Beatrice, mia figlia maggiore, ammonisce la sorella Cristina, di quattro anni più piccola: «Cristina tu guarda me, perché io faccio come fa papà». Nella sua semplicità la frase descrive la dinamica dell’agire umano. Ogni uomo si muove per imitazione. Tutti abbiamo dei modelli di riferimento.

I primi esempi che guardiamo come fondamentali per la nostra vita sono il papà e la mamma. La madre è accoglienza e pazienza, è colei che ha tenuto nel grembo per nove mesi il figlio, lo ha aspettato vivendo la dimensione del sacrificio e dell’abnegazione. Il femminismo degli ultimi decenni non ha certo valorizzato la donna, ma ha voluto equipararla all’uomo, destituendola in realtà di quelle virtù che l’uomo deve spesso imparare da chi ha fatto esperienza dell’ospitalità in modo fisico e, direi, viscerale. Questa comunione con il figlio per nove mesi rende il rapporto tra madre e figlio fortemente biologico, fisiologico, carnale.

Il padre inizia a conoscere il figlio solo dopo averlo visto nascere. Prima, nei nove mesi in cui il bimbo è nel ventre materno, è osservatore, non comunica molto con lui, difficilmente prende pienamente coscienza della novità, poi diventa nel tempo autorità, legge, colui che pone le regole. Chiaramente ogni famiglia è a sé, in ogni nucleo padre e madre imparano a collaborare, a far crescere i figli, a comunicare loro le proprie esperienze e le proprie capacità. Qui, intendiamo, però, sottolineare che esiste una differenza di genere tra uomo e donna, una differenza ontologica e di storia tra papà e mamma.

La madre è accoglienza e pazienza, è colei che ha tenuto nel grembo per nove mesi il figlio, lo ha aspettato vivendo la dimensione del sacrificio e dell’abnegazione. Il femminismo degli ultimi decenni non ha certo valorizzato la donna, ma ha voluto equipararla all’uomo, destituendola in realtà di quelle virtù che l’uomo deve spesso imparare da chi ha fatto esperienza dell’ospitalità in modo fisico e, direi, viscerale. Questa comunione con il figlio per nove mesi rende il rapporto tra madre e figlio fortemente biologico, fisiologico, carnale. Il padre inizia a conoscere il figlio solo dopo averlo visto nascere. Prima, nei nove mesi in cui il bimbo è nel ventre materno, è osservatore, non comunica molto con lui, difficilmente prende pienamente coscienza della novità, poi diventa nel tempo autorità, legge, colui che pone le regole. Chiaramente ogni famiglia è a sé, in ogni nucleo padre e madre imparano a collaborare, a far crescere i figli, a comunicare loro le proprie esperienze e le proprie capacità. Qui, intendiamo, però, sottolineare che esiste una differenza di genere tra uomo e donna, una differenza ontologica e di storia tra papà e mamma.

Serve un padre per riconoscere un senso

«Serve un padre per differenziarsi dalla madre, per accettare le ferite e riconoscere il senso ed esprimere il proprio Sé, entrando così personalmente nel tempo e nella storia». Così scrive Claudio Risé in Il padre. Libertà dono.

Nel mito Edipo uccide il padre Laio senza saperlo e sposa la madre Giocasta. La vicenda raccontata dal tragediografo greco Sofocle (496 a. C.- 406 a. C.) si è profeticamente avverata nell’epoca contemporanea. Oggi l’uomo risente di una cultura plurisecolare (discendente dall’Illuminismo) che ha distrutto i padri tentando di conservare solo i valori di cui essi erano stati detentori fino ad allora. Il Settecento francese ha cercato di eliminare Cristo e la Chiesa conservando i valori di uguaglianza, fraternità, libertà che millesettecento anni di storia cristiana avevano portato in Europa. Il tentativo dell’eliminazione della figura del re e della monarchia in Francia e l’abolizione dell’Ancient régime con la Rivoluzione francese rappresentano simbolicamente la cancellazione dell’antico per l’instaurazione del nuovo, la decapitazione del padre per l’intronizzazione del figlio. La storia ha poi insegnato che non era possibile realizzare repentinamente questo passaggio rivoluzionario, perché i gradini si salgono con sacrificio e pazienza e non si possono saltare. I salti bruschi comportano di solito spargimento di sangue e involuzioni dal punto di vista della società e dei valori. Nietzsche fa piazza pulita di tutti i padri del passato (Socrate, Cristo, san Paolo…) per lasciare il bimbo superuomo solo con sé stesso, senza padre né madre. Nel Novecento i segnali di questa ribellione al padre/tradizione/autorità sono moltissimi. Tra questi senz’altro la ribellione sessantottina è uno dei più clamorosi. Negli ultimi quarant’anni, e oggi in maniera sempre più accentuata, la cultura e il diritto occidentali hanno reso superflua o facoltativa la figura del padre.

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: aggressività o cieca violenza, senso di sfiducia, perdita dell’idea di autorità, incapacità di diventare papà e di creare una famiglia, assenza del senso del limite e del senso del sacrificio con conseguente inadeguatezza di fronte alle sconfitte, atteggiamenti nevrotici o psicotici.

