altChe ci stiamo a fare qui, in questo tempo, in questa storia, in quest’attimo destinato a passare e noi con lui? Che senso ha esserci se non si serve a nulla, se si è sempre soprafatti dagli eventi, da potenze e volontà altrui? E ancora che vale soffrire, amare, sperare se ogni cosa pare effimera e disattesa?

È in questo radicale bisogno di senso e di valorizzazione dell’io che si colloca la domanda più importante e più paurosa che la storia contiene in sé: “Dio dove sei?”. È la domanda delle domande. È la domanda senza la quale ogni respiro, ansia, azione, appare inutile o semplicemente concesso all’istinto di sopravvivenza animale. È la radicale profondità dell’uomo e del suo mistero. È su questo livello che l’opera di Dostoevskji s’impegna. Cito a memoria dai suoi diari: «Che vale la vita se non per sondare il mistero profondo che è l’uomo?». 

Dostoevskji sa che dietro ad ogni piega umana si nasconde qualcosa per cui vale la pena esistere e capire.  Forse la prima percezione di quest’antropologia manifesta la coglie nell’esperienza dell’epilessia, descritta in più pagine dei suoi diari e nel romanzo L’Idiota: «Ci sono dei momenti in cui tutto mi si fa chiaro, in cui vedo l’aldilà; darei la vita senza timore per questi attimi». 

Vedere cosa? Dostoevskji non ha mai descritto precisamente cosa vedesse ma è certo che considerasse quest’esperienza uno stato di percezione supernaturale. Fu colpito dal male durante l’esecuzione della condanna a morte per alto tradimento contro lo Zar che gli fu imputata a seguito della sua frequentazione dei circoli socialisti. Lì sul piazzale della prigione, mentre attende di essere fucilato, ha la sua prima esperienza epilettica e scopre che un nuovo mondo, dentro il mondo di sempre, gli si apre dinnanzi. «Quell’uomo una volta fu portato al patibolo e gli fu letta la sentenza di condanna a morte per fucilazione. Poco dopo gli fu letta la sentenza di grazia. Fra la prima e la seconda lettura egli visse con assoluta certezza che di lì a poco sarebbe morto. Quante volte raccontava quelle sue sensazioni di allora… ricordava che ad una ventina di passi dal patibolo erano stati piantati tre pali e poiché i condannati erano molti, vi avevano condotto i primi tre. Il prete li benedisse tutti. Non gli restavano che cinque minuti e lui si diceva che quei pochi minuti sembravano infiniti… Lui ora esisteva ma tra poco sarebbe stato qualcosa d’altro, non sapeva cosa, non sapeva chi, né dove. Ricordava di avere osservato una chiesetta che si trovava lì vicino, di aver visto il tetto splendere ai raggi del sole… Gli pareva che sarebbero stati la sua nuova natura e che tra pochi minuti sarebbe confluito in essi …». È a questa percezione dilatata che Dostoevskij ritorna ad ogni nuovo attacco di epilessia.

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