In occasione del Meeting di Rimini edizione 2013 (domenica 18 agosto-sabato 24 agosto) dal titolo EMERGENZA UOMO proporremo la lettura  quotidiana di una parte del libro “Che cos’è mai l’uomo, perchè di lui te ne curi? L’io, la crisi, la speranza” che mette a tema la  crisi dell’uomo nela contemporaneità e la speranza da cui si può ripartire. Oggi proponiamo una riflessione sulla condizione dell’uomo oggi a partire dalle immagini di alcuni grandi geni come Pirandello, Van Gogh, Munch.

L’uomo oggi tenta di evadere in ogni modo dal reale in mondi esotici o virtuali. Il desiderio di evasione è diretta conseguenza di un cammino che ha portato l’uomo a percepire la realtà come carcere, ragnatela, cratere magmatico e incomprensibile da cui fuggire.

«Come poveri ragni»…

Pochi come Pirandello sono riusciti a descrivere il dramma della contemporaneità e la condizione esistenziale dell’uomo. Con queste parole, a soli ventitré anni, Pirandello si rivolge alla sorella Lina il 31 ottobre del 1886:

 

Noi siamo come i poveri  ragni, che per vivere han bisogno d’intessersi in un cantuccio la loro tela sottile, noi siamo come le povere lumache che per vivere han bisogno di portare a dosso il loro guscio fragile, o come i poveri molluschi che vogliono tutti la loro conchiglia in fondo al mare. Siamo ragni, lumache e molluschi di una razza più nobile – passi pure – non vorremmo una ragnatela, un guscio, una conchiglia – passi pure – ma un piccolo mondo sì, e per vivere in esso e per vivere di esso. Un ideale, un sentimento, una abitudine, una occupazione – ecco il piccolo mondo, ecco il guscio di questo lumacone o uomo – come lo chiamano. Senza questo è impossibile la vita. Quando tu riesci a non avere più un ideale, perché osservando la vita sembra un’enorme pupazzata, senza nesso, senza spiegazione mai; quando tu non hai più un sentimento, perché sei riuscito a non stimare, a non curare più gli uomini e le cose, e ti manca perciò l’abitudine, che non trovi, e l’occupazione, che sdegni – quando tu, in una parola, vivrai senza la vita, penserai senza un pensiero, sentirai senza cuore – allora tu non saprai che fare: sarai un viandante senza casa, un uccello senza nido. Io sono così […]. Io scrivo e studio per dimenticare me stesso – per distormi dalla disperazione.

 

Le immagini sono forti, adatte a rappresentare un io che si sente scoperto, a disagio, che necessita di una protezione, di una parte da interpretare, di un’abitudine cui affezionarsi, di un lavoro da svolgere, di un luogo dove abitare e creare dei legami, di una tela in cui essere imprigionati e imprigionare al contempo qualcun altro. Del resto, noi tutti conosciamo la fragilità della tela e della conchiglia, quindi a nessuno di noi sfuggono la labilità e la fugacità delle protezioni che ci costruiamo. Due dita, con leggera pressione, potrebbero demolire la nostra illusoria casa. La ragnatela e la conchiglia sono tanto fragili quanto limitative e coercitive, perché il ragno non si può allontanare troppo dalla tela intessuta. Quindi la realtà con cui ci proteggiamo, che diventa per noi luogo, è al contempo carcere da cui poi non si riesce ad uscire.

L’ardore del pellegrino medioevale, la gratuità profusa nella costruzione di grandi cattedrali sono state sostituite da una triste inerzia, deprivata della sua energia vitale e del suo impeto conoscitivo. Ecco perché quella realtà che appariva come luogo di avventura, cioè di accadimento di qualcosa di inaspettato e di esterno, di soprannaturale, quella realtà che si spalancava ad una dimensione più grande rispetto a quella delle mura visibili, del bosco attraversabile, nella contemporaneità si fa sempre più stretta. Per questo motivo l’aria è sempre meno respirabile e la realtà è percepita come sempre più coercitiva. Il paradosso è che questo è accaduto proprio nell’epoca in cui le scoperte scientifiche e astronomiche dilatavano sempre più gli spazi conosciuti. Un mondo sempre più piccolo caratterizza proprio gli anni in cui si sono scoperti la quarta dimensione e la presenza di miliardi di stelle. Nell’epoca antica e medioevale, invece, questa «piccola aiuola» del mondo, per dirla con nota espressione dantesca, riservava al suo interno una moltitudine di prodigi e di fatti tutti da scoprire.

… o come uccellini in gabbia

Pirandello sceglie, quindi, l’immagine della ragnatela per descrivere il mondo in cui l’uomo vive. Situazione analoga descrive pressoché negli stessi anni il grande pittore Van Gogh (1853-1890), geniale innovatore artistico, tanto incompreso in vita quanto apprezzato e rivalutato in morte. In una delle lettere al fratello l’artista usa l’immagine dell’uccellino in gabbia per rappresentare la propria condizione esistenziale. In queste parole emergono la sua ansia e il suo anelito di libertà e di compimento totali:

