il componimento I cimiteri, Foscolo comprende che l’Editto si dimentica delle persone (sia del defunto che dei cari che visitano la tomba) in nome di principi astratti egualitari. L’Editto è, in poche parole, improntato all’ideologia. Per questo l’Editto di Saint Cloud, che «impone […] i sepolcri/ fuor de’ guardi pietosi, e il nome a’ morti/ contende», è iniquo, a detta di Foscolo. Oltre a violare «la corrispondenza d’amorosi sensi» non permette il giusto tributo ai grandi della patria, a quelle «urne de’ forti» che accendono «a egregie cose il forte animo». Nascerà, così, il carme I sepolcri.

Qual è la cultura di quel Foscolo, non ancora ventenne, che si accingeva a scrivere il primo romanzo della letteratura italiana? Il «Piano di studi», redatto nel 1796, costituisce un utile «resoconto dei lavori avviati e […] un’anticipazione delle tappe future», nel contempo rappresenta «un promemoria degli autori da leggere», una sorta di «tirocinio di un’educazione adeguata a un intellettuale di tempi nuovi» (Matteo Palumbo). L’eclettismo è la cifra descrittiva di questa biblioteca ideale che comprende storiografi greci (Tucidide, Plutarco) e latini (Tacito, Livio, Sallustio), il sommo retore romano Cicerone e filosofi moderni come Bacone, Montesquieu, Locke, Rousseau. Alla lettura dei vangeli si accompagna anche la conoscenza dei poeti epici (Omero, Virgilio, Dante, Tasso, Ossian e Cesarotti), lirici (Pindaro, Edward Young, Thomas Gray), tragici (Sofocle, Shakespeare, Voltaire, Alfieri). «Antico e moderno, nella considerazione foscoliana, convivono, e la poesia, nella sua essenza, si rivela come voce di un’intera comunità, al cui servizio essa si pone» (Palumbo). Scrive Foscolo: «Per me ho reputato grandissimi e veri Poeti que’ pochi primitivi di tutte le nazioni che la teologia, e la politica, e la storia dettavano co’ lor poemi alle nazioni: onde Omero, e i Profeti Ebrei, e Dante Alighieri, e Shakespeare sono da locarsi ne’ primi seggi». 

Per Dante Foscolo mostrerà sempre grande stima anche nelle opere di critica scritte nell’età matura. Il Fiorentino è stato tra i pochi che, distaccandosi da una poetica incentrata sul mondo chiuso degli affetti, si preoccupa dei costumi del proprio tempo e della lacerazione della nazione: «Egli concepì e attuò il progetto di creare la lingua di una nazione, di esporre tutte le ferite politiche del suo paese, di insegnare che […] i conflitti civili della città e la conseguente introduzione delle armi straniere dovettero condurre all’eterna schiavitù e disgrazia degli Italiani». La formazione letteraria sopra ricordata è completata con l’attraversamento del genere letterario moderno per eccellenza, il romanzo (su tutte le opere di Swift, Sterne, Richardson, Goethe, Rousseau), e dei saggi dei grandi teorici dell’arte (Pseudo Longino, Winckelmann, Mengs). 

Così, dopo questa fase di preparazione letteraria e di formazione culturale, Foscolo si dedica fin da subito alla scrittura di opere dal deciso sapore classico. La prima tragedia di Foscolo, Tieste, rappresentata a Venezia il 4 gennaio 1797 e replicata per nove volte consecutive, risente della drammaturgia alfieriana nel linguaggio adottato, nella struttura del testo e per lo spirito libertario denunciando un chiaro intento pedagogico e civile. Come Foscolo chiarirà in una lettera a Silvio Pellico del 23 febbraio 1813 la tragedia si forma con tre ingredienti: i caratteri, le passioni e gli accidenti. Nei caratteri si dovrà tendere al «mirabile», nelle passioni al «vero», nelle azioni o accidenti al «semplice». Il protagonista Tieste combatte contro la violazione della giustizia e l’oppressione del tiranno Atreo. 

Dal punto di vista affettivo la vita di Foscolo è caratterizzata da un’instabilità sentimentale, evidente qualora si accompagni lo studio della sua biografia con la lettura delle tante lettere inviate alle donne amate, da cui emergono una profonda sensibilità e un’accentuata propensione a vivere il rapporto affettivo come assoluto e totale. All’assolutizzazione del sentimento corrisponde una repentina dissoluzione del rapporto, come se l’idolatria della donna rivelasse in breve tempo l’inconsistenza della illusione dell’amore/idolo. Così, gli affetti principali della vita di Foscolo possono essere considerati la madre Diamantina Spathis e la figlia Floriana negli ultimi anni del soggiorno londinese.

Anche dal punto di vista lavorativo emerge un’instabilità analoga a quella affettiva. Foscolo fu poeta, giornalista, professore universitario, romanziere, finanche soldato. Potremmo, forse a ragione, affermare che anche in quest’ambito gli mancò un luogo cui appartenere. Quest’aspirazione all’appartenenza ad una patria, ad un popolo, ad un ideale per cui dare tutto rimarrà aspetto caratteristico dell’uomo Foscolo. La sua ansia religiosa, di cui si è parlato nell’articolo precedente e che emergerà in tutta la sua forza nelle sue opere, è espressione del desiderio e dell’aspirazione a trovare la vera patria, quella che mai perderemo. Sarà evidente nella lettura dell’Ortis. (pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 22-2-2015)

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