Nel Novecento la poesia si è gradualmente separata dalla dimensione del racconto, della descrizione, della comunicazione diventando un gioco elitario, per i pochi eletti del circolo critico letterario. Occorrerebbe un saggio solo per delineare in maniera analitica le tappe di tale involuzione. Al nostro discorso basterà qui evidenziare alcune tendenze che si affermeranno in questo periodo.

Negli anni che precorrono la Prima Guerra mondiale, il Futurismo apre la strada alla destrutturazione della sintassi proponendo, spesso, «parole in libertà», sconnesse o aggregate tra loro con i segni tipici del linguaggio logico–matematico, oppure un’«immaginazione senza fili» come l’autore del «Manifesto futurista» (1909) F. T. Marinetti denomina la libertà assoluta nell’associazione delle immagini. La commistione di due codici differenti, quello linguistico e quello matematico, spesso accentua la desemantizzazione dell’espressione poetica. Mosso dall’esaltazione della macchina, dell’industria, delle metropoli, del dinamismo e della velocità, incline all’etica della competitività, dell’aggressività, della violenza, addirittura della «guerra come igiene del mondo», il movimento futurista intende deliberatamente mettere in discussione il valore della poesia tradizionale.

 

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