L’AUGURIO DEL PRIMO GIORNO DI SCUOLA

Da poche settimane è iniziata la scuola. Scrive Cesare Pavese nel Mestiere di vivere: «È bello vivere perché vivere è ricominciare, sempre, ad ogni istante». Per tutti, insegnanti e studenti, non è possibile ricominciare, varcare la soglia della classe, incontrare compagni e colleghi, professori e alunni, senza essere animati dal desiderio che possa accadere qualcosa di grande nelle giornate. Altrimenti, come non farsi prendere dalla monotonia, dal cinismo, dal sentimento comune che tanto non cambierà mai nulla? Tra i corridoi delle scuole e nelle aule riunioni, già nelle settimane di settembre, si vedono volti stanchi e disillusi, senza speranza. Prima ancora che ai giovani, la speranza manca troppo spesso a noi adulti, che ci nascondiamo poi dietro ai cambiamenti dei giovani, alla loro svogliatezza e alla loro pigrizia. Scrive Papa Benedetto XVI: «Alla radice della crisi dell’educazione c’è […] una crisi di fiducia nella vita».

Dopo tre mesi di vacanza, che cosa possiamo dire noi insegnanti agli studenti nelle prime ore di lezione dell’anno scolastico? Raccontiamo loro le difficoltà, le fatiche, i sacrifici, la mole di studio e i programmi che dovranno affrontare? Se è solo così, confermiamo loro quanto temevano, quanto i compagni più grandi hanno spesso anticipato, trasmettiamo il messaggio che dal suono della campanella della prima ora di scuola sono entrati in una prigione per uscire dalla quale dovranno attendere il suono della campanella dell’ultima ora  dell’ultimo giorno di scuola. Nella prima ora è già contenuto tutto, perché è lì che si nasconde la domanda con cui noi ricominciamo l’avventura scolastica.

L’anno scorso, nella prima ora di lezione sono voluto partire con un augurio per me insegnante e per i miei studenti. L’augurio che il cammino dell’insegnante e del ragazzo potesse essere una vera esperienza. Da cosa si misura un’esperienza? Dall’esito, dalle delusioni, dai risultati, sì in parte anche da questo, ma soprattutto dal fatto che quanto si vive divenga occasione per essere più uomini e più umani, per capire un po’ meglio la propria persona, la strada e che cosa abbia a che fare quanto viviamo con il nostro desiderio di felicità. Quando fai esperienza davvero, lo capisci, perché guadagni qualcosa di te e della realtà. L’augurio che la scuola non fosse un luogo di semplice trasmissione di informazioni e di cultura, di disciplina e di discipline, ma fosse un luogo in cui l’io del ragazzo e dell’insegnante si sentisse fiorire, crescere, germogliare nel desiderio di poter scoprire i propri talenti e di metterli al servizio di tutti. Perché ciò avvenga è indispensabile che si rimetta al centro la persona, che si viva l’avventura dell’insegnamento come scoperta. Sì, scoperta di sé e scoperta dell’altro, scoperta di un cuore che accomuna il ragazzo di dieci o diciotto anni all’insegnante che si avvicina per la prima volta alla cattedra o, viceversa, sta per andare in pensione. Un ragazzo mi ha confidato che era la prima volta che un insegnante gli augurava un buon anno scolastico. In quell’augurio c’era già tutto, perché l’alunno si era promesso di non deludermi.

STUDIARE È BELLO E INTERESSANTE!

Quest’anno ho voluto augurare agli studenti che si potesse scoprire che studiare è bello e interessante. L’affermazione è forte e suona a dir poco provocatoria. Ditelo a quei ragazzi che passano ore della giornata a studiare perché sentono il dovere di farlo e vogliono riuscire a conseguire buoni risultati o a quelli che studiano perché devono recuperare dei risultati negativi o a quelli che passano la maggior parte della loro giornata dedicando il loro tempo ad altre passioni o ad altri svaghi. Ditelo ai ragazzi che si sono sempre sentiti dire che si deve studiare, perché è un dovere e basta, perché così si conseguiranno degli obiettivi nella vita, si otterranno diploma e laurea e si eserciterà, poi, una professione. Allora ho dedicato le prime ore di scuola a raccontare la mia esperienza al riguardo.

CONTA SOLO L’OGGI

Quando si arriva alle ultime settimane prima della fine del quadrimestre, l’obiettivo, quello delle valutazioni finali, appare più vicino. Ora si vedranno moltiplicati gli sforzi di molti studenti. Aveva ragione Leopardi quando osservava nello Zibaldone che la tendenza a procrastinare la felicità al futuro sino a giungere al desiderio di conseguire la felicità dai posteri si accentua sempre più man mano che l’uomo cresce e si fa adulto ed è pressoché assente nel bambino. Questi non pensa che al presente e riesce a concepire il futuro solo come l’attimo immediatamente successivo al presente tanto che «proporre al fanciullo (per esempio negli studi) uno scopo lontano (come la gloria e i vantaggi ch’egli acquisterà nella maturità della vita o nella vecchiezza, o anche pur nella giovinezza), è assolutamente inutile per muoverlo (onde è sommamente giusto ed utile l’adescare il fanciullo allo studio col proporgli onori e vantaggi ch’egli possa e debba conseguire  ben tosto, e quasi di giorno in giorno, ch’è come ravvicinare a’ suoi occhi lo scopo della gloria e dell’utilità degli studi…)».