C’è fannullone e fannullone. C’è chi è fannullone per pigrizia o per mollezza di carattere, per la bassezza della sua natura, e tu puoi prendermi per uno di quelli. Poi c’è l’altro tipo di fannullone, il fannullone per forza, che è roso intimamente da un grande desiderio di azione, che non fa nulla perché è nell’impossibilità di fare qualcosa, perché gli manca ciò che gli è necessario per produrre, perché è come in una prigione, chiuso in qualche cosa, perché la fatalità delle circostanze lo ha ridotto a tal punto; non sempre uno sa quello che potrebbe fare, ma lo sente d’istinto: eppure sono buono a qualcosa, sento in me una ragione d’essere! So che potrei essere un uomo completamente diverso! A cosa potrei essere utile, a cosa potrei servire? C’è qualcosa in me, che è dunque? Questo è un tipo tutto diverso di fannullone, se vuoi puoi considerarmi tale. Un uccello chiuso in gabbia in primavera sa perfettamente che c’è qualcosa per cui egli è adatto, sa benissimo che c’è qualcosa da fare, ma che non può fare: che cosa è? Non se lo ricorda bene, ha delle idee vaghe e dice a se stesso: «Gli altri fanno il nido e i loro piccoli e allevano la covata», e batte la testa contro le sbarre della gabbia. E la gabbia rimane chiusa e lui è pazzo di dolore.

 

Van Gogh è tristemente cosciente dell’incomprensione di cui è fatto oggetto, rappresentata dal dileggio che gli uccelli liberi dalla gabbia gli rivolgono:

«Ecco un fannullone» dice un altro uccello che passa di là, «quello è come uno che vive di rendita». Intanto il prigioniero continua a vivere e non muore, nulla traspare di quello che prova, sta bene e il raggio di sole riesce a rallegrarlo. Ma arriva il tempo della migrazione. Accessi di malinconia – ma i ragazzi che lo curano nella sua gabbia si dicono che ha tutto ciò che può desiderare – ma lui sta a guardare fuori il cielo turgido carico di tempesta, e sente in sé la rivolta contro la propria fatalità. «Io sono in gabbia, sono in prigione, e non mi manca dunque niente imbecilli? Ho tutto ciò che mi serve! Ah, di grazia, la libertà! […]».. E gli uomini si trovano spesso nell’impossibilità di fare qualcosa, prigionieri di non so quale gabbia orribile, orribile, spaventosamente orribile […]. Non si sa sempre riconoscere che cosa è che ti rinchiude, che ti mura vivo, che sembra sotterrarti, eppure si sentono non so quali sbarre, quali muri.

 

Nel prosieguo della lettera Van Gogh racconta di aver fatto esperienza di quanto possa davvero liberare la condizione umana. Di questo parleremo, però, più avanti.

Pochi anni più tardi, nel 1893, il pittore norvegese E. Munch (1863-1944) dipinge L’urlo, che è divenuto simbolo dell’angoscia esistenziale, della solitudine in cui si trova l’uomo e dell’incomunicabilità che contraddistingue i rapporti umani. Un volto scarnificato emette un grido che si propaga come un’onda fino a riempire tutta la scena senza per questo toccare e coinvolgere i personaggi rappresentati. Nel dipingere Munch accompagna l’opera con la riflessione:

Una sera passeggiavo per un sentiero, da una parte stava la città e sotto di me il fiordo. Ero stanco e malato. Mi fermai e guardai al di là del fiordo, il sole stava tramontando, le nuvole erano tinte di un rosso sangue. Sentii un urlo attraversare la natura: mi sembrò quasi di udirlo. Dipinsi questo quadro, dipinsi le nuvole come sangue vero. I colori stavano urlando.

Non ci sfuggirà la somiglianza tra la riflessione di Munch e quanto scrive s. Paolo sulla natura e sulla realtà che sembrano gemere come una donna per le doglie del parto. La differenza sta tutta lì, però, nella prospettiva della sofferenza e del pianto: in s. Paolo il dolore è un’attesa per un evento grande, in Munch non trova risposta.

Così, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, tre artisti, Pirandello, Van Gogh, Munch, anticipano in diverse arti quella percezione di crisi dell’uomo che caratterizzerà gran parte dei decenni successivi. Un uomo che è inerte, angosciato o addirittura paralizzato, come è descritto dallo scrittore irlandese J. Joyce (1882-1941) nella raccolta di racconti Gente di Dublino, pubblicato solo nel 1914, ma già composto in gran parte tra il 1904 e il 1905, quindi immediatamente dopo Il Fu Mattia Pascal di Pirandello. Ivi, sono descritti nella loro quotidianità personaggi di età differente che si trovano in una condizione esistenziale di paralisi. Una volta che ne diventano coscienti, cercano la soluzione con la fuga che si conclude irrimediabilmente con il fallimento.

In  modo ancor più paradossale ed espressionistico lo scrittore boemo F. Kafka (1883-1924) rappresenta la condizione dell’uomo nel romanzo La metamorfosi (1915). Un impiegato di nome Gregor Samsa si trova trasformato in un orribile scarafaggio che non può più uscire di casa e neppure dalla sua camera, incompreso,  fastidioso e ingombrante non solo per il mondo esterno, ma anche per la sua famiglia. Perso il lavoro, morta ogni comunicazione con gli altri, anche con quella sorella che, unica, aveva cercato di relazionarsi ancora con lui e di capirlo, Gregor alla fine si lascia morire di inedia.

La ragnatela, l’involucro ingombrante e ripugnante dello scarafaggio, il carcere della forma e dell’opinione altrui, l’urlo che si propaga senza essere udito da nessuno sono alcune delle immagini che gli artisti utilizzano per descrivere la condizione esistenziale dell’uomo, così come è percepita tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Il genio sa interpretare la propria epoca e sa capirla, perché comprende meglio degli altri le chiavi di accesso alla cultura  coeva. L’operazione di inoltrarsi nella propria contemporaneità in maniera quasi profetica è, infatti, di pochissimi.

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