altUna certa mentalità platonica, che pervade tutta la storia della filosofia estetica occidentale, affermerebbe che la Bellezza e la Perfezione è solo dell’ideale. La storia contemporanea mostrerebbe, come sostiene Han Urs von Balthasar, che l’ideale, da noi, come nel resto dell’Europa civilizzata, da molto tempo non è fisso e sicuro. L’affermazione funzionerebbe se presa a sé come l’impossibilità di rintracciare nella storia un certo “qualcosa” che possa intendersi oggettivamente. 

Il mondo e la realtà sono divenuti relativi e ciò che un tempo si definiva “bello” ora è semplicemente “piacevole” e ciò che era “vero” ora è un’opinione tra le altre. Ma Balthasar continua: «Esiste nel mondo una sola ed unica figura positivamente Bella: Cristo». Sembra l’eco delle parole di Dostoevskij. Cristo, il figlio di Dio fatto uomo, lo sconfitto nella sua stessa innocenza e “follia”, lo scandalo in cui “tutto si ricapitola”, è l’immagine materiale del Perfetto, del Bello, dell’uomo in Dio.

In Cristo l’ideale si fa carne. Il dato di partenza, senza il quale nessuna parola avrebbe senso in tutto l’universo, è l’uomo: essere sofferente per antonomasia. L’esperienza limite quotidiana dell’essere umano è il disagio. Questo è anche il motore che lo fa agente e trasformante per il solo fatto di esistere. L’uomo è un lavoratore, la sua vita è un perpetuo lavoro volto a trasformare se stesso e la realtà circostante. Così la storia dell’umanità, da sempre e per sempre, ci fa percepire d’essere stranieri, non solo a ciò che ci definisce e ci circonda materialmente, ma anche a ciò che abbiamo di più intimo in noi.

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