Articoli rivista Fogli
FOGLI, N. SETTEMBRE 2014, "Prospettive. Figli e genitori" PDF Stampa E-mail

altBeatrice, mia figlia maggiore, ammonisce la sorella Cristina, di quattro anni più piccola: «Cristina tu guarda me, perché io faccio come fa papà». Nella sua semplicità la frase descrive la dinamica dell’agire umano. Ogni uomo si muove per imitazione. Tutti abbiamo dei modelli di riferimento. I primi esempi che guardiamo come fondamentali per la nostra vita sono il papà e la mamma.

La madre è accoglienza e pazienza, è colei che ha tenuto nel grembo per nove mesi il figlio, lo ha aspettato vivendo la dimensione del sacrificio e dell’abnegazione. Il femminismo degli ultimi decenni non ha certo valorizzato la donna, ma ha voluto equipararla all’uomo, destituendola in realtà di quelle virtù che l’uomo deve spesso imparare da chi ha fatto esperienza dell’ospitalità in modo fisico e, direi, viscerale. Questa comunione con il figlio per nove mesi rende il rapporto tra madre e figlio fortemente biologico, fisiologico, carnale. Il padre inizia a conoscere il figlio solo dopo averlo visto nascere. Prima, nei nove mesi in cui il bimbo è nel ventre materno, è osservatore, non comunica molto con lui, difficilmente prende pienamente coscienza della novità, poi diventa nel tempo autorità, legge, colui che pone le regole. Chiaramente ogni famiglia è a sé, in ogni nucleo padre e madre imparano a collaborare, a far crescere i figli, a comunicare loro le proprie esperienze e le proprie capacità. Qui, intendiamo, però, sottolineare che esiste una differenza di genere tra uomo e donna, una differenza ontologica e di storia tra papà e mamma.

 

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Ritorniamo al Natale PDF Stampa E-mail

Si può snaturare una festa, una tradizione, un fatto storico?

Passo per le vie del paese insieme alla mia famiglia. Nella piazza è stata allestita un’esposizione di disegni dei bambini della scuola primaria in occasione del Natale. Mia figlia maggiore, che frequenta le elementari altrove, nel Collegio dove insegno anch’io, mi chiede: «Papà, che cos’è la festa della luce?». Osservo bene il titolo della mostra e le opere. Non c’è un disegno che rappresenti il presepe e la nascita di Gesù, tutti sono ispirati al tema della luce. Parlare di Gesù o rappresentarlo sembra essere diventato inammissibile in scuole in cui sono presenti ragazzi anche di altre religioni e quanti, anche se cristiani battezzati, ormai, in molti casi, non credono più o hanno perso le ragioni della propria fede. Così, il Natale come celebrazione di Gesù che nasce ed è tra noi è scomparso ed è ammesso solo come festa snaturata, sostituita da valori come la pace, la solidarietà o altro ancora.

Nel Liceo dove insegno ogni classe sta preparando lo spettacolo teatrale per l’Accademia di Natale che si terrà dinanzi a tutte le famiglie l’ultima settimana di scuola prima delle vacanze natalizie. Ogni classe deve preparare una rappresentazione che metta a tema il messaggio del Natale. Assisto alle prove. Un gruppo rappresenta una famiglia in cui non si crede più alla magia di Babbo Natale e dei regali. Allora chiedo ai ragazzi quale sia il messaggio della festa. Mi arrivano tante risposte: la bellezza di trovarsi insieme, i regali che vengono fatti, la famiglia riunita attorno ad una tavola. Qualcuno mi chiede se vada bene il messaggio comunicato. Allora replico: «Perché dovete ricorrere a metafore o a riduzioni? È così semplice raccontare la buona notizia, quella di un Dio che si è fatto bambino per condividere la condizione umana, si è fatto dono e compagnia. Lui è il dono più grande del Natale». Un dono, poi, che si comprende meglio nel mistero della croce e della resurrezione. Esclama Anna Vercors nel celebre Annuncio a Maria di Paul Claudel: «Non vivere, ma morire, e non digrossar la croce ma salirvi, e dare in letizia ciò che abbiamo […]. Che vale il mondo rispetto alla vita? E che vale la vita se non per essere data? E perché tormentarsi quando è più semplice obbedire?».