HIC ET NUNC 

Quanto più uno è giovane tanto più si muove per l’hic et nunc, per il qui e ora, per il presente! L’adulto, spesso, non si pasce che della speranza e rinuncia al conseguimento della felicità al presente. Ma è possibile che il presente per lo studente non possa essere altro che il voto, buono o scarso che sia? Non c’è altro che possa accendere, spronare, stimolare, muovere? Per quali ragioni un ragazzo dovrebbe studiare? Perché lo studio dovrebbe interessargli?

L’IMPORTANZA DI DIRE: IO C’ENTRO

Partiamo dal significato di queste due parole, studio e interesse. Ogni parola nasconde sempre una storia, racconta delle ragioni, spiega la vita. «Studio» (dal termine latino studium) indica la passione, lo zelo, l’applicazione. Il termine «interesse» (dal verbo latino intersum, ovvero «sono in mezzo», «partecipo» che nella forma impersonale interest significa «interessa») indica che la mia persona partecipa, interviene, c’entra con l’attività che sta svolgendo. L’etimo della parola «interesse» sfata uno dei luoghi comuni della scuola e dello studio, cioè il fatto che l’interesse nasca prima dello studio (fatto talvolta vero): nella maggior parte dei casi la passione o l’interesse scaturisce da una partecipazione, da un coinvolgimento, dal fatto che io mi metto in mezzo, c’entro. Per motivare davvero un giovane allo studio, come a qualsiasi altra attività, si deve destare in lui una passione, occorre motivarlo ad un «interesse» presente. Il ragazzo deve, cioè, poter verificare come quanto sta affrontando c’entri con la propria persona. Altrimenti lo sforzo che si compie per indurlo ad applicarsi sarà, quasi sempre,  poco proficuo.

PRINCIPESSA SISSI

Una cosa ti interessa se c’entra con te. Come può un bimbo interessarsi all’Austria? Deve avere la passione per il viaggio? Parto dalla mia esperienza personale. Un paio di anni fa io e la mia famiglia abbiamo viaggiato durante l’estate tra l’Austria e l’Ungheria, da Salisburgo a Budapest, sui luoghi della Principessa Sissi. La mia figlia maggiore all’epoca aveva cinque anni, nei mesi precedenti le avevamo fatto conoscere la storia di Sissi di cui aveva visto l’intera trilogia cinematografica con Romy Schneider. Ora era lei la prima a voler conoscere i luoghi della principessa. L’Austria e l’Ungheria le interessavano, perché c’entravano con lei, il viaggio era l’occasione di aprire una finestra sulla realtà che c’entrava con lei, con la sua vita, con quanto lei viveva. L’esempio è emblematico dello studio. Un argomento è interessante perché ci sei tu, con la tua umanità, con le tue domande, con la tua vita.

PRIMA L’INSEGNANTE

A scuola la prima persona che deve essere interessata, che deve esserci con la sua umanità, le sue domande, la sua ricerca, la sua passione, il suo amore per quel che fa è l’insegnante. Purtroppo, spesso, l’ambiente scolastico è popolato da persone che si lamentano perché i ragazzi sono poco interessati e studiano poco. Mille altre sono le ragioni di lamentela che noi tutti conosciamo. Di rado tra gli insegnanti ci si fa compagnia in quella che ritengo una delle più belle avventure, l’insegnamento. Di rado, ci si ricorda che stare con i giovani è una grande occasione per rimanere giovani, nel cuore e nello spirito, per ripartire dalle domande e dall’entusiasmo che nella gioventù sono così vividi. Di rado poi ci si ricorda che insegnare è la circostanza in cui il maestro spiega e propone una disciplina di cui è innamorato, che gli piace, che adora. Almeno dovrebbe essere così!

PERCHÈ STUDIARE?

Allora, proviamo a rispondere alla domanda «perché studiare?» o, meglio, «quando accade che uno studente studia?» (cioè, nel senso profondo dell’espressione, affronta l’avventura affascinante della conoscenza). In primo luogo, se lo studente coglie amore e passione nell’insegnante, potrà non capire all’inizio, ma è quasi sempre preso dal fascino della bellezza che l’insegnante ha incontrato e che cerca di comunicare anche agli studenti. Questo fascino e questa bellezza sono il metodo, la giusta strada, perché il ragazzo studi, consegua buoni risultati. Ho sentito genitori stupiti del fatto che a cena i loro ragazzi parlassero della Commedia, la utilizzassero per parlare e per spiegare la vita. Come della Commedia, potremmo dire anche di film, di autori, di filosofi e quant’altro. La bellezza colpisce. Ogni materia ha in sé già tutto quanto è necessario perché possa conquistare e prendere il ragazzo. Il docente che è innamorato della sua materia lo sa, non deve inventarsi strategie particolari, deve solo raccontare e spiegare con l’amore che lui ha nel cuore. Come quando uno è innamorato di una donna, non deve inventarsi nulla. Se la presenta ad altri, la presenterà con tutto l’entusiasmo e l’amore che prova per lei. Dall’avventura dell’incontro con un aspetto della realtà nasce l’interesse nel ragazzo.