Il giovane cerca di inibire questa aggressività non controllata e regolamentata, non soggetta al senso dell’autorità e della regola, attraverso assunzione di alcol o droghe, con l’erotismo disinibito, con forme di evasione come eccessivo uso della televisione e di videogiochi e con altre infinite forme di intorpidimento dell’io. La società in cui viviamo è, in maniera simbolica, una «grande madre» che stimola i bisogni degli individui al fine di soddisfarli sempre meglio con beni crescenti, sempre più sofisticati, che tratta i suoi componenti guardando le loro necessità biologiche e fisiologiche. L’individuo regredisce a una situazione infantile, si sente debole, deprivato di forza e di creatività, svuotato di energia spirituale, concepito solo per avere e possedere. Il giovane, spesso, regredisce allo stadio di dipendenza dalla madre rimanendo in casa fino all’età adulta, lasciandosi cullare da agio e tranquillità domestica.

Poter dire dei sì

Al figlio si deve mostrare un modo realistico e ragionevole di rapportarsi con la realtà. Mostrare che non è onnipotente, che ci sono dei limiti da rispettare, dei paletti entro cui camminare è profondamente educativo, perché introduce alla realtà indicando, nel contempo, che c’è anche un sentiero da seguire. Il bimbo coglie così un senso positivo che, nel tempo, imparerà a verificare per sé.

Invece, la pretesa violenta di incanalare il figlio in una strada o di progettarne il futuro non aiutano la sua crescita e la sua capacità di scelta. Ci si deve allora guardare dal tranello di voler dirigere la vita del figlio. Bisogna imparare a guardare il figlio con quel distacco, che è il contrario dell’indifferenza e della distanza, ma che potremmo descrivere con un’immagine dello scrittore francese Charles Peguy. Un figlio è nell’acqua di un fiume, ma non sa ancora nuotare. Il Padre (rappresenta Dio Padre) non vuole che lui anneghi, allora lo sostiene con le braccia, ogni tanto lo lascia perché vuole che lui impari a stare a galla, ma non può lasciarlo completamente solo perché affogherebbe.

Come è bello vedere un figlio che acquista consapevolezza dei propri mezzi, nel contempo com’è drammatico lasciare la libertà a chi si ama, coscienti che le sue scelte potrebbero non essere indirizzate al suo bene… Eppure, Dio ha deciso di scommettere totalmente sulla nostra libertà, perché senza di essa la nostra condizione non sarebbe dignitosa. Sostegno e libertà sono i due fattori su cui si gioca il rapporto tra genitori e figli.

Ci insegnano sempre che è importante imparare a dire dei «no» ai figli. Un genitore, padre o madre che sia, deve imparare a porre delle regole e a essere categorico su quanto non è giusto che il figlio faccia. Confesso che questa impostazione mi soddisfa solo parzialmente. Com’è bello anche poter dire dei «sì» a richieste poste dai figli, ci riempie di gioia perché abbiamo l’impressione che nella vita si spalanchino delle strade belle e percorribili. Mi è capitato in alcune circostanze di poter rispondere affermativamente, senza esitazione e con grande felicità, alle domande di mia figlia maggiore che mi chiedeva se potesse partecipare a iniziative proposte dalla scuola. Per esempio, quando mi ha chiesto di frequentare il corso di pianoforte. Oppure quando, tornando a casa tutta entusiasta, mi ha chiesto: «Papà, ma noi andiamo alla festa della scuola, vero?». Anche in questo caso sono stato davvero contento e le ho risposto: «Senz’altro». Scuola e famiglia sono i luoghi centrali nella vita di un bimbo e di un ragazzo, che vi trascorrono la maggior parte del tempo: lì creano amicizie, scoprono i propri talenti e passioni, individuano modelli di riferimento per la propria crescita.

La festa delle famiglie che si celebra tutti gli anni nel mese di ottobre presso la scuola di mia figlia è l’occasione per un incontro delle due realtà fondamentali per il bambino. In questa circostanza può mettere in compartecipazione i luoghi e le persone che frequenta per grande parte della giornata, una parte della sua vita diventa anche la mia e io, adulto, posso guardare la realtà anche con i suoi occhi. Questa è una grande ricchezza del diventare padre o madre, riconquistare la realtà con gli occhi nuovi del bambino. Non sono occhi infantili, ma che si sanno incantare di fronte al ballo sardo che ha animato il pomeriggio della domenica, di fronte alla pesca di beneficienza o alle bancarelle dell’usato o per la sfilata delle mitiche Harley Davidson o nell’attesa che sia pronto il torrone preparato per ore da uomini che con fatica hanno girato l’impasto. Scopro di fronte a quest’esperienza la potenza del linguaggio. Non avevo mai capito sul serio che cosa significasse «menare il torrone». Solo dopo le quattro estenuanti e monotone ore di lavoro di uomini che ricoprivano i panni dei pasticceri ho capito l’efficacia dell’espressione.

Stare con i nostri figli e con i loro compagni di classe e le rispettive famiglie non è solo un modo per conoscerli meglio, ma è anche una grande occasione per riappropriarci del nostro passato, di riviverlo e, forse, nella memoria e nel giudizio di diventarne più consapevoli. (pubblicato su “Fogli”, numero di settembre 2014)

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