Tutto congiura a tacere di questa buona novella. Perfino laddove si dovrebbe parlare di Lui, il Salvatore del mondo, si cerca in ogni modo di ridurLo ad una nostra misura, a eliminare il Mistero per sostituirLo con leggende o con valori. Bisogna ritornare alla semplicità dei bambini che, di fronte alla domanda su cosa sia il Natale, con grande spontaneità rispondono: la nascita di Gesù. Come tutto congiura a tacere della nascita di Gesù, così tutto vuole tacere della novità che ha investito il mondo con il suo avvento e che ha investito tutti gli ambiti della vita, quello materiale e quello spirituale, il campo economico, quello culturale e quello più prettamente artistico. La stessa concezione di sé che aveva l’uomo è mutata. Oggi giorno, è venuta meno la consapevolezza che la radice profonda dei valori, della ricchezza, dello splendore della nostra civiltà risiede nel cristianesimo, ovvero in Cristo, manca il sentimento di gratitudine per Colui che è il vero protagonista della storia. In Cristo la verità si è mostrata apertamente e si è rivelata come carità, «carità nella verità», come recita l’enciclica di Benedetto XVI. Questo evento ha spezzato in due la storia. Cristo ha fatto «nuove tutte le cose». Da allora niente è più lo stesso.

 

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FOGLI - RIPARTIRE TUTTI I GIORNI PDF Stampa E-mail

L’AUGURIO DEL PRIMO GIORNO DI SCUOLA

Da poche settimane è iniziata la scuola. Scrive Cesare Pavese nel Mestiere di vivere: «È bello vivere perché vivere è ricominciare, sempre, ad ogni istante». Per tutti, insegnanti e studenti, non è possibile ricominciare, varcare la soglia della classe, incontrare compagni e colleghi, professori e alunni, senza essere animati dal desiderio che possa accadere qualcosa di grande nelle giornate. Altrimenti, come non farsi prendere dalla monotonia, dal cinismo, dal sentimento comune che tanto non cambierà mai nulla? Tra i corridoi delle scuole e nelle aule riunioni, già nelle settimane di settembre, si vedono volti stanchi e disillusi, senza speranza. Prima ancora che ai giovani, la speranza manca troppo spesso a noi adulti, che ci nascondiamo poi dietro ai cambiamenti dei giovani, alla loro svogliatezza e alla loro pigrizia. Scrive Papa Benedetto XVI: «Alla radice della crisi dell’educazione c’è […] una crisi di fiducia nella vita».

Dopo tre mesi di vacanza, che cosa possiamo dire noi insegnanti agli studenti nelle prime ore di lezione dell’anno scolastico? Raccontiamo loro le difficoltà, le fatiche, i sacrifici, la mole di studio e i programmi che dovranno affrontare? Se è solo così, confermiamo loro quanto temevano, quanto i compagni più grandi hanno spesso anticipato, trasmettiamo il messaggio che dal suono della campanella della prima ora di scuola sono entrati in una prigione per uscire dalla quale dovranno attendere il suono della campanella dell’ultima ora  dell’ultimo giorno di scuola. Nella prima ora è già contenuto tutto, perché è lì che si nasconde la domanda con cui noi ricominciamo l’avventura scolastica.

L’anno scorso, nella prima ora di lezione sono voluto partire con un augurio per me insegnante e per i miei studenti. L’augurio che il cammino dell’insegnante e del ragazzo potesse essere una vera esperienza. Da cosa si misura un’esperienza? Dall’esito, dalle delusioni, dai risultati, sì in parte anche da questo, ma soprattutto dal fatto che quanto si vive divenga occasione per essere più uomini e più umani, per capire un po’ meglio la propria persona, la strada e che cosa abbia a che fare quanto viviamo con il nostro desiderio di felicità. Quando fai esperienza davvero, lo capisci, perché guadagni qualcosa di te e della realtà. L’augurio che la scuola non fosse un luogo di semplice trasmissione di informazioni e di cultura, di disciplina e di discipline, ma fosse un luogo in cui l’io del ragazzo e dell’insegnante si sentisse fiorire, crescere, germogliare nel desiderio di poter scoprire i propri talenti e di metterli al servizio di tutti. Perché ciò avvenga è indispensabile che si rimetta al centro la persona, che si viva l’avventura dell’insegnamento come scoperta. Sì, scoperta di sé e scoperta dell’altro, scoperta di un cuore che accomuna il ragazzo di dieci o diciotto anni all’insegnante che si avvicina per la prima volta alla cattedra o, viceversa, sta per andare in pensione. Un ragazzo mi ha confidato che era la prima volta che un insegnante gli augurava un buon anno scolastico. In quell’augurio c’era già tutto, perché l’alunno si era promesso di non deludermi.

 

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