DON GIOVANNI DI MOZART

In secondo luogo, per quest’avventura dell’incontro occorre qualcuno che ti accompagni, un maestro, che ti prenda per mano, che ti introduca nel percorso dell’incontro con la disciplina. Virgilio nel canto III dell’Inferno, quando Dante è di nuovo spaventato di fronte all’epigrafe sopra la porta d’accesso, prende per mano Dante e lo immette dentro le «secrete cose» (la realtà da scoprire) «con lieto volto» (con speranza e letizia). La prima volta che sono stato alla Scala a vedere il Don Giovanni di Mozart, sono stato introdotto all’opera da un amico che mi ha spiegato come avvicinarmi allo spettacolo, come introdurmi a quest’arte. Lo stesso vale per la musica, per la letteratura, per la filosofia, etc. Io mi muovo quando capisco che ne vale la pena, quando vedo qualcuno che mi fa capire che ne vale la pena e non mi lascia solo.

SERVE UN AMICO

In terzo luogo, la scuola è spesso sentita dai ragazzi come una prigione, perché è troppo spesso asettica, anonima e manca il rapporto affettivo tra insegnante e ragazzo. L’insegnante si presenta molte volte solo come un mediatore di conoscenze. In una lettera al fratello Theo, dopo aver descritto la propria condizione esistenziale paragonandola a quella di un uccellino in gabbia, Van Gogh afferma: «Sai tu ciò che fa sparire questa prigione? È un affetto profondo, serio. Essere amici, essere fratelli, amare spalanca la prigione per potere sovrano, per grazia potente. Ma chi non riesce ad avere questo rimane chiuso nella morte. Ma dove rinasce la simpatia, lì rinasce anche la vita». Il legame affettivo e il vero rapporto amicale liberano dalla prigionia e dalla percezione  di tetra oscurità in cui rinchiude la solitudine. La comunione dei sentimenti e la simpatia umana sono fattori liberanti e permettono una conoscenza più profonda della realtà.

IL PICCOLO PRINCIPE

Esperienza comune ad ogni persona è, infatti, l’efficacia del rapporto affettivo nel fenomeno conoscitivo. Quando sei colpito da qualcuno o sei affascinato da lui o inizi a volergli bene allora scopri una parte di realtà fino ad allora sconosciuta e il rapporto diventa metodo, strada, chiave di accesso, finestra sulla realtà. È quanto afferma A. de Saint Exupery (1900-1944) ne Il piccolo principe. Quando il protagonista della storia chiede che cosa voglia dire addomesticare, la volpe risponde: «È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire «creare dei legami» […]. Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo. […] I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano». La volpe d’ora innanzi, grazie all’affetto provato per il principe, rivaluterà e inizierà ad apprezzare e a capire un aspetto della realtà che fino ad allora era stato percepito come negativo. In un certo senso per l’uomo tutto ciò che non è amico e non è conosciuto è come se fosse nemico, non valorizzato, non utile per la vita e per la crescita. Quando si ama una persona tutto diventa esperienza in quell’ambito (Romano Guardini). «Non si conoscono che le cose che si addomesticano», ma per addomesticare occorre tempo. Così, «gli uomini non hanno più il tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici».

COSA GUADAGNO DALLO STUDIO

L’affettività può sanare la frattura tra una volontà fragile e malata e una ragione che, se utilizzata senza incrostazioni, sa discernere il bene dal male. Per questo una compagnia umana e un’amicizia sono strumenti imprescindibili per mantenere desta la domanda, per ricercare e per operare. La responsabilità si configura come una risposta ad una realtà incontrata, come un movimento del proprio «io» che si mette in azione, esce da sé e va verso l’altro. In questo movimento di uscita da sé l’io si conosce in azione e scopre la dinamica fondamentale della persona come rapporto strutturale con un altro. Che cosa guadagno dallo studio? Il colore dei campi di grano. Come nell’amicizia, guadagno e scopro un pezzo di realtà, guadagno e scopro un pezzo di me!

RIPARTIRE TUTTI I GIORNI

Non c’è risposta ad una domanda che non si pone. Non basta, però, porre le domande, ma occorre porle bene. E non bisogna aver paura di non trovare subito la risposta. Ho chiesto ai ragazzi di investire tutte le materie che studiavano con la domanda di comprendere che cosa si guadagnasse dallo studio. Ho chiesto loro di verificare nell’esperienza se la stessa esperienza dello studio cambiasse con questo desiderio. Ho chiesto loro di verificare se le ore di lezione fossero differenti quando loro le affrontavano pieni del desiderio che accadesse qualcosa di bello. Per me, insegnante, accade così! (pubblicato su FOGLI di ottobre 2013)

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