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In occasione del Meeting di Rimini edizione 2013 (domenica 18 agosto-sabato 24 agosto) dal titolo EMERGENZA UOMO proporremo la lettura  quotidiana di una parte del libro “Che cos’è mai l’uomo, perchè di lui te ne curi? L’io, la crisi, la speranza” che mette a tema la  crisi dell’uomo nella contemporaneità e la speranza da cui si può ripartire. Oggi proponiamo una riflessione sulle ragioni per cui la realtà è percepita come carcere attraverso la lettura delle opere di sartre e Camus (cal capitolo secondo: “La realtà come carcere”).


Senza il Mistero, un mondo più piccolo e assurdo

Il filosofo esistenzialista marxista J. P. Sartre (1905-1980) ne Il muro (1939) presenta l’uomo come posto di fronte ad un bivio, immobile, incapace di prendere la strada che potrebbe eventualmente liberarlo dal carcere in cui vive, un uomo che non crede e che non ha speranza che la vita possa cambiare. Il muro è già emblema della condizione di isolamento dell’uomo contemporaneo di cui parleremo nel prossimo capitolo. L’opera si struttura in cinque racconti in cui viene messo a tema lo straniamento dei personaggi e la loro fatica di vivere la situazione assurda dell’esistenza, che si traduce in un immobilismo e in un’incomunicabilità umana. Un condannato a morte, nel racconto da cui è mutuato il titolo della raccolta, attende l’alba che lo porterà al supplizio. Nella notte si chiede:

Con quale ardore correvo dietro alla felicità, alle donne, alla libertà! […] Avevo voluto liberare la Spagna, […] avevo aderito al partito anarchico, avevo parlato in comizi: avevo preso tutto sul serio, come se fossi stato immortale. In quel momento ebbi l’impressione che tutta la mia vita mi fosse davanti e pensai: «È una sporca menzogna». Essa non valeva nulla dal momento che era finita. Mi chiedevo come avessi potuto andare in giro, scherzare con le ragazze: non avrei mosso neppure il dito mignolo se soltanto avessi potuto immaginare che sarei morto così. La mia vita era davanti a me, chiusa, sigillata come una borsa, eppure tutto quello che vi era dentro era incompiuto.

Se tutto deve finire, se nulla è destinato all’eternità, la vita è una menzogna per cui non vale la pena di impegnarsi. Se non c’è un orizzonte più vasto oltre la precarietà dell’ultima giornata che ci è data da vivere, non c’è motivo di combattere, non c’è ideale che davvero possa muovere il nostro agire. Un filosofo stoico potrebbe ribattere che c’è motivo di combattere, perché la nostra opera resterà dopo di noi, il nostro contributo di bene e di azione non morirà con noi, ma resterà per la realizzazione e la costruzione del Bene totale. Anche se l’anima individuale non sopravvive, sopravvive l’opera, che è come la nostra piccola, ma insostituibile tessera del grande mosaico del mondo. Potremmo replicare con Pirandello che attesta chiaramente che un conto è il singolo individuo e un altro l’umanità.

 

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